Betsabea, la bella

31 Dicembre 2022Lorenzo Cuffini

Scritto da   MARIA NISII.

 

Genealogia al femminile (4).

 

L’anno dopo, al tempo in cui i re sogliono andare in guerra, Davide mandò Ioab con i suoi servitori e con tutto Israele a devastare il paese degli Ammoniti; posero l’assedio a Rabbà mentre Davide rimaneva a Gerusalemme. 2 Un tardo pomeriggio Davide, alzatosi dal letto, si mise a passeggiare sulla terrazza della reggia. Dall’alto di quella terrazza egli vide una donna che faceva il bagno: la donna era molto bella di aspetto3 Davide mandò a informarsi chi fosse la donna. Gli fu detto: «È Betsabea figlia di Eliàm, moglie di Uria l’Hittita». 4 Allora Davide mandò messaggeri a prenderla. Essa andò da lui ed egli giacque con lei, che si era appena purificata dalla immondezza. Poi essa tornò a casa.5 La donna concepì e fece sapere a Davide: «Sono incinta».(2Sam 11)

Betsabea, quarta figura femminile citata nella genealogia matteana, arriva nella vita del re Davide quando questo grande personaggio della storia biblica è ormai maturo e ha raggiunto un certo distacco dalle imprese militari, tanto che il racconto inizia rimarcando come “al tempo in cui i re sogliono andare in guerra, Davide…rimaneva a Gerusalemme”.Di fatto non ci viene detto perché Davide non sia partito per la guerra e tutto l’episodio, come altri brani biblici, presenta una serie di ambiguità. Il re si alza, passeggia sulla terrazza e vede una donna. La pigrizia e la vita rilassata del re, mentre il suo esercito combatte, sembrano la causa di quello che seguirà. Il narratore riferisce una storia turpe,eppure presenta i fatti in modo neutrale e senza formulare giudizi. Al lettore resta il compito di indagare negli interstizi.

Il re di Israele poteva avere tutte le donne che voleva, ma non la donna di un altro, in quanto anch’egli sottoposto alla legge di Dio: “Non commetterai adulterio, non desidererai la moglie del tuo prossimo (Es 20,14.17; Dt 5,18.21).Quando Davide chiede informazioni su di lei, Betsabea è presentata come figlia e moglie, probabilmente perché padre e marito fanno parte del gruppo militare scelto del re: Betsabea è infatti figlia di Eliàm e moglie di Uria l’Ittita. Ma prima ancora di conoscerne l’identità, il lettore scopre che è bella, molto bella. Quanto al resto dell’episodio, la donna sembra semplicemente subire le altrui manovre. Descritta come mero soggetto passivo, non è dato conoscere il suo coinvolgimento né se ella sia consenziente.Si limiterà a far sapere della gravidanza, perché in quel caso in gioco c’era la condanna che pendeva sulle donne adultere (Lv 20,10).

“Avete mai visto lapidare una donna, Natan? Io sì. Mio padre mi ci portò da bambina, per mettermi in guardia su ciò che poteva capitare a una moglie infedele. Quando ho visto che il sangue del mese non veniva, mi è subito tornata in mente quella poveretta, i suoi gemiti, la testa maciullata alla fine non si capiva più che era una faccia” (Geraldine Brooks, L’armonia segreta p. 208)

Carlo Francesco Nuvolone, Susanna al bagno (XVII sec)

 

Dopo lo scontro con Golia, l’episodio di Davide e Betsabea è tra i più noti del ciclo davidico. A partire dalle rappresentazioni iconografiche, Betsabea ricorre più frequentemente di tutte le altre mogli e di tutti gli altri personaggi che hanno fatto parte della vicenda di re Davide. Indubbiamente il lato voyeuristico della storia contribuisce, come l’immagine della nudità in cui è perlopiù ritratta lascia intendere. La scena di Betsabea che fa il bagno la immortala nell’esibizione dei seni e nella posa lasciva, alla stregua di Susanna nel libro di Daniele c. 13, che secondo alcuni autori sarebbe una riscrittura della vicenda davidica.

