Salmo, la parola poetica dopo Auschwitz

20 gennaio 2018Lorenzo Cuffini

Scritto da MARIA NISII.

 

All’approssimarsi del giorno della memoria, sarebbero tanti i testi adatti a parlare di Bibbia, di letteratura e di shoah. Scegliamo uno dei testi di Paul Celan, poeta rumeno di origine ebraica, segnato dagli eventi della seconda guerra mondiale: la sua famiglia viene sterminata e lui si salva dalla deportazione sottoponendosi a diversi campi di lavoro.

Nonostante il successivo riconoscimento – Todesfuge, Fuga di morte, viene pubblicata nelle antologie tedesche – e una vita intensa dal punto di vista affettivo e delle relazioni artistiche, è attanagliato dall’angoscia tanto da arrivare al suicidio. Il suo impegno poetico sembra in gran parte rispondere alla domanda di T. Adorno se sia ancora possibile scrivere poesia dopo Auschwitz. Data la sua copiosa produzione la risposta sembra affermativa, e tuttavia la parola poetica non può essere più la stessa, come emerge in questo Salmo. Infine non è irrilevante ricordare come Celan sia autore di lingua tedesca, da lui mai rinnegata.

 

Nessuno c’impasta di nuovo, da terra e fango,

nessuno insuffla la vita alla nostra polvere.

Nessuno.

 

Che tu sia lodato. Nessuno.

È per amor tuo

che vogliamo fiorire.

Incontro a

Te.

 

Noi un Nulla

fummo, siamo,

resteremo, fiorendo:

la rosa del Nulla,

la rosa di Nessuno.

 

Con

lo stimma anima-chiara,

lo stame ciel-deserto,

la corona rossa

per la parola di porpora

che noi cantammo al di sopra,

ben al di sopra

della spina.

(Paul Celan, Salmo)

 

Come un salmo, questo poema leva la propria voce al Creatore. Che tu sia lodato – ma qui non si tratta di una lode, tradizionalmente intesa, quanto piuttosto di un grido, un lamento, perché non c’è più un Creatore ora a modellare quel pupazzo d’uomo impastandolo da terra e fango, per poi dargli vita insufflandone il soffio vitale nelle narici (Gen 2,7). Questa lode non ha contenuto, motivazione (“Cantate al Signore un canto nuovo perché ha compiuto meraviglie” – Sal 97 (98)) e l’amore non ha destinatario – per amor tuo, Nessuno.

 

Se il creatore è Nessuno, l’assente, l’uomo è Nulla, un niente, irrilevante per l’assenza di quell’Alterità che gli darebbe dignità d’essere – la fioritura.

A Nessuno (Niemand) dunque corrisponde il Nulla (Nichts) nella terra della desolazione che è anti-creazione. Solo terra, fango, polvere. Senza soffio vitale. Cenere.

 Eppure resta il desiderio dell’incontro, la tensione dell’anima verso il cielo – sebbene deserto per l’assenza del Creatore. L’apertura alla fecondità, che l’anima attende dal cielo (stimma e stame), si fa parola di porpora, decoro e orgoglio, rivestimento regale, che leva il suo canto oltre il dolore inscritto nel proprio essere (la spina della rosa). Il canto desolato resta canto, elegia, ‘salmo’ – parola testimone dell’immemorabile. E la creazione non scompare di fronte alla propria negazione, ma si fa parola oltre la parola. La parola poetica dopo Auschwitz.

 

  • Lettura in lingua originale dell’autore:

https://www.youtube.com/watch?v=KhbPbbJXu5Y