Il corpo di Cristo morto.

14 aprile 2017Lorenzo Cuffini

Scritto da MARIA NISII.

“Nel quadro era raffigurato Cristo, appena deposto dalla croce. A mio parere i pittori solitamente hanno l’abitudine di raffigurare Cristo sia sulla croce sia dopo la deposizione con un volto che, nonostante tutto, conserva delle sfumature di insolita bellezza; cercano infatti di conservarla tale anche dopo che ha subito i più terribili supplizi. Invece, nel quadro di Rogozin, la bellezza non trova espressione; si tratta infatti della rappresentazione in tutto e per tutto del cadavere di un uomo che, già prima di essere messo in croce, è stato sottoposto a infinite torture, ferite, percosse dalle guardie, percosse da parte del popolo, mentre portava la croce in spalla e quando cadeva sotto il suo peso, e che aveva sopportato il tormento della croce per sei ore (almeno, questo è quanto ho calcolato). A dire il vero si trattava del viso di un uomo appena tolto dalla croce, che conservava quindi un aspetto ancora assai vitale, caldo; niente aveva fatto in tempo a irrigidirsi, tanto che si poteva notare sul volto del cadavere la sofferenza, come se questi continuasse a sentirla (l’artista ha colto molto bene l’istante); quel viso però non era stato per nulla risparmiato: la natura veniva rappresentata per quella che è, e in verità così deve essere il cadavere di un uomo, chiunque egli sia, dopo aver patito simili torture. Io so che la Chiesa cristiana, fin dai primi secoli, ha stabilito che Cristo ha sofferto non in senso metaforico, ma realmente e che, di conseguenza, anche il suo corpo sulla croce è stato in tutto sottoposto alle leggi della natura. Nel quadro il suo viso è terribilmente sfigurato dai colpi, tumefatto, con tremendi lividi gonfi e sanguinanti, gli occhi sono spalancati, le pupille storte, il bianco degli occhi, vasto e scoperto, ha una specie di riflesso mortale, vitreo, Ma lo strano è che, mentre guardi il cadavere di quell’uomo martoriato, nasce in te un interrogativo singolare e curioso: un cadavere in condizioni veramente tali (e doveva essere proprio in quelle condizioni) lo hanno visto tutti i suoi discepoli, i suoi futuri apostoli, lo hanno visto le donne che lo avevano seguito ed erano rimaste sotto la croce, tutti quelli che credevano in lui e che lo adoravano; in che modo potevano credere, guardando quel cadavere, che questo martire sarebbe risorto? […] Le persone, che circondavano il morto, e che nel quadro non compaiono affatto, devono aver provato, quella sera, un’angoscia e un turbamento tremendi, tali da soffocare all’improvviso tutte le loro speranze e forse anche ciò in cui credevano. Dovettero separarsi, pieni di un dolore terribile, sebbene ognuno portasse in sé un pensiero grandioso che nessuno sarebbe riuscito a strappare mai più. E se il maestro in persona avesse potuto vedere, la vigilia del supplizio, la propria immagine, sarebbe salito lo stesso sulla croce e sarebbe morto come di fatto è avvenuto?” (Fëodor Dostoevskij, Idiota, p. 553-5)

Il mistero di morte raffigurato nel quadro interroga il giovane Ippolit, gravemente ammalato di tisi e con poco da vivere, che lo commenta nel lungo passaggio sopra riportato, ma catalizza anche l’attenzione degli altri personaggi. “Quel quadro! A causa di quel quadro uno potrebbe anche perdere la fede!” (295) afferma infatti il principe Myskin, protagonista “idiota” del romanzo. Entrambi però sembrano fermarsi all’immagine di morte e di fine, tale da sollevare l’interrogativo di fede: “Tu credi in Dio o no?” (395).

