Giobbe. Romanzo di un uomo semplice. (1)

24 giugno 2017Lorenzo Cuffini Marc Chagall, La preghiera di Giobbe

Riscrittura a puntate per l’estate

Scritto da MARIA NISII.

(1° parte)

“Molti anni fa viveva a Zuchnow un uomo che si chiamava Mendel Singer. Era devoto, timorato di Dio” (Joseph Roth, Giobbe. Romanzo di un uomo semplice, Adelphi, Torino, 2003 [ed. or. 1930], p. 9)

Viveva nella terra di Uz un uomo chiamato Giobbe, integro e retto, timorato di Dio e lontano dal male” (Gb 1,1)

L’intenzione della riscrittura nel romanzo di Joseph Roth è chiara sin dall’esordio, oltre che resa esplicita nel titolo.Entrambi i protagonisti vivono in “terra straniera”: Mendel prima in Russia e poi in America, sebbene alla fine scoprirà che la sua patria (la Russia) è stata la vera Terra Promessa.

Tuttavia non si tratta di una totale sovrapposizione. Infatti mentre il Giobbe biblico “era il più grande tra i figli d’oriente” (Gb1,3), Mendel Singer è un “comunissimo ebreo” e l’incipit ce lo presenta in tutta la sua insignificanza:è maestro e insegna la Bibbia ai bambini a casa sua, come Giobbe è padre, ma solo di quattro figli (contro i dieci dell’antesignano di Uz). Eil linguaggio è ancora una volta biblico: “Dio aveva concesso fertilità ai suoi lombi” (10).

 

Giobbe offre olocausti (1,5) e Mendel prega 4 volte al giorno.“La sua coscienza era pura. La sua anima era casta…amava sua moglie e prendeva piacere alla sua carne” (10), ci viene inoltre detto che mangia con appetito, picchia i figli maschi se disobbediscono e coccola la figlia femmina, giovane gazzella– secondo l’appellativo tipico del Cantico.

L’integrità e la giustizia di Mendel costituiscono quasi un leitmotiv: Mendel è giusto, quasi il giusto equasi da annoverare tra i giusti della Bibbia, come Giobbe dice di sé in 12,4 e 34,5 (appellativo che ricorre per Abele secondo Mt, inoltre per Noé, Tobi, s. Giuseppe, Simeone, Giovanni, Giuseppe di Arimatea, Gesù; in At: Barsabba, Cornelio), sebben il “giusto” sia prima di tutto il Signore – a margine possiamo notare che si tratta di un termine tipicamente sapienziale e profetico, con molte occorrenze nel libro di Giobbe. La giustizia è naturalmente legata all’osservanza della Torah enel romanzo di Roth va applicata allo scrupolo per i precetti (tenere il cappello, non conservare denaro…) e la preghiera rituale. Degli altri membri della famiglia non si dice altrettanto, soprattutto dei figli, mentre la moglie ha una religiosità più di tipo superstizioso e popolare.

Il libro biblico di Giobbe è tuttavia proprio la messa in discussione della tesi classica, che sostiene la prosperità del giusto:“Non hai forse messo una siepe intorno a lui e alla sua casa e a tutto quanto gli appartiene? Tu hai benedetto il lavoro delle sue mani e il suo bestiame abbonda sulla terra”(Gb1,10), dice Satana al Signore che loda l’integrità e la rettitudine di Giobbe.

A differenza di Giobbe, Mendel non vive in prosperità, ma è povero e continua la sua vita modesta anche nel periodo di benessere in America: “lui aveva paura. Non voleva imbaldanzire troppo. Ora che tutto cominciava ad andar bene, non bisognava provocare la collera di Dio” (129). E il testo torna a descriverlo come all’inizio “devoto e timorato di Dio, un comunissimo ebreo” (126).

Roth

Sullo stile biblico, anche la moglie di Mendel si lamenta e rimprovera il marito (eco diGb2,9), anche se Mendel smette di sgridare la moglie dei suoi lamenti dopo la nascita di Menuchim (15), che per il primo anno di vita penzola in una cesta in mezzo alla stanza e il suo gracidio – “suoni profani e sgraziati”(12) – sovrasta la recita dei versetti sacri dei bambini che lì fanno scuola. Il bambino respira affannosamente, geme come un animale e balbetta suoni ridicoli; le sue gambe sono storte e non lo sorreggono.

Grazie a un’epidemia di vaiolo, un medico entra anche in casa Singer per obbligare tutti alla vaccinazione. “Mendel Singer, il giusto, non fuggiva davanti a nessuna punizione di Dio” (13): è la descrizione ironica dell’attesa del medico, il quale non appena vede il bambino ne diagnostica l’epilessia. Può guarirlo, madovrà portarlo con sé in ospedale. Mendel però rifiuta: “non c’è dottore che lo possa guarire, se Dio non vuole” (14).In realtà la preoccupazione di Mendel è che il piccolo viva insieme a non ebrei e cresca lontano dalle tradizioni: parole sante e cibo kasher. La giustizia di Mendel è, come detto, osservanza prima e sopra di tutto e il timore di mescolarsi ad altri ne segna tutta la vicenda.

Da quel momento la paura si insinua in casa “come un mostro” (l’estraneo!) e tra i membri della famiglia inizia un lungo processo di separazione, in cui ciascuno decide per sé il da farsi: Mendel digiuna due volte alla settimana (osservanza più rigorosa del prescritto) e Deborah va in pellegrinaggio al cimitero (religiosità popolare).

La madre inoltre finisce col detestare la buona salute degli altri figli e trascura la casa, di cui all’inizio erano state accuratamente descritte le premure. Infine si reca da un rabbi, per ottenerne le parole di benedizione – interessante la descrizione del viaggio sotto la pioggia che ad un certo punto interrompe perché “Dio si rese conto” (16) che la cosa sarebbe costata troppo alla donna. Ma non è lei a invocare Dio, perché non osa più: “le sembrava troppo alto, troppo grande, troppo lontano, infinito dietro cieli infiniti” (17) e al suo posto va in cerca di defunti protettori e della bontà del rabbi.

La fede di Deborah non è mai stata descritta come significativa, ma qui mostra tutta la sua debolezza. Si fa largo davanti alla casa del rabbi con la forza della disperazione – che sembra quasi una rilettura della scena del paralitico con Gesù. Invece della benedizione, Deborah riceve una vera e propria profezia: “Menuchim, figlio di Mendel, guarirà. Pari a lui non ce ne saranno molti in Israele. Il dolore lo farà saggio, la deformità buono, l’amarezza mite e la malattia forte. I suoi occhi saranno grandi e profondi, le sue orecchie limpide e piene di risonanza. La sua bocca tacerà, ma le labbra, quando si apriranno, annunceranno il bene”. Occorreranno degli anni e lei non dovrà lasciarlo mai (19-20).

(cont.)

  • In copertina: Marc Chagall, La preghiera di Giobbe