Citazioni evangeliche e papali di maniera in Pasolini

4 Novembre 2019Lorenzo Cuffini

 

 

Scritto da DARIO COPPOLA.

 

Il più iconico film pasoliniano che cita la Scrittura è, per chi scrive (e non solo), La ricotta. All’inizio, in esergo, è citato il vangelo secondo Marco: «Non c’è nulla […] di segreto che non debba essere messo in luce. Se uno ha orecchi per intendere, intenda!» (Mc 4,22-23).

E, ancora, Pasolini cita il Quarto vangelo: «Scacciò tutti fuori dal tempio con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiavalute e ne rovesciò i banchi, e ai venditori di colombe disse: “[…] non fate della casa del Padre mio un luogo di mercato”» (Gv 2, 15-16).

Questi versetti sono scelti per descrivere un gesto rivoluzionario di Gesù. Pasolini vi vede qualcosa di suo.

La citazione di Gv 2 v’è pure in Uccellacci e uccellini (1966), nel racconto di frate Ciccillo: parabola pasoliniana, mirabilmente interpretata da Totò, nella quale è rappresentato san Francesco, che fa un riferimento (ossimorico) alla Tesi su Feuerbach n. 11 di K. Marx: «I filosofi hanno […] interpretato il mondo, ma si tratta di trasformarlo».

Subito, senza soluzione di discontinuità, il personaggio di san Francesco profetizza che «un uomo dagli occhi azzurri» verrà e dirà: «Sappiamo che la giustizia è progressiva […] progredisce la società, si sveglia la coscienza […] vengono alla luce le disuguaglianze […] fra classe e classe, fra nazione e nazione […] minaccia […] alla rottura della pace».

Questa seconda parte del discorso non appartiene alla prededente citazione di Marx, anche se molti hanno riconosciuto lui nell’uomo dagli occhi azzurri.

Non è neanche  un riferimento alla parusia, la seconda venuta di Cristo; sarebbe troppo… Tuttavia – ed è una nostra scoperta inedita – Pasolini non è andato lontano da Gesù…

Infatti, egli ha citato qui proprio il vicario di Cristo, al rientro dal di lui viaggio negli Stati Uniti: Paolo VI, che aveva gli occhi azzurri (Marx no), pronunciò proprio queste parole nell’Udienza generale del mercoledì 6 ottobre 1965.

Per tornare a La ricotta (1963), ci limitiamo, in questo intervento, a dire che si tratta di un mediometraggio di 37 minuti, compreso in Rogopag – Laviamoci il cervello, che rielabora il solo testo di Lc 23,42: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno».

La traduzione non è fedele al testo lucano, unico tra i vangeli canonici a riportare  l’episodio. Nel film il ladrone buono parla di «regno dei cieli» e del concetto, qui rivisto da Pasolini, di «Padre tuo», che richiama per contrasto quello di «Padre nostro» (Mt 6,9), a indicare la relazione filiale adottiva che ogni uomo ha con Dio, diversa da quella filiale del Cristo; nel testo greco (Lc 11,2) compare solo Pater, senza aggettivo.

Il regista friulano, manierista perché amante del manierismo, non ha resistito alla tentazione di rielaborare e ridipingere il Mistero di Cristo, con tratti fiabeschi ai confini col visionario e l’onirico, ammantandolo di mistero umano.

 

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