Barabba ( seconda parte)

18 Ottobre 2020Lorenzo Cuffini

 

Scritto da  MARIA NISII.

 

Arazzo Atti degli apostoli, Il Sacrificio di Listra, 1517-1519

 

 

Sebbene rifiutato, Barabba continua a cercare quegli uomini devoti all’uomo crocifisso perché desidera capirne la fede. Tuttavia, quando rivela loro di non credere nella resurrezione, questi lo portano a incontrare Lazzaro, dalla cui vista Barabba resta molto turbato perché il resuscitato versa ora in uno stato tra la vita e la morte: voce atona, parlata lenta, occhi smorti, colorito ceruleo. Se non può smentire il fatto della resurrezione in quell’uomo, non può però ritenerla una cosa buona. Si allontana così da loro, non solo per l’impossibilità di accettare quella fede, ma anche per il rifiuto che i cristiani continuano a opporgli non appena lo riconoscono come colui che è stato liberato al posto di Gesù. Per diverso tempo versa quindi in uno stato di apatia, finché decide di lasciare decisamente Gerusalemme dopo aver assistito ad analogo rifiuto della Leporina.

Barabba infatti non è l’unico personaggio ad avere caratteri somatici che lo trasfigurano in reprobo e come qualcuno da tenere a distanza. Una serie di popolani sfilano infatti nel romanzo assieme alla loro figura impacciata, che ne segna l’identità: la leporina, la grassona, il guercio. Un’umanità brutalizzata già dalla natura, prima ancora che dagli altri uomini. Gli stessi seguaci di Cristo guardano con disprezzo alla donna dal labbro deforme durante un raduno dal sapore liturgico, in cui ciascuno prende la parola per testimoniare. Eppure, quando anche la Leporina decide infine di parlare (in obbedienza alla richiesta dello stesso Gesù che l’aveva invitata a dare testimonianza di lui), su tutti scende un imbarazzo e presto l’adunata viene sciolta. Barabba, che ha assistito a tutto in un cantuccio nascosto, si allontana disgustato.

Frattanto iniziano le persecuzioni e tra le prime a cadere nelle mani dei sacerdoti è proprio la Leporina che, fedele alla richiesta di Gesù, ne predica la dottrina dell’amore, parlando del rinnovamento che verrà per tutti i poveri e i disgraziati. Ironia vuole che sia un cieco a denunciarla agli uomini della legge, e che poi si rifiuterà di scagliare la prima pietra al momento della condanna. Al suo posto la lancia un custode della legge che, nel trambusto seguito alla lapidazione, Barabba pugnala a morte per vendetta. Prima di morire la donna ha una visione di Gesù verso cui si protende. Nella notte Barabba torna a riprendersi quel corpo martoriato dalla natura e dagli uomini, caricandoselo sulle spalle per andarlo a seppellire in terra di Madian, da cui lei proveniva e dove pure era stato sepolto il bambino nato morto, perché maledetto dai suoi quando ne avevano scoperto la gravidanza. Nel viaggio Barabba riflette sulla sventurata, che ha creduto in un salvatore che non solo non l’aveva salvata, ma che ne aveva voluto il sacrificio e che lui ora stava iniziando a odiare.

Fin qui solo la prima parte di un bellissimo romanzo sul tema della fede e dell’impossibilità del credere. Barabba è il reietto in una società di uomini che quelli come lui li tiene alla larga, e non solo per timore di essere derubati di quel poco che possiedono. Da questa realtà neppure i cristiani si differenziano, come dimostra l’episodio della Leporina durante il raduno liturgico: «Tutti si guardavano fra loro impacciati: era come se essa avesse messo in ridicolo ciò che li aveva condotti in quel luogo. E forse lo aveva anche fatto! Forse avevano anche ragione. E sembrava che, dopo ciò, desiderassero soltanto che la loro riunione avesse termine il più presto possibile» (p. 68). La donna si era limitata a testimoniare la sua fede, come avevano fatto altri prima di lei, ma con la sua parlata impacciata, per via della malformazione al labbro e per il nervosismo a esprimersi di fronte a tanti, era stata solo causa di imbarazzo.