Condannata a essere bella, Betsabea, più che soggetto, è soprattutto oggetto dello sguardo altrui. Anche nelle riscritture:

“La donna era uscita nella corte dietro la dimora dei Cretei e dei Peletei, aveva fatto il bagno e ora si stava asciugando con un grande telo di lino, i suoi capelli ondeggiavano. Persino Safan, che ancora ignorava che cosa fosse il desiderio, capì all’istante che era quasi spaventosamente bella. Il re sporse la lingua fra le labbra e protese il capo pesante e bramoso come se cercasse di raggiungere le fragranze della donna e cogliere il suono morbido dello strofinìo delle sue membra; aveva il respiro pesante e ansimava” (Torgny Lindgren, Betsabea p. 13)

La bellezza nella Bibbia è un dato di duplice segno: da un lato sembra connotare la donna come essere di desiderio e adatta all’amore, dall’altra il potere seduttivo può piegare (o essere piegato) a scopi più o meno nobili e fin degenerare in perversione e violenza. Abbiamo già visto come Sara, in virtù della sua bellezza, aveva fatto temere Abramo per la propria vita, ragione per cui egli chiede alla moglie di farsi passare per sua sorella. È bella Giuditta (Gdt 8,7; 12,13), donna fatale per l’assiro Oloferne ma mezzo di salvezza per il popolo ebraico minacciato, la quale astutamente si veste e adorna per rendersi “molto bella, tanto da sedurre qualunque uomo l’avesse vista” (Gdt 10,4). È bella d’aspetto Ester, la fanciulla che diverrà regina e che salverà il suo popolo dai raggiri del consigliere di corte. Naturalmente è tale Susanna (Dn 13,31), definita inoltre “assai delicata”come a porla fuori dalla portata dei “vecchioni” che hanno posato gli occhi su di lei. Ripetutamente bella è detta la giovane del Cantico dei Cantici:

Quanto sei bella, amata mia, quanto sei bella!
Gli occhi tuoi sono colombe,
dietro il tuo velo.
Le tue chiome sono come un gregge di capre,
che scendono dal monte Gàlaad.
(Ct 4,1)

Ma appunto la bellezza può assumere valore di altro segno, se unica e vuota dotazione, ingannevole incantamento. Diventa perciò attributo ineluttabile nella metafora del tradimento a Dio con l’immagine della prostituta.

Un anello d’oro al naso di un maiale,
tale è la donna bella ma senza cervello.
(Pro 11,22)

È per le tante seduzioni della prostituta,
della bella maliarda, della maestra d’incanti,
che faceva mercato dei popoli con le sue tresche
e delle nazioni con i suoi incantesimi.
(Na 3,4)

 

Marc Chagall, Davide e Betsabea, 1955

 

Betsabea, femme fatale, è però anche donna del destino, in quanto madre della futura discendenza davidica:

“La scorsi in modo distratto, mi allontanai dal parapetto, continuai a camminare sulla terrazza, e bruscamente dovetti riavvicinarmi a quell’improvviso osservatorio: per rivederla, per guardarla. Mi sembrò bellissima: ma la sola bellezza sarebbe stata sufficiente a farmi cadere nel pozzo dove più tardi mi ritrovai? Ne dubito. Era bella, sì, e lo è tuttora, ma non era affatto l’incarnazione suprema della bellezza. E io non avevo forse tutte le donne che volevo? Bisogna dunque ammettere che qualcosa di diverso intervenisse”(Carlo Coccioli, Davide p. 258).

Ci sono donne inevitabili nella vita degli uomini e Batshéva non era un capriccio di David. Era la donna che poi gli avrebbe partorito il preferito fra i figli, Salomone, era il destino scritto in un libro”(Erri De Luca, «Il Salmo degli assassini» in Ora prima, p. 107).

