Creature d’acqua

30 Luglio 2022Lorenzo Cuffini

Scritto da  MARIA NISII.

 

 

 

 

Questa primavera è passato per le sale un piccolo film indipendente di un regista esordiente, inglese di origini pakistane, che racconta la storia di un incontro tra culture e religioni, After love. Ambientato tra Calais e Dover la religione cristiana è di fatto fuori campo, a parte un breve accenno, mentre al centro troneggia quella islamica. La protagonista Mary assume il nome Fahima quando si converte all’islam prima di sposare il marito Ahmed, che conosce quando è ancora giovanissima e con cui vive un lungo matrimonio fino alla morte improvvisa di lui.

Il film si apre sull’inquadratura della coppia che discute a distanza: lei in cucina prepara una bevanda calda per entrambi, mentre lui è nella stanza accanto, visibile dalla porta aperta nella profondità di campo. Lo si sente rispondere fino all’arrivo di lei con le tazze, quando lo spettatore comprende che non vive più. Poco prima i due stavano discutendo del rito della rasatura praticato sui neonati: alla donna fa ancora effetto continuare a vedere quelle piccole teste senza capelli, ma lui dice che è qualcosa di simile al battesimo quando si immerge la testa del bambino nell’acqua. Lei accenna sommessamente al fatto che non è proprio così che avviene.

 

 

Nella scena successiva Mary-Fahima è totalmente ricoperta dall’abito bianco del lutto, circondata da familiari e amici che ne condividono la fede, ma in parte anche estranea a quanto sta succedendo e ai segni di lutto di chi vorrebbe condividerne la pena. L’immagine della locandina la isola infatti sulla scena, statuaria e mastodontica, in un salotto invaso dall’acqua, come un diluvio che le è penetrato in casa, devastandola. L’acqua e l’abito del lutto sono infatti i due grandi simboli della storia, che si intrecciano in diversi momenti del racconto.

Mary-Fahima torna sulle scogliere dove un tempo andava ad attendere la nave del marito, fa le abluzioni prima della preghiera, si immerge nell’acqua del mare per lenire il suo dolore – un’immersione come un battesimo, come un bisogno di rinascita che stenta a raggiungerla. E il velo, come la fede ormai parte di sé, l’avvolge senza contenerne la corporeità straripante su cui la macchina da presa indugia quasi spietata.

 

 

Fahima e Ahmed hanno vissuto a Dover. Lui era capitano di nave e per lavoro passava sovente da una parte all’altra del mare che separa l’Inghilterra dalla Francia. Quando lo sapeva in arrivo, lei si avvicinava alle scogliere sbracciandosi per salutarlo. Solo dopo la morte del marito, la donna saprà che dall’altra parte Ahmed si era fatto un’altra famiglia. Ma prima di partire e di superare il mare per andare a conoscere la donna francese con cui ha condiviso il suo uomo, Mary torna sulla scogliera e guarda al di là come persa.

 

 

L’incontro tra le due donne, l’inglese e la francese, è costruito come un gioco a specchi, dove ciascuna ripete i gesti che sono già stati dell’altra. Come la casa di Mary è metaforicamente devastata dal diluvio, quella di Geneviève sembra sgretolarsi – giustificandone solo apparentemente la necessità del trasloco. Entrambe entrano nella casa dell’altra a cercare tracce della vita del proprio uomo quando era assente – ora lo sanno – per stare con l’altra.

Il figlio avuto da Mary è morto neonato, mentre il figlio di Geneviève, Solomon, è un adolescente ribelle che teme di rivelare la sua omosessualità. I tre si conoscono, si separano e infine si ricongiungono. La macchina da presa li inquadra sulle scogliere, dalle quali gradualmente si allontana, lasciandoli a una vita nuova senza Ahmed, l’uomo che hanno condiviso e che continuano ad amare.

 

 

In questo film il mare è quasi un personaggio, oltre a essere simbolo di lutto. È diluvio che sommerge improvvisamente la vita, l’elemento in cui ci si vorrebbe perdere – come l’immersione tra le onde a Calais – alla ricerca di una leggerezza impossibile. Mary-Fahima vi si immerge con tutti i vestiti come si trovasse nel suo elemento, e che la scena sia ripetuta (sebbene solo nel trailer) sta a sottolinearne la centralità. La donna nell’acqua sembra affrancarsi dal suo peso, il peso di una corporeità segnata dagli anni, dalle tracce di una gravidanza finita in tragedia, ma insieme anche peso del dolore.

 

 

In tutte le religioni l’acqua è simbolo di purezza e purificazione (abluzioni), rigenerazione (battesimo), fecondità (madre primordiale, vita, amore divino). Ma in questi ultimi anni il cinema sembra aver stimato in modo speciale il legame simbolico dell’acqua con il femminile. Ne sono esempio, oltre a questo recente, altri due film degli ultimi anni: La forma dell’acqua di Guillermo del Toro (2017) e Maria Maddalena di Garth Davis (2018).

 

 

Il primo è ambientato negli anni Sessanta nell’America della Guerra Fredda. La protagonista è Elisa, una giovane muta che lavora come donna delle pulizie in un centro scientifico sperimentale, dove casualmente scopre una creatura anfibia su cui si stanno eseguendo crudeli esperimenti. Sentendo un’inusitata somiglianza con questa forma di vita antropomorfa, con cui entra subito in comunicazione, la donna riesce a salvarla decidendo infine di unirsi al suo mondo marino. Mettendo al centro una creatura esclusa dal consorzio umano, che si sente affine solo ad altri “diversi” (una collega di colore, un vicino omosessuale), questa fiaba racconta l’amore che nasce tra due esseri marginali (e per questo vittime di soprusi), rendendo questo amore simbolo di salvezza – immanente, com’è ovvio attendersi, o “antidoto al cinismo” come il regista l’ha definito. Una fiaba secolarizzata allora, in cui l’acqua resta elemento vitale, fonte di rigenerazione a vita nuova e dimensione dell’amore, ove realizzare la felicità che la società emersa non sa offrire.

 

 

Maria Maddalena inserisce invece questo elemento come cifra simbolica della discepola di Gesù che, unica donna in un mondo di uomini, deve superare lo scetticismo e gli ostacoli che la sua femminilità incontra. La protagonista, già originaria di un paese sul lago di Tiberiade, sin dalla prima scena è alle prese con reti da sbrigliare. Nell’acqua sarà poi battezzata dal Nazareno con una triplice immersione, ma è ancor più nell’immagine subacquea di lei che il film gioca a caratterizzarla. Maddalena infatti si sente “immersa” e sprofonda (col pensiero) ogni volta che ha bisogno di staccarsi da quanto la circonda.

Come Mary-Fahima e come Elisa, anche Maddalena cerca nell’acqua un senso di liberazione, un affrancamento dai“pesi” della vita sulla terra. Pur nelle diverse sensibilità e sottolineature, attraverso il simbolo dell’acqua i tre film offrono una visione della spiritualità come oggi siamo capaci di pensarla, come fossero alla ricerca di vie nuove e meno compromesse dai modi tradizionali. Come visto non si tratta tanto di un simbolo nuovo, anzi, l’acqua è quasi “il” simbolo per eccellenza, tanto da essere comune a tutte le forme religiose della storia, pur nelle varie accezioni. Invece è il diverso modo di rappresentarlo a dirne la novità. E che al centro ci siano tre protagoniste femminili, sembra suggerire la forza di questa ricerca incarnata in volti nuovi e tradizionalmente marginalizzati nelle religioni e nelle società.

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