La passione di Gesù (2).

8 aprile 2017Lorenzo Cuffini

Scritto da NORMA ALESSIO.

 

Le rappresentazioni sacre si svolgevano durante le funzioni religiose, con la drammatizzazione delle storie dell’Antico e del Nuovo Testamento, richiamandosi al contenuto delle Sacre scritture commentate dal sacerdote, a cui lo spirito dell’autore doveva adeguarsi con devota e trasparente semplicità. Dovevano far riflettere sulla vanità del mondo e mostrare le gioie della salvezza ai buoni e gli orrori dell’inferno ai peccatori. In particolar modo, la scena culminante era sempre il Planctus Mariae o “Gran pianto” e dai testi superstiti si può constatare che qui l’appello all’emozione era esplicito: nel prologo di un mistero della fine del quattrocento, ad esempio, troviamo una frase, pronunciata da un attore che dopo aver accennato alle scene della Passione che verrebbero in seguito, si rivolge al pubblico, o meglio, a ogni singolo spettatore, e dice: Si tu non piangi quando questo vedi, non so se a Yesu Cristo vero credi”. Tra esortazione e minaccia, l’ammonimento viene ribadito poco dopo, alla conclusione del prologo, quando l’attore esorta il pubblico, “quando el vederete poi levar di croce, ciascuno divotamente alzi le mani rendendo grande iddio cola sua voce”.

I pittori così hanno riprodotto nelle loro composizioni il clima che hanno assaporato, impressionati dalle grandi kermesse popolari, dall’azione scenica che durava più ore ed in alcuni casi anche più giorni. Con l’innato spirito di osservazione carpiscono agli attori atteggiamenti, movenze, vibrazioni d’animo e rivivono l’azione scenica tanto più intimamente quanto più la loro sensibilità ha vibrato durante l’esecuzione del dramma teatrale.

Particolari sono le pareti dipinte con scene della Passione in chiese fondate dai frati minori osservanti fra il 1421 e il 1500 circa, con una tipologia architettonica e decorativa prestabilita dall’ordine che prevede una parete–tramezzo, immaginata come la configurazione architettonica pittorica della celebrazione. Posta a diaframma di due parti distinte della navata interrotta a metà altezza, crea da un lato il luogo alla liturgia della parola e della predicazione proclamata dal pulpito, e dall’altro la chiesa conventuale con lo spazio più interno, per la liturgia eucaristica. Nei tramezzi veniva narrata la vita di Cristo attraverso una serie di immagini e di episodi, secondo un programma iconografico che perdurò per più di mezzo secolo, dal 1475 circa al 1530 circa che, pur ammettendo delle variazioni sul tema, doveva essere rispettato nelle sue linee essenziali da tutti i priori che intendessero far affrescare le pareti diaframma.

Due chiese, erette secondo questo schema in Piemonte a oggi esistenti, sono San Bernardino di Ivrea con il tramezzo decorato da Martino Spanzotti nel 1455 e Santa Maria delle Grazie a Varallo con il tramezzo decorato da Gaudenzio Ferrari nel 1513.

Tramezzo decorato da Gaudenzio Ferrari in Santa Maria delle Grazie - Varallo Sesia
Tramezzo decorato da Gaudenzio Ferrari in Santa Maria delle Grazie – Varallo Sesia

Il prototipo del programma iconografico dei tramezzi era costituito da una grande Crocifissione, dipinta sopra l’ingresso, che conduceva alla chiesa dei monaci, affiancata da venti riquadri che illustravano la vita e la passione di Cristo, insistendo soprattutto sugli ultimi episodi del dramma. Spesso era anche rappresentato il giudizio universale sulla controparete opposta al tramezzo verso l’ingresso/uscita o nella parte inferiore dello stesso, per far rammentare quello che avverrà alla fine.

Tramezzo decorato da Martino Spanzotti - San Bernardino di Ivrea
Tramezzo decorato da Martino Spanzotti – San Bernardino di Ivrea

In altre tipologie di chiese, come la Confraternita di San Francesco a Santa Vittoria d’Alba, i riquadri della Passione sono dipinti sulle pareti perimetrali dell’unica navata e la scena della Crocifissione è riprodotta nella parete di fronte  l’ingresso, così da far cogliere la sua centralità rispetto all’intero racconto.

Il racconto della Passione, oltre ad essere decorato su pareti, era dipinto su teli, Fastentucher, montati nelle chiese nel periodo quaresimale dal medioevo, diffusi in Europa, per nascondere alla vista l’altare dal Mercoledì delle Ceneri fino al momento della liturgia, in cui il celebrante leggeva il passo del Vangelo di Luca (23,45) dove narra che, prima della morte di Cristo, “il velo del tempio di squarciò nel mezzo”; allora venivano calati e messi da parte, dopo che avevano assolto la loro funzione di sostenere i fedeli durante il periodo della penitenza. Erano in lino, monocromi, proprio per il periodo liturgico di penitenza e astinenza che sembrava in questo modo più incisivamente sottolineato. In Italia abbiamo tali esempi in quelli di Genova, originari della chiesa dell’abbazia di San Nicolò del Boschetto, che rientrano a pieno titolo nella vasta produzione europea di tele quaresimali dipinte e forniscono un raro e prezioso esempio cinquecentesco di un genere ancora molto sviluppato nel settecento e nell’ottocento.

cantelami

  • In copertina: Gaudenzio Ferrari, Crocifissione, dalla parete tramezzo in Santa Maria delle Grazie – Varallo Sesia