Donna fatale, passiva e adultera suo malgrado, dopo l’assassinio del marito ordito dal re, Betsabea sembra catapultata in un nuovo ruolo: assolve ai doveri del lutto, diventa moglie di Davide e partorisce un figlio. Tutto appare normalizzato, adulterio e omicidio come assorbiti dal correre degli eventi, ma i commentatori fanno notare che il racconto continua a parlare della donna sempre come «moglie di Uria», un fatto che pare non possa essere modificato neppure dal nuovo matrimonio.

«Il re Davide è rimasto ormai preso nel vortice inarrestabile del peccato. E tutto è tragicamente cosificato, per salvaguardare gli interessi e il potere del re: la donna usata per il piacere di una notte, il bambino considerato come un oggetto di cui disfarsi falsamente attribuendone la paternità a un altro, il fedele suddito a cui ha cercato di togliere dignità e volontà facendolo ubriacare e a cui poi ha tolto anche la vita, rendendolo definitivamente ‘cosa’: un cadavere inanimato. È il meccanismo tipico del peccato, che ingrandisce sempre più: Betsabea è bella, allora la si prende; rimane incinta, allora si manda Uria da lei; Uria non ci va, allora bisogna ucciderlo. Si è cominciato con un adulterio e si finisce con un omicidio, per perpetrare il quale si fanno perire anche altri innocenti, ancora altre vittime inconsapevoli travolte dal dilagare inarrestabile del male» (Bruna Costacurta, Con lo scettro e con la spada, p. 188).

Betsabea uscirà parzialmente dal ruolo passivo in cui la narrazione l’ha racchiusasolo verso la fine del ciclo davidico, per esigere una promessa a vantaggio del figlio Salomone.  Eppure le riscritture letterarie interpretano variamente il suo personaggio ma mai con tratti passivi, evidentemente frutto della sensibilità moderna, ma pure con lo scopo di ridonare profondità a una figura appena abbozzata che pare aver molto da dire ad autori e autrici contemporanee.Perché appunto in quella storia – come in tante altre – quella che manca è proprio la voce femminile.

“Quando era tornata nella propria dimora aveva d’improvviso incominciato a tremare di debolezza o forse di febbre, quasi avrebbe desiderato stendersi sulle lastre di pietra del pavimento come durante il terremoto, poiché in vero stava tremando come per un terremoto. Ma riuscì a domare i polmoni ansimanti e le membra fiaccate, con uno sforzo che le fece dolere il cuore e offuscare lo sguardo, compì le abluzioni con gesti all’apparenza calmi ed abitudinari, si pettinò con cura i capelli e si preparò per la notte.” (Torgny Lindgren, Betsabea p. 32)

«Avete idea di cosa passai quella notte? David mi adoperò come un… ricettacolo, e con quale furia! I segni mi sono rimasti addosso per un mese, avevo il terrore che Uriyah li scoprisse […] Quando mi fece allontanare dalla reggia, mettendomi in mano un gioiello, neanche fossi una meretrice, la cosa finì lì per lui. Ma non per me. Temevo che qualcuno riferisse a Uriyah che ero stata disonorata. Non l’avrebbe sopportato, perché per Uriyah l’onore era tutto» (Geraldine Brooks, L’armonia segreta p. 208)

“…le storie ci permettono anche di vedere il nostro male. Il re Davide sa bene di compiere il male quando non solo giace con Betsabea, la moglie del suo fedele comandante Uria, assente perché combatte per lui contro gli Ammoniti, ma addirittura ordina che venga mandato a combattere in prima fila e in luogo esposto affinché muoia e lui possa nascondere il suo peccato. Sa che è male ma il suo conoscere le leggi del Signore non lo salva. Lo salva la narrazione del profeta Natan che gli racconta una storia di sopraffazione in cui il re Davide si può riconoscere e così il suo senso di giustizia si risveglia. Lascia il delirio di essere assoluto, sovrano che tutto può, e riconosce l’appartenenza a una storia in cui ha per compagno fedele il Signore.” (Mariapia Veladiano, “La vita si fa storia”, Osservatore romano7 maggio 2020)

Amnon e Tamar (anonimo, XVII sec.)