Barabba ha il marchio del reietto sul volto e il suo stesso nome diventa segno di quel rifiuto – Barabba il liberato! Il suo è un nome che non può caratterizzarlo: figlio di un padre (dall’ebraico: bar abbà), come chiunque altro, tranne lui che non ha mai saputo chi fosse suo padre. Eppure in questo romanzo non tutti i personaggi hanno un nome; neppure Pietro è nominato e Maria viene detta solo «la madre». Barabba si è legato, nel solo modo in cui è capace di farlo, con la Leporina, e poi con una prostituta, detta «la grassona». Neppure di sua madre si conosce il nome, mentre del padre il narratore rivela che si tratta di quell’Eliahu che l’ha pugnalato sotto l’occhio con l’intento di ucciderlo. Il padre l’ha marchiato, mentre la madre l’ha maledetto. E con questa eredità Barabba si muove nel mondo, incapace di legarsi altrimenti da come fa. L’insolito rapporto che vivrà in schiavitù con Sahak (un armeno con cui condivide le catene in miniera) non è stato cercato e si rivela l’unico autentico: molti anni dopo a Roma si sveglia, cercando ancora la catena che non può più trovare. A differenza delle tante altre figure che sfilano attorno al protagonista, questo schiavo armeno ha però un nome, dunque una dignità intrinseca. Alla sua morte Barabba assiste, come tempo addietro aveva assistito alla morte di Gesù.Questo bel romanzo racconta la storia drammatica di chi non può vivere la fede, scegliendo di focalizzare l’attenzione su un personaggio che raramente era stato ritenuto degno d’attenzione. Alcuni decenni dopo solo un’altra autrice, per quanto ci risulta, lo farà in uno dei quattro racconti del Vangelo dei bugiardi. Ma Naomi Alderman, ebrea, è interessata alla storia antica di Israele e sposa la tesi del Barabba zelota, pure abbracciata da diverse pellicole cinematografiche che raccontano il dopo crocifissione, senza fare del liberato una figura importante. Il Barabba di Lagerkvist invece è un personaggio complesso, e dunque più accattivante, dotato di un passato ignoto e di un’irrequietezza esistenziale senza nome, un anelito alla vita spirituale a cui non riesce a fare spazio. È attratto da Gesù e sulla sua strada continua a incontrarne i seguaci, ma la sua curiosità non trova requie. E non solo perché respinto. Egli vive l’impossibilità di una fede che chiede di credere in ciò che sembra impossibile – un Dio che si lascia crocifiggere come uno schiavo, un salvatore che non salva e sembra chiedere il sacrificio della propria vita. Barabba non può abbandonarsi alla fede, visto che non sa che cosa sia il fidarsi, né può vivere il comandamento dell’amore, perché la sua storia glielo impedisce. Non è mai stato «alfabetizzato» all’amore, anche se è in grado di compiere un gesto di pietà seppellendo la Leporina.

 

 

 

Alessandro Ceni, in postfazione, ricorda come la scansione in scene richiami la struttura del dramma religioso, sostenendo che il romanzo di Lagerkvist sia «lo studio di un essere che dal suo stato primitivo di bruto evolve in uomo, a causa di un trauma rivelativo». La rivelazione di quell’alone di divinità che avvolge Gesù, lo ha cambiato e da quel primo incontro egli non è più lo stesso; persino chi lo conosce si accorge del cambiamento. Il narratore onnisciente ne mostra lo sguardo di altri, quando riferisce il suo disinteresse alle cose del mondo. La prostituta (la grassona), che gli vuol bene, capisce da dove abbia avuto origine quella trasformazione, ma a sua volta non può accedere al livello della fede. Gli altri briganti invece pensano si tratti semplicemente dell’effetto della morte scampata. Il continuo spostamento di focalizzazione, dall’esterno all’interno e fino all’onniscienza, sembra voler chiedere al lettore di guardare a sua volta il protagonista prendendo posizione con tutti gli elementi a propria disposizione. Quanto all’onniscienza narrativa, che emula il punto di vista divino, la si vede comparire e scomparire, come a voler ricalcare in forma letteraria la presenza divina sul protagonista.

Barabba è in cerca di qualcosa e per questo si sposta continuamente da un luogo a un altro senza tregua. Suo malgrado, persino la vita da schiavo (altro paradosso del nome, questa volta del nome attribuitogli dai cristiani: il liberato) conosce luoghi e situazioni diverse. L’ironia narrativa è efficace proprio nel raccontarne la tensione: il liberato viene reso schiavo ma è lì che per la prima volta si «lega» veramente a un altro essere umano, continuando fino alla fine a desiderarne il vincolo nel segno della catena. Colui che nasce senza legami, e che non può conoscere la legge dell’amore, mostra un istinto «naturale» per l’altro dopo l’incontro con Cristo. Il resto lo lasciamo alla lettura: un romanzo da non perdere!

 

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2.Fine ( la prima parte dell’articolo è stata pubblicata su questo blog in data 10/10/2020)

 

 

 

 

 

 

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