COOPERANTI

22 Giugno 2019Lorenzo Cuffini

Scritto da  GIAN LUCA CARREGA. 

 

Non tutti i miracoli di Gesù sono uguali. Detto così, si rischia di rasentare l’ovvietà: ci sono portenti operati sulla natura, guarigioni di ammalati, risuscitamenti, esorcismi, eccetera eccetera. Ma non è soltanto la tipologia ad essere varia, anche il ruolo dei destinatari – quando il miracolo è rivolto ad una persona umana e non alla natura – può cambiare. In alcune situazioni il beneficiario ha un ruolo totalmente passivo: è il caso – e non potrebbe essere altrimenti – del defunto che viene risuscitato (Lazzaro, la figlia di Giairo, il figlio della vedova di Nain). Ma vi sono anche altre circostanze in cui non pare esserci alcun coinvolgimento da parte del diretto interessato nel processo terapeutico. È il caso ordinario dei sommari di miracoli (Mc 1,32-34), dove l’iniziativa della richiesta cade sui familiari o amici ed è anche la situazione dell’indemoniato della sinagoga di Cafarnao (Mc 1,23-28) o dell’uomo dalla mano inaridita (Mt 12,10-13). L’impressione è che Gesù possa guarire come risposta a precise richieste come pure prendere spontaneamente l’iniziativa. Ciò aprirebbe le porte ad una lunga riflessione sulla fede che è richiesta per accedere ai miracoli, ma non è su questo pur fondamentale aspetto che vorrei soffermare l’attenzione. Qui non intendo occuparmi della fede “prima del miracolo” quanto di quella “durante”. E per farlo vorrei confrontare due situazioni relativamente simili del vangelo secondo Giovanni.

 

Palma il Giovane, Piscina probatica, 1592

 

In Gv 5,1-15 Gesù decide di interpellare un invalido che giace accanto ad altri infermi su una barella domandandogli se voglia guarire (v.6). La domanda è meno banale di quanto possa sembrare. Gesù non sta chiedendo se in generale sarebbe contento di rimettersi in piedi (e vorrei vedere), ma lo interroga sulla sua reale volontà di ottenere quel beneficio. La risposta dell’uomo è significativamente evasiva. Dicendo di non avere nessuno che lo butta nell’acqua quando ci si attende un miracolo si sta giustificando per la sua condizione attuale ma non guarda al futuro. Inoltre non ha alcuna aspettativa sul potere terapeutico di Gesù e non prende minimamente in considerazione l’idea che possa ricevere la guarigione senza essere immerso nella piscina. Tutto quello che fa è obbedire al comando di Gesù che gli ordina di prendere la barella e camminare. Sai che sforzo.

 

Orazio De Ferrari, 1606 -1657, Guarigione del cieco nato

 

Poco più avanti ci imbattiamo in un’altra guarigione, quella del cieco nato (Gv 9,1-7). Anche qui è Gesù a scegliere di guarire quest’uomo ma la modalità di esecuzione è più complessa, passa attraverso la realizzazione di un impiastro e l’invio alla piscina di Siloe. Proprio questo passaggio merita considerazione. Non che la passeggiata fino a là fosse particolarmente onerosa, ma l’adempimento del comando è meno scontato rispetto al prendere su la barella. E la dimostrazione viene da un precedente illustre, quello del generale siriano Naaman a cui come terapia per guarire dalla lebbra il profeta Eliseo prescrive di lavarsi sette volte nel fiume Giordano (2Re 5,10-14). Per quanto possa sembrare strano, la stravaganza della richiesta suscita lo sdegno di Naaman che se ne va adirato rifiutandosi di obbedire. Solo l’insistenza dei servi, che metteranno in evidenza la facilità della cura, riuscirà a rabbonirlo e a fargli conquistare la guarigione. Perciò il lettore che conosce l’episodio dell’AT non darà affatto per scontato che il cieco eseguirà l’ordine di Gesù. Gli è richiesta una forma di collaborazione che il cieco è pronto a dare. Le conseguenze si faranno sentire nel prosieguo dei racconti. Il paralitico non mostra alcuna riconoscenza nei confronti di Gesù (passata la festa, gabbato lo santo), mentre il cieco avvia un graduale cammino di avvicinamento a Gesù che lo porta infine a prostrarsi dinanzi a lui riconoscendolo come “Signore” (9,38). Perciò non è esagerato affermare che la modalità del miracolo riflette in un certo modo l’attitudine spirituale del personaggio in causa nei confronti di Gesù.

 

Cornelis Engebrechtsz ,1462–1527, Naaman al fiume 

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  • In copertina : Renato Rascel nei panni del cieco nato (fotogramma da Gesù di Nazaret di Franco Zeffirelli). 

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