Gli spazi bianchi

31 marzo 2016Gian Luca Carrega spazi-bianchi

 
Presentando il suo romanzo Un’annunciazione nell’ambito degli eventi di Torino Spiritualità, Elena Loewenthal ebbe a sottolineare come la rinarrazione si collochi all’interno degli spazi bianchi lasciati dal racconto primitivo. Questa è un’osservazione valida per qualsiasi tipo di narrazione, ma lo è in modo particolare per quella biblica, tenuto conto che la maggior parte dei suoi testi si è sviluppata e ha circolato a lungo in forma orale, con la possibilità quindi di implementare e arricchire il contenuto a seconda delle circostanze e in relazione all’uditorio specifico. Questo tipo di esercizio è stimolato indirettamente dallo stesso racconto biblico che, come ha giustamente osservato Robert Alter, si mostra sovente laconico nella descrizione dei suoi personaggi e delle loro motivazioni.
 
Tradizionalmente questa estrema sinteticità descrittiva è stata interpretata come un desiderio del narratore di non perdersi in dettagli e di mirare al significato (edificante) dell’episodio in sé. Ma questo punto di vista non regge a un esame più approfondito. L’impressione, invece, è che il narratore taccia su alcuni elementi ma si dilunghi abbondantemente su altri. Ci sorprende, ad esempio, che l’evangelista Marco si soffermi sulle traversie di una donna che da dodici anni aveva perdite di sangue e pur consultando molti medici non ne avesse tratto alcun giovamento, salvo poi tacere il nome di questa donna, nonostante abbia tramandato il nome del personaggio protagonista della storia ad essa intrecciata, vale a dire Giairo. Significa, quindi, che i silenzi – gli spazi bianchi – non sono tutti uguali e vanno in qualche modo interpretati. Qui può tornare utile la distinzione, nota tra gli studiosi, tra gaps e blanks. I primi sono da intendersi come dei vuoti di informazione che in qualche modo devono essere riempiti. A volte avviene da parte dell’autore stesso che colma nel prosieguo della trama alcune lacune create ad arte. L’evangelista Giovanni descrive doviziosamente il miracolo della guarigione del cieco nato in Gv 9,1-7, ma soltanto al v.14 veniamo informati che quella guarigione è avvenuta in giorno di sabato, quando cioè non sarebbe stato lecito curare un malato. L’informazione temporale era importante per la prosecuzione della trama, ma è stata differita al momento in cui sarebbe stata presa in considerazione dagli avversari di Gesù come capo d’accusa. Viceversa, il nome dell’uomo che ha ricevuto il beneficio della guarigione non viene mai riportato. Né la sua origine. Né la sua età (sebbene i suoi genitori dicano che ha raggiunto l’età della ragione, cfr. Gv 9,21).
 
Il lettore è chiamato a prestare attenzione ai gaps, soprattutto quando tocca a lui riempirli con le sue cognizioni previe (sempre in Giovanni non abbiamo nessuna presentazione di Giovanni Battista, segno che l’evangelista presupponeva che il personaggio fosse noto ai lettori). Al contrario, i blanks sono considerati irrilevanti: Giovanni Battista era sposato? Aveva figli? ecc. Ma quando si entra nell’ottica della rinarrazione entrambi i vuoti possono essere importanti. Per lo scrittore che intende approfondire la storia di un personaggio biblico i blanks sono una manna che gli permette di dare libero sfogo alla fantasia, di aggiungere dettagli che lo rendono più simpatetico al lettore e focalizzato più da vicino. Nessuno si scandalizza se un autore contemporaneo decide di dare un nome alla vedova di Nain o inserisce un cane nella famiglia di Lazzaro che tiene compagnia al padrone. Ma quando uno scrittore si avventura nei gaps la faccenda si complica parecchio. Ci sono vuoti narrativi che sono lasciati aperti ad arte, come ad esempio la cosiddetta parabola del figliol prodigo del vangelo di Luca. Il figlio maggiore entra o non entra alla festa per il fratello perduto? L’evangelista non lo dice e lascia che sia il lettore a dare la sua risposta. Se un narratore volesse descrivere l’abbraccio tra i due fratelli non si porrebbe più nell’ambito della riscrittura, ma dell’interpretazione.