“Ecco l’Agnello di Dio!” (parola di De Gregori)

13 gennaio 2018Lorenzo Cuffini

Scritto da LORENZO CUFFINI.

Il giorno dopo Giovanni stava ancora là con due dei suoi discepoli 36e, fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: «Ecco l’agnello di Dio!».(Gv 1, 35-36).

 

Giovanni il Battista, con questa esclamazione  non si inventa nulla di nuovo: ri-scrive, per dir così, Isaia,  e le parole della sua profezia: “Maltrattato, si lasciò umiliare e non aprì la sua bocca; era come agnello condotto al macello” (Isaia, 53,7). Così, questa espressione ci richiama immediatamente l’idea del Messia Salvatore da un lato, e del suo sacrificio per la nostra salvezza dall’altro.

Nel 1996, un cantatutore italiano completamente laico e non solito frequentare tematiche religiose come Francesco De Gregori, scrive a sorpresa una canzone proprio partendo da questo versetto , e così la intitola. In apparenza, una scelta soprattutto provocatoria e di rottura, dal  momento che nel suo brano l’appellativo di “Agnello di Dio” viene in realtà riferito a figure negative e di perdizione. Non mancarono infatti, e da subito, polemiche e accuse in questo senso nei suoi confronti

Eccone il testo.

“Ecco l’agnello di Dio

chi toglie peccati del mondo.”

Disse la ragazza slava

venuta allo sprofondo.

Disse la ragazza africana sul raccordo anulare.

Ecco l’agnello di Dio

che viene a pascolare.

E scende dall’automobile

per contrattare.

 

Ecco l’agnello di Dio

all’uscita dalla scuola.

Ha gli occhi come due monete,

il sorriso come una tagliola.

Ti dice che cosa ti costa,

ti dice che cosa ti piace.

Prima ancora della tua risposta ti dà un segno di pace.

E intanto due poliziotti

fanno finta di non vedere.

Oh, aiutami a fare come si può,

prenditi tutto quello che ho.

Insegnami le cose che ancora non so, non so.

E dimmi quanto maschere avrai

e quanto maschere avrò.

Ecco l’agnello di Dio

vestito da soldato,

con le gambe fracassate,

con il naso insaguinato.

Si nasconde dentro la terra,

tra le mani ha la testa di un uomo.

Ecco l’agnello di Dio

venuto a chiedere perdono.

Si ferma ad annusare il vento

ma nel vento sente odore di piombo.

Percosso e benedetto

ai piedi di una montagna.

Chiuso dentro una prigione,

braccato per la campagna.

Nascosto dentro a un treno,

legato sopra un altare.

Ecco l’agnello che nessuno lo può salvare.

Perduto nel deserto,

che nessuno lo può trovare.

Ecco l’agnello di Dio senza un posto dove stare.

Ecco l’agnello di Dio senza un posto dove stare.

Oh, aiutami a stare dove si può

e prenditi tutto quello che ho.

Insegnami le cose che ancora non so, non so.

E dimmi quanto maschere avrai,

regalami i trucchi che fai,

insegnami ad andare dovunque sarai, sarò.

E dimmi quanto maschere avrò.

Se mi riconoscerai,

dovunque sarò,

sarai.”

In realtà, anche De Gregori sembra parlarci di “salvezza”, “salvatori”, e sacrificio. Lo fa con le minuscole e con le virgolette che la visione da non credente comporta, e consapevole di quante volte questi concetti siano nella realtà drammaticamente confusi e ambigui: proprio le persone che in certi casi ci sembrano di aiuto e decisive, si rivelano nei fatti  i nostri veri  oppressori e carnefici.

Nella canzone infatti, per rapidi tratti, si accennano storie di vittime sacrificate. Si parte con due prostitute. Sono due ragazze straniere, venute da posti lontani, finite sullo stradone per antonomasia, il raccordo anulare di Roma , che  vedono arrivare un possibile cliente che accosta e scende a contrattare il prezzo. Vittime certamente le due donne, per le quali l’uomo rappresenta la momentanea via d’uscita dallo squallore e dal freddo dell’attesa sull’asfalto; vittima in qualche misura anche il cliente, che se ne è andato fin lì a “ pascolare” : a ricercare un cibo che in quel momento gli sembrerà risolutivo e che invece non risolverà nessun fame.

