Lieti gli abbattuti di vento

28 ottobre 2017Lorenzo Cuffini vento

Scritto da  MARIA NISII.

 

“Se le cose che Gesù ha detto erano giuste, e in buona parte anche bellissime, che differenza fa se era Dio oppure no? Se Cristo non avesse pronunciato il Discorso della Montagna, con il suo messaggio di misericordia e di pietà, io non vorrei essere un essere umano. Preferirei essere un serpente a sonagli. La vendetta genera vendetta, che genera vendetta, che genera vendetta, formando una catena continua di morte e distruzione che lega le nazioni di oggi alle tribù barbare di migliaia e migliaia di anni fa”.(Kurt Vonnegut, Quando siete felici, fateci caso, Minimum fax, Roma, 2015, p. 31).

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Gesù declama le beatitudini, ovvero quelle che potremmo definire le nuove vie alla felicità, sopra un monte -come già Mosé era salito sul Sinai per ricevere le tavole della Legge.E non a caso Matteo fa salire Gesù su un’altura (in Luca si tratta invece di un “luogo pianeggiante”): ormai ben sappiamo come gli evangelisti raccontino la vicenda di Gesù, anche facendo uso della cassa di risonanza che poteva garantire il richiamo a temi e personaggi dell’Antico Testamento. È il fenomeno della riscrittura, già presente nella Bibbia. Per questa ragione, che Gesù salga su un monte contribuisce a ritrarlo come il nuovo Mosé. E tuttavia nelle beatitudini Gesù non vuole tanto impartire una serie di norme, quanto proporre una scelta radicale:il progetto di Dio a cui l’uomo viene chiamato è il Regno dei cieli, il che implica in un ribaltamento della visione convenzionale e scontata del mondo a favore di un nuovo ordine di valori, una “sovversione delle precedenze in terra” (Erri De Luca, Sottosopra, p. 21).

Nella mentalità corrente l’idea di beatitudine viene associata abitualmente a una situazione di benessere materiale ed economico, alla fama, al potere, alla forza. Ciò che propone Gesù invece va in tutt’altra direzione, perché Egli proclama beati coloro che si trovano in una condizione che sembra smentire la felicità: “Lassù i valori sono rovesciati. La serie successiva delle letizie nuove è messa a contrappunto delle misere gerarchie terrestri. Lieti sono i mansueti, gli affamati, gli assetati di giustizia, i misericordiosi. La novità è uno scardinamento. Queste letizie scottano come un tizzone da afferrare con le mani” (Sottosopra, p. 21).

Erri De Luca traduce “Beati i poveri in spirito” con “Lieti gli abbattuti di vento”, richiamando un’espressione di Isaia che indica qualcuno in tale stato di prostrazione da essere piegato a terra e con il fiato corto. E commenta questa scelta con un passaggio molto intenso: “A tradurre ruah “vento” anziché “spirito”, s’intende meglio un’umiltà: che non è tuo nemmeno il respiro, che è invece un vento venuto da fuori. Penetra nei polmoni, ne esce, per proseguire oltre. Neanche del respiro si è padroni, e l’evidenza sta nell’atto della nascita, comincia nel neonato con un vento che forza gli alveoli chiusi, li spalanca, li asciuga” (Sottosopra, p. 20).

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La sovversione delle beatitudini che dà la precedenza ai “calpestati”, per usare ancora il linguaggio delucano, ha raccolto il favore di molti uomini, anche non credenti, senza escludere neppure i diversamente credenti, il che attribuisce a questo testo una forza normativa straordinaria, capace di superare confini storici, culturali, religiosi. Kurt Vonnegut, nel brano in apertura, vi fonda la dignità umana. Ma persino Gandhi ne è sempre stato profondamente affascinato:

«L’insegnamento del Sermone della Montagna echeggiava in me qualcosa di appreso nell’infanzia, qualcosa che sembrava appartenere al mio essere e che mi pareva di veder attuare nella vita d’ogni giorno, attorno a me (…). Era l’insegnamento della non-ritorsione, o della non-resistenza al male.

