Giobbe. Romanzo di un uomo semplice (2).

1 luglio 2017Lorenzo Cuffini siegergiobbe

Riscrittura a puntate per l’estate

Scritto da MARIA NISII.

Mendel “sorrideva alla fede di sua moglie nel rabbi. Alla sua semplice devozione non occorreva una potenza mediatrice” (21), ma all’arrivo della moglie e al responso del rabbi scatena contro i figli la furia che ha dentro e quasi in trance, si placa solo all’arrivo degli scolari. Mendel è sempre un mite, un uomo modesto e timoroso, anche in famiglia; la sua perdita di controllo è segno della paura che si è insinuata in tutti loro e che si manifesta nella disgregazione delle relazioni familiari: Menuchim li separa, è pietra d’inciampo che non sanno superare insieme.

Pochi giorni dopo Deborah decide che è arrivato il momento di slegare la cesta e affida Menuchim ai fratelli, per i quali il piccolo è solo un peso, per cui non se ne curano. Il bambino resta così negli angoli delle strade, spesso in mezzo all’immondizia e mette in bocca qualunque cosa gli capiti, escrementi compresi. “Come un mucchietto d’immondizia se ne stava accucciato in un canto” (23) – ricordando il Giobbe piagato in mezzo alla cenere (2,8). Un giorno i fratelli lo tuffano più volte in un catino di raccolta dell’acqua piovana pieno di vermi e di ogni genere di rifiuti, sperando di ammazzarlo (eco della storia di Giuseppe e i suoi fratelli – Giuseppe prediletto dal padre, Menuchim dalla madre ma qui la ragione è il supplizio che lui rappresenta). Menuchim però sopravvive, testimone tenace della vita.

La sua sopravvivenza li riempie di paura, “una grande paura del ditino di Dio, che or ora aveva dato un lievissimo cenno” (24), un commento che qui e altrove la voce narrante inserisce quasi a ridicolizzare i suoi personaggi e il loro rapporto con Dio. Riferito ai fratelli si tratta probabilmente dell’unico accenno a un residuo di credenza (ditino, lievissimo).

Marito e moglie smettono di provare piacere l’uno con l’altro, segno della divisione che ormai s’è creata tra di loro, oltre che tra i figli e la madre “visibili… ma distanti” (26). La malattia di Menuchim sembra inoltre aver fatto perdere alla donna floridità e bellezza (25-6) – possibile eco di Giobbe 14,1ss in cui la fragilità umana è detta nei termini di un fiore che spunta e avvizzisce.Tutto quello per cui Deborah vive è il rapporto esclusivo con il figlio.

“Mamma” è infatti l’unica parola di senso compiuto che per molti anni Menuchim sembra capace di pronunciare: “quest’unica parola del bambino disgraziato era sublime come una rivelazione, potente come un tuono, calda come l’amore, clemente come il cielo, vasta come la terra, fertile come il campo, dolce come un frutto dolce” (27). È una rivelazione della voce di Dio (tuono, cielo, amore) e del radicamento alla vita (terra, fertilità, frutto).La madre è l’unica a capirlo (27-8): “a sua madre egli sembrava eloquente come un predicatore ed espressivo come un poeta” (28). Del piccolo minorato sono curiosamente descritti soprattutto i suoni che emette dalla bocca.

Rutilio Manetti (Siena 1571–1639)  Giobbe e sua moglie,
Rutilio Manetti – (Siena 1571–1639) – Giobbe e sua moglie

Un’improvvisa cesura fa trascorrere dieci anni: Mirijam diventa attraente e civettuola, Jonas e Schermarjah forti e robusti, dunque adatti alla leva: “ad altri giovani un Dio benigno e provvido aveva dato un’imperfezione fisica che poco li impediva e che li difendeva dal maligno” (31-2) è il commento ironico del narratore – ma noi sappiamo  che Roth era stato valutato inabile al servizio militare e che la sua posizione gli era apparsa vergognosa e penosa.

Deborah inizia allora a interessarsi anche a questi figli, per i quali si reca ancora una volta in pellegrinaggio al cimitero. Mendel invece si rifiuta di andare a chiedere aiuto ad altri come vorrebbe la moglie:“Che aiuto ti aspetti dagli uomini, se Dio ci ha castigato?” (39), un castigo che è evidentemente iniziato con la nascita di Menuchim. Deborah a questo punto esplode in una delle sue scene madri: lancia uno sputo ai piedi del marito, grida ed esce, spalancando la porta di casa. E dopo aver vagato per le strade buie e innevate del paese, si reca al cimitero lamentandosi furiosamente su una delle tombe.

Ripreso il controllo Deborah si rivolge infine a Kapturak, trafficone ben introdotto che può aiutare i figli a salvarsi, in cambio di una ingente somma di denaro. I risparmi della donna però non bastano e Mendel reagisce con il solito senso di impotenza di fronte al volere divino che li punisce: “i poveri sono impotenti, Dio… all’uno Egli dà e all’altro toglie. Io non so di che cosa ci punisce… Bisogna sopportare il proprio destino!… Contro la volontà del cielo non c’è potenza che tenga” (43) e cita un versetto biblico non riconoscibile, come gli ricorda Deborah: “Aiutati che Dio t’aiuta. Così sta scritto, Mendel! Tu sai sempre a memoria i versetti sbagliati. Molte migliaia di versetti sono stati scritti, quelli inutili li tieni tutti a mente!”. L’ironia dell’autore, attraverso la voce di questa popolana, semplice e focosa, è davvero efficace.

Mendel si sente offeso quando la moglie gli rinfaccia il suo essere solo un maestro. Criticarne la professione significa intaccare “la sua stessa esistenza” (44). E così il suo temperamento si fa meno bonario, arrivando a nutrire avversione per la donna, la cui presenza gli è diventata insopportabile tanto da considerare il loro matrimonio come una malattia. La divisione tra i membri della famiglia si fa sempre più acuta: il dolore vissuto come colpa è ribaltato sull’altro e sulla propria inadeguatezza.

  • Testo di riferimento: Joseph Roth, Giobbe. Romanzo di un uomo semplice, Adelphi, Torino, 2003 [ed. or. 1930]
  • In copertina : Sieger Koder, Giobbe

(continua)