Si passa poi davanti a una scuola, dove , con  aspetto sorridente e rassicurante, uno spacciatore sa avvicinarsi dicendo le cose giuste per essere ascoltato e, prima ancora di avere risposta, lascia scivolare quel che desidera , con una stretta di mano, regalando evidentemente della droga. Anche qui dunque vittime “innocenti” – fino a un certo punto, però – come gli studenti sottintesi- e falsi salvatori: il pusher finto amichevole, e gli stessi poliziotti che dovrebbero essere portatori di sicurezza e che, al contrario, fingono di non vedere.

La terza scena ci porta in guerra: qui la vittima è un soldato, ferito e massacrato, costretto a nascondersi in una buca; ma anche lui, con un semplice cambio di verso, rivela il suo essere ed essere stato contemporaneamente carnefice, dal momento che in mano stringe la testa di un altro uomo, verosimilmente appena ammazzato. Dunque vittima, ma bisognoso di perdono, colto in un attimo di pausa che diventa  consapevolezza di quel che ha fatto e che gli è successo, e , soprattutto, della violenza generale in cui è immerso completamente.

Da questi tre quadri, De Gregori passa a una carrellata di situazioni in cui ogni vittima puo’ trovarsi ed essere trovata. Sono situazioni opposte, di contraddizione e di confuso impasto tra il bene e il male. Percosso e benedetto, ai piedi di una montagna, chiuso dentro una prigione, braccato per la campagna. Nascosto dentro a un treno, legato sopra un altare. Ecco l’agnello di Dio che nessuno lo può salvare. Perduto nel deserto, che nessuno lo può trovare. Ecco l’agnello di Dio senza un posto dove stare.

Un lungo elenco drammatico, scandito in musica da un ritmo incalzante, che ci fa prendere coscienza della pervasività e della ineluttabilità del male. E il credente trova nell’ultimo di questi versi una altra eco inaspettata, perché quel “ senza un posto dove stare” gli richiama direttamente alla memoria il passo di Vangelo in cui Gesù afferma “Il figlio dell’Uomo non ha dove posare il capo” ( Lc 9,58).

Tra le tre storie della canzone, si apre come la parentesi di una preghiera, o di qualcosa che molto da vicino la ricorda. Aiutami a fare come si può, è un riconoscimento di inadeguatezza e una dichiarazione di impotenza a cambiare le cose, prenditi tutto quello che ho è un consegnare se stessi a qualcun altro, insegnami le cose che ancora non so,  una richiesta di aiuto a comprendere, mentre dimmi quante maschere avrai e quante maschere avrò suona come una preghiera per saper vedere oltre le apparenze e la semplificazione troppo facile delle cose.

Dunque, una rilettura senz’altro spiazzante e del tutto laica del versetto del Vangelo, ma molto più impregnata  di quanto possa sembrare all’apparenza (tema che ritorna, come si vede) di humus evangelico: il  degrado morale,la violenza e  la sopraffazione, rendono difficile separare bene e male, buoni e cattivi, con un colpo di accetta netto, ed è necessario volere e sapere andare oltre la maschera dell’apparenza, prima di agire e di operare con i giudizi.

Per la cronaca, come accennato, il brano di De Gregori suscitò polemiche non di poco conto in ambito cattolico. L’ Osservatore Romano, accomunando nella critica anche altri cantautori italiani, protestò per lo sfruttamento della immagine di Dio nei loro pezzi a fini di provocazione commerciale .L’artista si difese affermando “Gesù patì non in compagnia di sant’uomini, ma di due ladroni che portò con sé in Paradiso. Al posto dei ladroni in questa canzone ci sono puttane, spacciatori, il soldato che decapita il nemico… Non è certamente una canzone pacificatoria. Ma dov’è lo scandalo?”.(https://it.wikipedia.org/wiki/Prendere_e_lasciare). La querelle si concluse con un faccia a faccia tra il cantante e il cardinal Tonini in uno studio televisivo* e con De Gregori che, due anni dopo, durante un concerto, proprio al cardinale dedicò la canzone.

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1996/10/23/il-cantante-il-cardinale.html