(…) non occhio per occhio, dente per dente, ma il prepararsi a ricevere due colpi quando se ne è ricevuto uno e a fare due miglia quando ne è stato richiesto uno (…). Vidi che il Sermone della Montagna sintetizzava l’intero cristianesimo per chi intendesse vivere una vita cristiana. Fu quel sermone a farmi amare Gesù. (Gandhi, Buddismo, Cristianesimo, Islamismo, Newton Compton, Roma 1993, pp. 52-54)

La raccolta dei credits potrebbe essere molto ampia, ma per questa volta ci limitiamo a proporre in chiusura la rilettura di un grande poeta argentino – Borges – che con quelle declamazioni entra in un interessante gioco dialettico. Ma infine questa lunga poesia sembra, curiosamente, recuperare il tono legislativo, come a sostenere che le beatitudini sono legge per eccellenza dell’umano.

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Frammenti di un vangelo apocrifo

  1. Sventurato il povero di spirito,
    perché sotto terra sarà quello che ora è sulla terra.
    4.Sventurato chi piange,
    perché ormai ha l’abitudine miserabile del pianto.
    5. Felici coloro che sanno che la sofferenza non è una corona di gloria.
    6. Non basta essere l’ultimo per essere qualche volta il primo.
    7. Felice chi non insiste per avere ragione,
    perché nessuno la ha o tutti la hanno.
    8. Felice chi perdona gli altri e chi si perdona da solo.
    9. Beati i mansueti,
    perché non accondiscendono alla discordia.
    10. Fortunati quelli che non hanno fame di giustizia,
    perché sanno che la nostra sorte, avversa o benigna,
    è opera del caso, che è inscrutabile.
    11. Beati i misericordiosi,
    perché la loro gioia sta nell’esercizio della misericordia
    e non nella speranza di un premio.
    12. Beati coloro che hanno il cuore puro,
    perché vedono Dio.
    13. Beati coloro che soffrono persecuzioni a causa della giustizia,
    perché ad essi importa più la giustizia che il proprio destino umano.
    14. Nessuno è il sale della terra;
    nessuno, in qualche momento della sua vita, non lo è.
    15. Che la luce di una lampada si accenda,
    anche se nessuno la vede.
    Dio la vedrà.
    16. Non c’è comandamento che non può essere infranto,
    e anche quelli che dico e quelli che i profeti dissero.
    17. Chi uccide per la causa della giustizia,
    o per la causa ch’egli crede giusta, non ha colpa.
    18. Gli atti degli uomini non meritano né il fuoco né i cieli.
    19. Non odiare il tuo nemico, perché se lo fai, sei in qualche modo suo schiavo.
    Il tuo odio mai sarà migliore della tua pace.
    20. Se ti offenderà la tua mano destra, perdonala;
    sei il tuo corpo e sei la tua anima
    ed è arduo, o impossibile, stabilire il confine che li divide.
    24. Non esagerare il culto della verità;
    non c’è uomo che alla fine del giorno,
    non abbia mentito a ragione molte volte.
    25. Non giurare,
    perché ogni giuramento è un’esagerazione.
    26. Resisti al male, però senza paura e senza ira.
    A chi ti colpisse sulla guancia destra, puoi volgere l’altra,
    sempre che non ti muova il timore.
    27. Io non parlo di vendette né di perdoni;
    l’oblio è l’unica vendetta e l’unico perdono.
    28. Fare del bene al tuo nemico può essere opera di giustizia e non è arduo;
    amarlo è impresa di angeli, non di uomini.
    29. Fare del bene al tuo nemico è il miglior modo di compiacere la tua vanità.
    30. Non accumulare oro in terra,
    perché l’oro è padre dell’ozio, e questo della tristezza, del tedio.
    31. Pensa che gli altri sono giusti o lo saranno,
    e se non è così, non è tuo l’errore.
    32. Dio è più generoso degli uomini,
    e li misurerà con altra misura.
    33. Da’ quello che è santo ai cani, getta le tue perle ai porci;
    ciò che importa è dare.
    34. Cerca per il piacere di cercare,
    non per quello di trovare.
    39. La porta è quella che sceglie,
    non l’uomo.
    40. Non giudicare l’albero dai frutti né l’uomo dalle opere;
    possono essere peggiori o migliori.
    41. Nulla si edifica sulla pietra, tutto sulla sabbia,
    però il nostro dovere è edificare come se fosse pietra la sabbia.
    47. Felice il povero senza amarezza e il ricco senza superbia.
    48. Felici i coraggiosi,
    coloro che accettano con uguale animo la sconfitta o le palme.
    49. Felici coloro che conservano nella memoria parole di Virgilio e di Cristo,
    perché queste daranno luce ai loro giorni.
    50. Felici gli amati e gli amanti
    e quelli che possono prescindere dall’amore.
    51. Felici i felici.

(J.L. Borgesda Elogio dell’ombra)