Ancora su Giobbe: una doppia riscrittura. (1)

19 agosto 2017Lorenzo Cuffini Guido_Ceronetti

Su LA STAMPA del 24 maggio 2007, alla pagina Cultura, comparve una recensione della traduzione dell’opera dell’autore latino Marziale  per mano di Guido Ceronetti , riedita a quarant’anni di distanza dalla sua  prima edizione.

Il titolo dell’ articolo, letto oggi,  rimanda curiosamente al tema del nostro blog:

Se il traduttore è un riscrittore

e allude alla possibilità di un lavoro su un testo in lingua originale che, più che badare a una traduzione letterale e il più possibile terminologicamente fedele, si preoccupi piuttosto di restituire  lo spirito, il carattere, l’atmosfera della pagina tradotta. Ceronetti stesso, si legge nell’articolo, si autoritrasse in questo compito “fotografandosi” come  inginocchiato sulla pietra dura dei linguaggi morti.

Tra i testi tradotti citati nella recensione, compaiono anche testi biblici e, in particolare, il libro di Giobbe. A proposito del quale si legge:

“La fama di Ceronetti traduttore non ha bisogno di essere ricordata. Il suo lavoro in questo campo, uno dei tanti in cui si è cimentato con successo, è senza dubbio centrale. Riguardando autori latini come Giovenale, Catullo e Marziale e grandi testi biblici come Giobbe, i Salmi e Qohélet, detto lavoro ha la particolarità di unire in un arco voci lontane del mondo pagano antico e voci della tradizione ebraica. La lunga pratica di tradurre autori sia del passato che del presente come quelli contenuti in “Come un talismano” (Adelphi, 1986) ha inoltre liberato Ceronetti dall’angustia e dai limiti di avere un linguaggio. Ceronetti infatti non usa i termini di un sapere specifico. Confrontandosi con i suoi autori, egli usa parole, le parole della vita, e ogni volta che si misura con un testo nuovo è costretto a partire per il mare aperto. Così accade che invece di scrivere di Giobbe, Ceronetti imprechi come Giobbe.”

Il libro di Giobbe – versione e commento di Guido Ceronetti- fu infatti pubblicato  nel 1972 nella Collana Biblioteca Adelphi e, sul risvolto di copertina, così veniva presentato:

“Guido Ceronetti, con la sua versione e il suo commento, ha cercato, nell’oscurità e nell’enigma, di offrire in tutta la loro forza oscurità e enigmi, perché questo testo, che nessuna ragione potrà mai accettare, appaia nuovamente inaccettabile, arricchito dalla scomparsa di quelle tante mitigazioni esegetiche nelle quali secoli di devozione e di empietà lo hanno avvolto. “

Passano quasi quarant’anni, ed ecco :  qualcuno si trova a riscrivere – in musica questa volta – la riscrittura di Giobbe fatta da Ceronetti  molti anni prima. Si tratta di Vinicio Capossela che nel 2011, in occasione dei suoi vent’anni di carriera, esce con l’album Marinai, profeti e balene che contiene il brano Job, con un testo liberamente tratto dal Libro di Giobbe  proprio nella traduzione  di Ceronetti.

Così, come in una matrioska, la storia di Giobbe, scritta, riscritta e riscritta ancora giunge fino  noi con accenti e suggestioni sempre rinnovati.

____________________________

  • Vinicio Capossela , Job.

 Un uomo era in terra di Uz

un uomo di perfetta purità

temeva Dio e il male aborriva

tra tutti i figli dell’oriente, uomo più grande non c’era

e un giorno venne che i figli della terra

stettero davanti al Signore

e Satana tra loro.

Hai messo il tuo cuore sul mio servo Job?

È un uomo di perfetta purità

di un bastione lo hai circondato

ma stendi la tua mano e colpiscilo nel suo

sulla tua faccia ti maledirà.

E un giorno un messaggero venne a Job e disse:

“Fuoco di Dio dal cielo è sceso

greggi e mandriani ha divorato

sono venuto a dirlo io, il solo scampato”.

Parlava ancora e un altro arriva e dice:

“I figli tuoi sedevano e mangiavano

quando ecco dal deserto leva un vento

nella rovina sono morti”.

“Dal ventre di mia madre nudo sono uscito,

nudo tornerò

il Signore dà, il Signore toglie

sia benedetto il nome del Signore”.

E Satana disse: “La pelle per la pelle.

L’uomo dà tutto per la vita

ma stendi la tua mano nel suo osso,

sulla tua faccia ti maledirà”.

E piagò Job con l’ulcera del male dai piedi fino al cranio.

“Maledici il Signore e muori!”.

“Se accettiamo il bene, dobbiamo prendere anche il male

il Signore dà, il Signore toglie,

sia benedetto il nome del Signore”.

E infine Job apre la bocca e grida:

“Che tu sia maledetto giorno che mi hai partorito,

che sia un giorno di tenebra, il cielo lo ripudi

gli neghi il lume della luce.

Perché ginocchia venirmi incontro?

Perché mammelle vi ho succhiato?

Perché la luce è data a chi pena?

Perché la vita a una gola amara?

Ecco, i terrori che più ho temuto

ecco incarnarsi le mie paure non ho pace né tregua,

sono un cumulo di dolore.

Strepita pure, chi ti risponde?

Se cerchi Dio, se implori Shaddai

se rispondesse quando io grido

solo m’ingozza di pena amara

Dio stermina chi ha colpa

e chi non ha colpa

la terra è data in mano a chi fa il male

la faccia dei suoi giudici è coperta.

Tu che hai messo in me la grazia della vita,

Tu che fai dei miei giorni un’ombra

ecco che nascondi nel tuo cuore:

terra buia come la tenebra

dove non brilla che oscurità

e adesso che il mio occhio ti ha veduto

mi ripudio

e mi consolo

sulla polvere e sulla cenere”.

 

  • In copertina: Foto di Guido Ceronetti