Giobbe. Romanzo di un uomo semplice (3).

8 luglio 2017Lorenzo Cuffini delatour

Riscrittura a puntate per l’estate

Scritto da MARIA NISII.

Mendel sembra star bene solo in compagnia di Menuchim, dal quale cerca a ogni costo di carpire qualche segno di vita – il che succede solo con il suono forte del cucchiaio sbattuto contro un bicchiere, mentre per il resto il bambino è impassibile (ma sarà anche l’unico ricordo di questo periodo per Menuchim, già sensibile al suono). Mendel prova ripetutamente a cantillare per lui i primi versetti della Bibbia, come fa con i suoi scolari e gli grida: “Menuchim, io sono solo!… Perché taci, Menuchim? Tu sei il mio vero figliolo!” (46).

“Perché sono punito così?”… e si lambiccava il cervello alla ricerca di una qualche colpa e non ne trovava nessuna grave” (46): Mendel come Giobbe cerca una colpa in sé e non la trova – su questo i richiami biblici sono numerosi, tra i tanti: Gb 6,29: “la mia giustizia è ancora intatta” o 7,20: “se ho peccato, che cosa ti ho fatto?”

Con il trafficone Kapturak, Deborah riesce a contrattare per un solo figlio e, tornata a casa con la notizia, Jonas si dichiara pronto a fare il soldato. L’indomani mattina non lo trovano già più a casa e presto sapranno che è diventato stalliere del vetturino (non ebreo) di paese pur di allontanarsi dai suoi. Aspettando di partire come soldato, il giovane si introduce in quel mondo nuovo ubriacandosi e mettendo incinte le ragazze: a casa lo piangono come fosse morto. Più tardi, al culmine della disperazione Mendel ammetterà: “Jonas aveva ragione, Jonas, il più sciocco dei miei figli! I cavalli amava, amava l’acquavite, amava le ragazze… non ti potrò dire che avevi ragione a diventare un cosacco” (145).

L’altro figlio, Schemarjah, viene invece prelevato da casa da un messo di Kapturak e quindi accompagnato in terra straniera. Al momento di salutare il fratellino, viene fuori tutto il suo disagio: “fu come se avesse da baciare non un fratello ma un simbolo, che non dà risposta” (52). La partenza per lui è nostalgica, ma per i suoi acuisce il senso di vuoto che si è insinuato nella casa e tra loro: Jonas manda ogni tanto un saluto dalla città dove presta servizio, Mirjam non è quasi mai a casa. Menuchim, “l’unico figlio”, tende sempre le braccia ogni volta che Deborah si avvicina e ne cerca ancora il seno.

Rothgiobbe

Mirjam è sempre descritta come civettuola, ma la sua caratterizzazione è semplice e al limite dello stereotipo; ogni personaggio è connotato in alcuni tratti e poi resta fisso in quelli. L’unico a cambiare è Mendel e -inevitabilmente- Menuchim.

Una nuova cesura segna il trascorrere di un altro tempo non definito – il testo è composto di capitoli di varia lunghezza, ma in genere brevi che non costituiscono un vero e proprio stacco nella storia. La loro funzione sembra necessaria a far avanzare il tempo e dunque far progredire la vicenda familiare. Gli ultimi capitoli conoscono infine un notevole rallentamento, fino all’apice raggiunto nel penultimo, in cui si gioca con l’effetto del ritardo: è come se tutto il romanzo dovesse galoppare velocemente per raggiungere quel finale.

Nel normale scorrere della vita familiare, si presenta a casa Singer uno straniero accolto con tutto il sospetto e la preoccupazione che questa figura porta in sé. In realtà si scopre presto trattarsi di un americano, amico del figlio espatriato: Schemarjah è ora in America (ha fatto fortuna come un novello Giuseppe), è sposato, fa affari e si chiama Sam. Manda dei soldi perché i suoi possano raggiungerlo e alcune foto, in cui i genitori faticano a riconoscerlo.

All’inizio Mendel non ne vuol sapere di partire, ma la sera stessa dopo la preghiera al tempio si ferma casualmente fuori dal paese e vede sua figlia in compagnia di un cosacco – torna quindi la paura di mischiarsi con il mondo non ebreo, una paura che in Mendel sembra assumere i tratti della “colpa” a lungo invocata. Questo nuovo fatto gli fa improvvisamente cambiare idea sul da farsi: i tre partono ma lasceranno lì Menuchim alle cure dei vicini – una decisione di cui non si dà mai alcuna spiegazione.

“L’America è un paese benedetto… la Russia è un paese triste” (73): i pensieri di Deborah seguono una nuova fonte di eccitazione (là dove Mendel è pauroso e timoroso) e si esprimono quasi come una filastrocca (“Mendel non sarà più un maestro, padre di un figlio ricco sarà”). La sua è una modalità infantile e semplice di pensiero – in questo simile al marito, che pensa di andare in America perché lì non ci saranno più cosacchi per Mirjam. Ma sarà sufficiente lasciare il natio borgo per trovarne di nuovi, come lo stesso Mendel capirà.

(continua)

  • In copertina: Georges De La Tour, Giobbe e la moglie
  • Testo di riferimento : Joseph Roth, Giobbe. Romanzo di un uomo semplice, Adelphi, Torino, 2003 [ed. or. 1930], p. 9)