Con la volpe convien volpeggiare

13 Novembre 2021Lorenzo Cuffini

Scritto da GIAN LUCA CARREGA.

Le metafore sono una risorsa preziosa della lingua, rendono vivace il discorso, alimentano la nostra fantasia. Non c’è neppure da essere eruditi per introdurle nelle nostre conversazioni. “Ho una fame da lupo!”. “Sono stanco come un mulo”. Sono frasi che appartengono ai dialoghi quotidiani e funzionano per convenzione. Non c’è ragione di pensare che un lupo abbia più appetito di un leopardo, né che un husky si stanchi di meno a tirare una slitta. Però una volta che un’associazione si impone, diventa difficile cambiarla. E chi non appartiene allo stesso ambito culturale fa fatica a decifrare queste combinazioni, che spesso si tramandano senza una logica apparente.

La Scrittura appartiene anch’essa a un dato ambito culturale, il mondo del bacino mediterraneo antico, e ovviamente ha tradizioni e metafore di natura locale. Ci sono iraci che si rifugiano tra le rocce e non elefanti in rotta verso la savana. Ma anche laddove gli animali sono gli stessi, possono assumere caratteristiche diverse a seconda dei contesti. In Luca 17,37 Gesù riporta un proverbio curioso: “Dove sarà il cadavere, là si raduneranno le aquile”. Di solito le traduzioni italiane cambiano le aquile in “avvoltoi”, perché noi siamo abituati ad abbinare questi rapaci alla consumazione delle carcasse. Ed è anche possibile che il termine greco aetos includa gli avvoltoi nella famiglia delle aquile per quanto siano biologicamente diversi.

Un problema di identificazione si pone anche a proposito di un altro detto di Gesù in Luca, quando riferendosi ad Erode Antipa dice: “Andate a dire a quella volpe…” (Luca 13,32). Il greco alopex è inequivocabile, ma Gesù non parlava greco e nelle lingue semitiche il termine shual/tha‘la può indicare tanto la volpe quanto lo sciacallo. A quale dei due animali si riferiva Gesù per alludere a Erode? A livello metaforico questo ha la sua importanza, perché se la volpe viene spesso usata come riferimento simbolico per l’astuzia, sia nelle favole greche che negli aneddoti rabbinici, la stessa cosa non può dirsi per lo sciacallo. Ma se Erode non viene preso di mira per l’astuzia, a che cosa dobbiamo pensare come punto di comparazione? Il grande esperto del vangelo di Luca François Bovon ipotizza che il confronto sia – come spesso avviene nella letteratura antica – con il leone. Il leone è il vero predatore nobile, mentre la volpe/sciacallo hanno una potenza trascurabile. Nel finale di questo vangelo si vedrà che Erode non ha lo stesso potere di Pilato, davanti al quale è come una volpe/sciacallo in confronto al leone. Certamente è un’ipotesi stimolante. Ma per restare al contesto del vangelo, possiamo osservare che i versetti successivi di Luca introducono una nuova metafora nell’apostrofo che Gesù rivolge alla città santa: “Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti e lapidi coloro che sono mandati a te, quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli come una gallina la sua covata sotto le ali e voi non avete voluto!” (Luca 13,34). Leggendo in successione questi testi si ha l’impressione che Gesù intenda proteggere la sua nidiata dagli attacchi che può ricevere e la volpe non è forse la minaccia principale del pollaio? Il contesto, comunque, presuppone che Erode non sia l’unica volpe a minacciare questa covata, ma che tutta l’autorità, inclusa quella religiosa, non faccia gli interessi di chi è debole. Ecco perché devono stare in guardia da questi potenti: quando la volpe predica, guardatevi, galline.

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