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Ippolit indugia nella descrizione dei segni di sofferenza, richiamando i racconti della passione. Ma in questo suo ripercorrere la vicenda di Cristo, l’immagine del quadro ne sembra il punto di arrivo. La resurrezione è ricordata come possibilità inconcepibile di fronte a quel corpo tumefatto (“in che modo potevano credere, guardando quel cadavere, che questo martire sarebbe risorto?”). La resurrezione resta nell’orizzonte di fede, ma è anche quella stessa fede che il quadro sembra mettere in crisi: “in che modo potevano credere?”. Il corpo ritratto suscita interrogativi profondi: quel mistero di morte sembra non trovare risposta e il grido del ragazzo parrebbe quasi rimandare alle lacrime di Giovanni da Patmos quando non si trovava nessuno degno di aprire il libro e di leggerlo (Ap 5,4). E se le domande non trovano risposta, pure la sofferenza a sua volta sperimentata dal ragazzo diventa altrettanto fine a se stessa. Per questo egli si sofferma tanto a lungo ad osservare il dipinto: il suo sguardo partecipe lo rende acuto al punto da fargli intravedere in quel corpo una vitalità che si è appena allontanata, quasi la possibilità di un calore che non ha ancora lasciato del tutto quelle membra e soprattutto il volto che ha registrato tutti i patimenti subìti.

 

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Pittore tedesco influenzato dalla ritrattistica rinascimentale italiana, Hans Holbein il giovane si distingue per la singolare capacità di penetrazione dell’animo umano, che rende mediante lo studio rigoroso e analitico del dettaglio. La sua produzione è particolarmente ricca sul fronte della ritrattistica (lavorerà alla corte di Enrico VIII, i cui tratti sono pervenuti fino a noi grazie al pennello del nostro artista) e questo suo personale talento appare evidente nel quadro al centro de L’idiota, dove campeggia il volto di un uomo dalle fattezze regolari e piacevoli e dai tratti quasi aristocratici. La spigolosità dei lineamenti, evidente soprattutto in mento e naso, colpisce e cattura lo sguardo a differenza della ritrattistica sacra che tende a rappresentare Cristo in immagini di solenne sobrietà. Holbein si pone in netto contrasto con tale tradizione già dalla posizione di profilo che sembrerebbe negarne la santità [1]. Ma ancora maggiormente nella presentazione di una figura esclusivamente umana.

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L’umanità di questo Cristo deposto dalla croce è tratteggiata con la cura dello scienziato più che dell’esegeta. Ai segni dei chiodi e della lancia mancano le tracce della flagellazione e della corona di spine. L’estrema magrezza ne farebbe un eremita del deserto più che l’uomo che si siede a tavola con farisei, pubblicani e peccatori. La barba curata lo ritrae come un galantuomo di corte attento alla moda più che un predicatore errante nella Palestina del I secolo. La rappresentazione appare pertanto più il frutto di un bizzarro gusto dell’epoca e del suo autore rispetto ad una possibile immagine realistica di quello che deve essere stato il corpo di Cristo in quel momento – come invece pare agli occhi di Ippolit. Una sfida che Dostoevskij ci rilancia e che tocca a noi lettori raccogliere, ovvero come possa salvarci questa bellezza. E se sia ‘bello’ questo Dio divenuto uomo, passato dallo stato cadaverico e inconcepibilmente annunciato come il Risorto.

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[1]“nell’iconografia ortodossa classica le uniche figure mostrate di profilo sono i demoni e – a volte – Giuda Iscariota. L’icona cerca di mettere chi la osserva o la venera dinanzi a uno sguardo diretto a cui è la luce divina a dare forma. Ilquadro di Holbein mostra (sebbene ciò non sia descritto esplicitamente nel romanzo) un cadavere visto di fianco per il lungo – non solo un uomo morto, congelato in un dato momento del passato […], ma un uomo morto di profilo, duplice negazione delle convenzioni iconografiche. In senso abbastanza letterale si tratta di una immagine ‘diabolica’” (RowanWilliams, Dostoevskij. Linguaggio, fede e narrativa, Borla, Roma 2011, p. 78)

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  • DOSTOEVSKIJ, Fedor, L’Idiota, Mondadori, Milano, 2011 (edizione originale, 1869)
  • In copertina : Hans Holbein il giovane, Il corpo di Cristo morto nella tomba, 1528