C’è ricco e ricco

8 settembre 2017Lorenzo Cuffini stolto2

Scritto da GIAN LUCA CARREGA

 

Nelle mani del narratore onnisciente c’è un patrimonio illimitato di informazioni di cui può disporre a piacimento, ma non è sempre utile sciorinarle al lettore ed anzi qualche volta può diventare addirittura controproducente. Quando Luca offre ai lettori del suo vangelo uno dei pezzi forti del suo testo, la parabola del figliol prodigo, dobbiamo tenere presente che ci troviamo oltre la metà del racconto evangelico e che questa storia va integrata in un contesto più ampio. Questo forse ci aiuta a capire il motivo di un esordio estremamente asciutto nel presentare i personaggi della parabola: “Un uomo aveva due figli” (Lc 15,11). Difficile immaginare qualcosa di più sintetico!

 

Da un lato si può osservare l’estrema efficacia nel riferire tutto ciò che è necessario sapere per inquadrare la vicenda con il numero minimo di parole. Qualcuno si domanda se il silenzio circa la moglie/madre sia stato intenzionale: l’uomo era vedovo? Oppure la figura della donna non viene ritenuta essenziale in questioni che riguardano il potere e l’eredità, notoriamente appannaggio del versante maschile della famiglia? Per inciso va detto che le uniche figure femminili che compaiono in questa parabola sono le prostitute evocate dal fratello maggiore come causa di dilapidazione del patrimonio… Inutile speculare su altre figure che realisticamente possono essere state presenti sulla scena, ma che nella prospettiva del narratore distraggono l’attenzione dal triangolo che domina il racconto, costituito dal padre e dai suoi due figli.

 

Dall’altro lato si può ipotizzare che alcune informazioni, pur essendo vere, avrebbero orientato in maniera errata il giudizio del lettore. Il padre della parabola è chiaramente un uomo benestante, che dispone di un patrimonio da lasciare ai figli, una parte del quale può essere trasformato in moneta sonante e assegnato al giovane scapestrato che non vede l’ora di darsi alla pazza gioia. Poiché a casa non vanno in miseria, c’è da pensare che ne restasse una parte cospicua. Anche i lauti festeggiamenti e l’uccisione del vitello grasso rimandano senza dubbio ad una condizione agiata, che il lettore percepisce, ma che il narratore non esplicita. Perché? La storia poteva benissimo incominciare così: “Un uomo ricco aveva due figli”. Ma per il lettore di Luca è troppo fresco il ricordo di un’altra parabola narrata in Lc 12,16-21 dove un uomo ricco pensa di potersi garantire lunghi anni di felicità grazie all’opulenza dei suoi raccolti e invece deve improvvisamente rendere l’anima a Dio. Un ricco stolto, capita. Ma dopo la parabola del prodigo avremo un altro uomo ricco che passa la vita a banchettare fino a quando viene anche per lui il momento di compiere il viaggio per l’aldilà e allora si trova nella situazione opposta in mezzo ai tormenti (Lc 16,19-31).

 

Ce n’è abbastanza per rendersi conto che i ricchi delle parabole non sono personaggi positivi, anzi si attirano il disprezzo dell’uditorio per il loro comportamento gretto e superbo. Il padre del prodigo è ricco, ma non è così. Luca non pensa affatto che sia una figura negativa (ci mancherebbe, è metafora del comportamento di Dio Padre) e non vuole che questo dubbio sfiori il suo lettore, perciò non può introdurlo come gli altri ricchi negativi. Lui è ricco, ma non esita dividere le sue sostanze con i figli, perché la sua identità non è legata alla sua ricchezza. Forse è il vero ricco, mentre gli altri credono solo di esserlo.