 

Prima di dare vita a nuovi racconti, la Bibbia è già a sua volta una miniera di riscritture. E se, come visto, Betsabea al bagno ha dato probabilmente lo spunto all’episodio di Susanna nel libro di Daniele, anche la violenza di Amnon figlio di Davide sulla sorellastra Tamar ripete solo in modo più drammatico il comportamento che Davide ha avuto con Betsabea [secondo alcuni autori questo episodio di 2Sam 13 sembrerebbe lì posto proprio con l’intenzione di denunciare il comportamento del re come uomo e come padre].

Dopo questo, accadde che, avendo Assalonne, figlio di Davide, una sorella molto bella, chiamata Tamar, Amnon figlio di Davide si innamorò di lei.(2Sam 13,1)

La lussuria di Davide nei confronti di Betsabea è marchio indelebile nella sua storia, tanto da restare attaccato alla sua discendenza. L’impulso di un momento diventa un gorgo senza fondo. E qui non occorre spiegare – tutti gli uomini e le donne ne hanno esperienza. Eppure biblicamente, forse, c’è un di più:

«Un giorno David osò chiedere a Iahvè perché lo trattava così. Voleva conoscere la vera differenza fra i patriarchi e lui. Iahvè disse: ‘I patriarchi li ho messi alla prova. Tu non sei stato messo alla prova. La tua prova sarà una donna’» (Roberto Calasso, Il libro di tutti i libri p. 52).

La bellezza di Betsabea è la prova per il grande re, che non mancava di mogli e concubine e che nella vita ha sperimentato tutti i ruoli, compresi quello di perseguitato e persecutore. Davide è stato un re di sangue e di passione.

La storia della scrittura sacra si compie in mezzo al sangue e alla miseria, non nella quiete di un convento. Procede tra scorie e purificazioni, tra cadute e rinascite. Riconoscere un filo di provvidenza qui è meno ragionevole che altrove, eppure ci dev’essere e il credente, non io, qui è chiamato a pronunciare un altro dei suoi sofferti amèm” (Erri De Luca, Le sante dello scandalo p. 42).

Sangue e miseria sono l’impasto di fango e soffio di vita di cui siamo fatti. Questo è l’umano, chimera mostro prodigio, cloaca di incertezza e di errore:

“Che chimera è dunque l’uomo? Quale novità, quale mostro, quale caos, quale soggetto di contraddizioni, quale prodigio? Giudice di tutte le cose, ottuso lombrico, depositario del vero e cloaca di incertezza e d’errore… Prendi atto, o superbo, di quale paradosso sei a te stesso! Umiliati, ragione impotente! Taci, debole natura, impara che l’uomo va infinitamente al di là dell’uomo” (Blaise Pascal)

 

Betsabea e la sua bellezza fatale ci hanno condotti a riflessioni di tono quaresimale, più che natalizio. Non era previsto… Eppure, forse, qualcosa si può sempre salvare. Una bellezza altra, che non si sciupa con il tempo, resa eterna dalla memoria e dalla parola poetica. Come l’eterna gioventù degli amanti del Cantico… E in fondo Davide generò Salomone, autore del Cantico secondo la tradizione…

La bellezza delle donne che ci hanno cambiato la vita
più profondamente di cento rivoluzioni
non si perde, non dilegua con gli anni
per quanto svaniscano i tratti
per quanto si deformino i corpi.
Resta nei desideri suscitati un tempo
nelle parole giunte anche in ritardo
nell’esplorazione incerta della carne
nei drammi mai venuti alla luce
nel riflettersi delle separazioni,
nelle identificazioni totali.
La bellezza delle donne che cambiano la vita
resta nelle poesie scritte per loro
rose perenni che effondono sempre lo stesso profumo,
rose perenni, come da sempre dicono i poeti.

Patrikios Titos, Rose perenni

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  • In copertina: Rembrandt, Betsabea con la lettera di David (1654)

 

 

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