Silenzi e grida: la Strage degli innocenti

29 dicembre 2017Lorenzo Cuffini

Scritto da  LORENZO CUFFINI.

 

Erode, accortosi che i Magi si erano presi gioco di lui, s’infuriò e mandò ad uccidere tutti i bambini di Betlemme e del suo territorio dai due anni in giù, corrispondenti al tempo su cui era stato informato dai Magi. Allora si adempì quel che era stato detto per mezzo del profeta Geremia: “Un grido è stato udito in Rama, un pianto e un lamento grande;Rachele piange i suoi figli e non vuole essere consolata, perché non sono più. ” (Mt 2, 16-18)

 

La memoria liturgica della Strage degli innocenti piomba sul credente ancora attardato nell’atmosfera sospesa e intenerita della notte di Natale, riportandolo bruscamente al binario vero e duro su cui prende a correre , fin dall’inizio, la vicenda terrena di quel bambino nato a Betlemme. Emarginazione da un lato e persecuzione dall’altro. Un risveglio  traumatico e doloroso, che si conficca come un chiodo  proprio là dove si era scoperta e riscaldata una nuova  e impensabile speranza: nella tenerezza innocente e indifesa di un bambino. Ancòra non si è spenta l’eco dello stupore davanti al Dio che si fa neonato, che proprio su neonati come Lui e bimbetti poco più grandi si manifesta la ferocia e la spietatezza cinica della caccia all’uomo. E’ dunque sulla sofferenza clamorosamente ingiusta di poverissimi innocenti senza macchia che ci si scontra – e ci si scotta – con la prima grande contraddizione ( almeno apparente)  del  Dio narrato nei Vangeli.

Come “trattare” questa materia incandescente e dolorosa, come “riscriverla”,  nel rappresentarla? Muovendosi – sembrerebbe – tra il silenzio inorridito  di chi non ha parole e l’urlo di chi prova la tragedia sulla propria pelle. Con Dio  ” assente” ,  un  vuoto  che interroga e pesa angosciosamente.

Guido_Reni_-_Massacre_of_the_Innocents

Era il 1611 quando Guido Reni, a Bologna, dipinse  Strage degli Innocenti , originariamente destinata  alla Cappella Berò nella chiesa di San Domenico, oggi conservato nella pinacoteca della città  ( e dal gennaio 2018, in esposizione per un mese ad Aosta). L’artista, secondo i canoni dell’epoca, ambienta la scena su uno sfondo classico, una quinta architettonica di portici, edifici e mura di città. Ma  la staticità monumentale  è come smentita dal movimento della scena rappresentata in primo piano, dove si svolge il dramma. Due uomini, seminudi e armati,  irrompono da opposti lati, a pugnali sguainati, determinati e senza pietà nella decisione dei loro gesti di violenza. Uno afferra e tira a sé per  i capelli  una madre urlante  devastata dal terrore, verso la quale leva il braccio per menare il colpo; l’altro alza alta l’arma, coprendo con un’ombra di morte (nei giochi del chiaroscuro) un bimbo che  lo segue con lo sguardo pieno di paura. Intorno ai due, un gruppo di madri e figli, a esprimere tutta la gamma delle reazioni davanti a tanta ferocia di morte: spavento, dolore, implorazione, rabbia, “impietrimento”. Le donne, specialmente, sembrano rappresentare i diversi aspetti della maternità viscerale:  la madre che protegge e la madre che soccombe , la madre che supplica e la madre che grida di dolore. Nella parte bassa del dipinto, in primo piano, c’è una mamma immobile, raffigurata con le mani giunte in grembo e gli occhi al cielo, con i corpicini dei bambini morti ai piedi: come a  prefigurare e ricordare a ogni credente l’immagine familiare delle ” Pietà ” della Madonna. Si potrebbe dire che il quadro, in alto e in basso, è dominato dal silenzio: il cielo, gli edifici, gli angioletti – bambini come gli altri, solo angelicati , che porgono rami di “palma del martirio” verso  terra – e, più giù, la madre in silenziosa e attonita preghiera. Mentre la parte centrale è come attraversata e sconvolta dallo scoppio della violenza selvaggia e del massacro. Tutto giocato tra silenzio e grida, tra fughe e arresti pietrificati dall’orrore, tra scene in movimento e staticità delle cose, questo  ritmo di contrasti sembra rimbalzarci addosso la assurdità e la molteplicità contraddittoria del male di cui siamo capaci.

Cosa sorprendente: se facciamo un salto di più di trecento anni e cambiamo il mezzo di espressione, passando dalla pittura al cinema, nel Vangelo secondo Matteo di Pasolini ( 1964) , ritroviamo la stessa scena, e raccontata nello  stesso spazio delimitato  dalle stesse tracce: silenzio, e urla; immobilità  e movimento frenetico, calma innaturale e precipitoso andare in  tutti i sensi. All’inizio ci si sofferma  sulla “normalita’”  quasi professionale di chi opererà il massacro: lunghi primi  piani indugiano sulle espressioni – più impassibili che feroci – dei soldati che stanno per entrare in azione. In un silenzio rotto solo dal vento, dalle froge dei cavalli e dal  pianto in lontananza, premonitore, di un bambino. Primi piani lunghi, senza moto e muti: come una lunga  pausa  di preparazione , incongrua se paragonata  al brulichio dei gesti che si scatena con l’avvio dell’”operazione”. La  preannuncia e sottolinea la musica drammatica, essenziale e solenne , e  la scatena  un fischio popolano. Ripresa da lontano, la scena , giu’ per le pendici di un monte, ricorda in qualche momento il viavai sconvolto di un formicaio quando lo si scoperchia all’ improvviso; fino alle immagini più ravvicinate  della strage vera e propria. Caccia, inseguimento, fuga, cattura, uccisioni: in pochi istanti, lo schermo è come preso da un vortice di movimento di cui i suoni in crescendo , mescolando voci in canto,  urla ,  pianti  e caotici  rumori d’ambiente , formano l’inquietante  colonna sonora .

Fuori campo, in  un tono concitato più che solenne, la  voce narrante ripropone le parole di Geremia ricordate da Matteo,  con quel pianto che conosciamo tutti molto bene : troppo grande per potere ( e soprattutto, volere) essere consolato da qualcuno.

 

  • In copertina: Particolare de “LA STRAGE DEGLI INNOCENTI” di Guido Reni