Animali comuni dei Vangeli ( e dove trovarli)

16 giugno 2018Lorenzo Cuffini

GIOTTO, Ingresso di Gesù in Gerusalemme, Cappella degli Scrovegni

 

Scritto da  GIAN LUCA CARREGA.

 

I vangeli sono principalmente racconti di incontri tra esseri umani ma in essi c’è spazio anche per gli animali che gravitano attorno a loro. Si tratta degli animali comuni nella Palestina di quel tempo, alcuni in comune col nostro habitat e altri no. Con buona pace degli amanti dei felini, non si trovano mai i gatti (a dire il vero sono menzionati solo una volta in tutta la Bibbia, cfr. Bar 6,21) e persino il miglior amico dell’uomo, il cane, si trova appena due volte: quando Gesù invita a non dare ai cani le cose sante (Mt 7,6) e quando queste bestiole leccano le ferite del povero Lazzaro (Lc 16,21).

Qui, comunque, non vogliamo occuparci di tutti gli animali dei vangeli ma solo di quelli che hanno qualcosa di importante da dirci. Partiamo dai serpenti. Va bene, non vi stanno simpatici. Neppure a Gesù, se è per questo. L’unico caso in cui si parla positivamente di serpenti è quando in Gv 3,14 Gesù si paragona al serpente che Mosè innalzò nel deserto per alludere alla sua crocifissione portatrice di salvezza. Il serpente rimane una minaccia mortale, della quale però i discepoli non dovranno preoccuparsi: li prenderanno in mano senza danno (Mc 16,18), li calpesteranno (Lc 10,19). Di certo il Signore non vuole fare loro un complimento quando chiama scribi e farisei “serpenti” e “razza di vipere” (Mt 23,33). Ma la menzione più curiosa rimane quella di Mt 10,16 dove Gesù invita i discepoli a essere “prudenti come i serpenti”. Non è molto chiaro perché i serpenti debbano essere considerati prudenti. È vero che alcuni di loro sono molto riservati e si nascondono all’apparire di un essere umano, ma non è la prima caratteristica che viene in mente. Dato che il libro della Genesi presenta il serpente come la più astuta (phronimotatos) di tutte le bestie e che Gesù invita ad essere phronimoi come loro, viene da pensare che inviti i discepoli ad un atteggiamento deciso, senza troppe esitazioni e riguardi nelle scelte essenziali.

E a proposito di astuzia, diciamo qualcosa sulle volpi, che di questa dote paiono essere l’emblema. Così è nella nostra cultura e così è anche in quella greco-romana, ma quando leggiamo in Lc 13,32 che Gesù dà della volpe a Erode Antipa, intende davvero riferirsi alla sua furbizia? Non abbiamo nessun elemento che ci faccia pensare che questo Erode fosse particolarmente astuto, forse quindi è a qualche altra caratteristica che dobbiamo ricollegarlo. Tenuto conto che gli antichi distinguevano a stento tra la volpe e lo sciacallo, può essere un riferimento al suo essere sanguinario, come dimostra la crudele esecuzione di Giovanni Battista.

E chiudiamo la rassegna con l’asino. Tutti sanno che Gesù entra in Gerusalemme a dorso di mulo, ma la questione è meno chiara di come può sembrare. I vangeli sinottici raccontano tutti e tre l’ingresso trionfale nella città santa, ma solo Matteo specifica che avviene su un’asina e il suo puledro (Mt 21,7). Marco e Luca parlano genericamente di un puledro, che almeno in teoria potrebbe essere anche di cavallo. Ma probabilmente ha ragione Matteo nell’evidenziare il parallelo con il re messianico descritto dal profeta Zaccaria (9,9) che nella sua umiltà procede cavalcando un asino: Gesù pare compiere un’azione simbolica che lo contraddistingue come sovrano mite e non come un guerriero in sella al suo destriero. Dell’asino, invece, era nota la pazienza – forse sarebbe meglio parlare di rassegnazione – con cui affrontava i carichi a cui veniva sottoposto, essendo per gli antichi l’animale più sfruttato in ambito lavorativo. Da qui se ne è celebrata la mitezza e la pazienza, al punto che la tradizione lo ha voluto accanto alla mangiatoia nella stalla di Betlemme.

 

 

Gustave Doré, Il Povero Lazzaro