La ricerca del quinto evangelio

25 novembre 2017Lorenzo Cuffini 5evangelo1

Scritto da MARIA NISII.

“Se i vangeli non sono rimasti un libro come tanti, finito e concluso nei confini del suo tempo, ciò è accaduto anche perché il modo in cui ci è stato trasmesso il messaggio del Cristo ci ha predisposti alla tensione verso l’apocrifo… la quale per un verso si esplica nella domanda: “Cos’altro ha potuto dire il Cristo che noi non conosciamo?”, e giustifica appunto la fioritura degli apocrifi in quanto tentativo, maldestro quanto si vuole, d’integrare noi la sua Parola.”

(Mario Pomilio, Il quinto evangelio, L’orma ed., Roma, 2015, pag. 25)

 

Chiedersi che cosa d’altro può aver detto Cristo che non conosciamo è tutt’altro che una curiosità maliziosa o eterodossa per il fatto di essere instillata dai vangeli stessi e in particolare dalla finale di Giovanni: Vi sono ancora molte altre cose compiute da Gesù che, se fossero scritte una per una, penso che il mondo stesso non basterebbe a contenere i libri che si dovrebbero scrivere (21,25). È da questo assunto che l’ampio testo di Mario Pomilio si dipana (prima edizione 1975, ma recentemente riedito dall’editore L’Orma per i quarant’anni in una versione integrata di altri scritti dell’autore e alcuni approfondimenti critici sull’opera), svolgendo la sua tesi in un’originale forma letteraria, che fa della narrazione romanzata un compendio di documenti, lettere, testi teatrali e rappresentazioni sacre, frammenti e leggende.

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Pomilio scrive un romanzo teologico costruendolo con il tipico motivo della quest, qui coniugata in una ricerca storico-filologica che assume da subito i connotati di un itinerario spirituale e personale dell’uomo che ne ha fatto la propria vocazione, fondendo l’istinto e la passione dello studioso all’inquietudine di un Assoluto. La ricerca ha per oggetto il Quinto Evangelio, vero protagonista del romanzo, costantemente citato in documenti e lettere rinvenuti nel corso della vicenda, che sembrano tessere un filo rosso lungo le diverse epoche della storia del cristianesimo; ma infine il testo in sé rimane sfuggente e irraggiungibile ai suoi cercatori.

 

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Il Quinto Evangelio si presenta come emblema del cristiano, “sempre in bilico tra la certezza che la verità sia già tutta scritta… e la tendenza a considerare i Vangeli qualcosa di simile a un libro aperto e quasi la prima trama d’un contesto di verità che aspettano da noi il loro completamento” (33) e pertanto una costante nella storia della chiesa, per cui si dice “che si manifesta ogni volta che gli uomini ne hanno bisogno” (45-6) e che d’altra parte “scompare quando la Chiesa si corrompe” (145). Ma a coloro che lo cercano viene semplicemente risposto: “Procura di trovare il Cristo e avrai trovato il quinto evangelio” (79).

Che cosa sia questo quinto vangelo è suggerito a più riprese nel corso di tutto il romanzo: non si tratterebbe di un altro vangelo o di un testo diverso ed estraneo agli altri, bensì nel Quinto “le parole assumono un suono diverso, e quasi si fanno più intense” (131). Il Quinto Evangelio pare inoltre coincidere con una sempre maggiore conoscenza delle Scritture: “penetrando sempre più negli Evangeli, “cercandovi la carità”, come domanda San Paolo, l’intelligenza che ne avremo sarà così perfetta, che veramente sarà come se ne avessimo composto un quinto” (212). In breve, “il quinto è come un libro che il Signore ha lasciato aperto. Lo scriviamo tutti noi con le opere che compiamo, e ciascuna generazione v’aggiunge una parola” (144).

 

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Questo testo irraggiungibile, quasi mitico deposito della verità, rappresenta peraltro la vitalità della Parola che, in quanto tale, non può restare racchiusa in nessun testo. E per questo nell’autodefinizione personificata contenuta nel dramma teatrale, il Quinto Evangelio così dice di sé: “potrei essere tutti quei libri [Vangeli] messi insieme. Sono gli apocrifi, sono tutti coloro che si sono ripiegati sulla Parola per meditarla e commentarla, sono l’insieme dei cristiani che nel corso dei secoli si sono interrogati intorno a chi fosse il Cristo, sono la somma della tradizione e il simbolo della ricerca” (339). Una summa della tensione che ha da sempre accompagnato la vita della chiesa e di tutti gli uomini in ricerca autentica del Signore; Cristo infatti “non ci ha dettato una verità, ci ha lanciati in un’avventura” (340).