Dopo Auschwitz

25 Gennaio 2020Lorenzo Cuffini

Scritto da MARIA NISII.

 

Dopo Auschwitz non c’è teologia:
dai camini del Vaticano si leva fumo bianco,
segno che i cardinali hanno eletto il papa.
Dalle fornaci di Auschwitz si leva fumo nero,
segno che gli dei non hanno ancora deciso di eleggere
il popolo eletto.

 

Dopo Auschwitz non c’è teologia, ovvero non è possibile un discorso su Dio – sostiene Yehuda Amichai (Germania 1924 – Israele 2000), tra i massimi poeti di cultura ebraica, se non il maggiore, secondo alcuni. Come altri ebrei[1], è emigrato in Palestina negli anni ’30, fintanto che era ancora possibile. Prima viveva in Germania, ma tornerà in Europa a combattere durante la seconda guerra tra le file dell’esercito inglese.

La shoah ha rappresentato una cesura per la storia del popolo ebraico – dopo niente è più stato lo stesso. In Dopo Auschwitz si rinvengono alcuni dei tratti di quel ripensamento, che qui si esprime in versi, nonostante lo scetticismo di alcuni[2] o forse proprio a partire da quella sfida. Al vertice del ripensamento troviamo Dio, come ripensarlo, dirlo, crederci.

“Dopo Auschwitz non c’è teologia…”: se dopo Auschwitz non sembra possibile un discorso su Dio, dai luoghi in cui la teologia è ancora praticata – la Chiesa, il Vaticano – si leva una fumata bianca. E questa fumata viene contrapposta al fumo nero dei forni crematori, luogo del silenzio di Dio. Il contrasto del colore dei fumi vuole dire l’opposizione inconciliabile tra le due situazioni: il bianco è segno di elezione avvenuta, il nero nega un’elezione che c’è già stata -da tempo immemore, come raccontato nella Bibbia, secondo cui il popolo ebraico è il popolo eletto, scelto, designato da Dio tra tutti i popoli della terra.

Nel luogo del fumo bianco si parla di Dio, nei luoghi del fumo nero di Dio non si può parlare e Dio stesso ha taciuto. Il plurale della divinità sembra accoppiato col plurale di cardinali: gli uni non hanno ancora deciso di eleggere, mentre gli altri eleggono. Un accostamento che contrasta ancor di più rispetto al colore dei fumi e che rimarca l’assenza del divino, riducendolo al rango cardinalizio.

 

Dopo Auschwitz non c’è teologia:
le cifre sugli avambracci dei prigionieri dello sterminio
sono i numeri telefonici di Dio
da cui non c’è risposta
e ora, a uno a uno, non sono più collegati.

 

“Dopo Auschwitz non c’è teologia” si ripete all’inizio di ogni strofa, ma in questa seconda cambia il segno. Prima era il colore del fumo, immagine di un’elezione, ora si tratta dei numeri sugli avambracci, marchio del prigioniero, che riduce l’uomo a bestia.

“In principio” tutto è sgorgato dalla parola divina e Adamo ha dato un nome al mondo esistente, proseguendo la tradizione del linguaggio verbale. Adesso i numeri imposti sulle braccia degli uomini sembrano rappresentare un imbarbarimento di quella nominazione primigenia. Allo stesso modo anche a Dio non ci si rivolge più con la comunicazione interiore, ma cercando un ausilio tecnico.

In questa strofa il contrasto gioca sull’immagine del numero: il nome che ogni prigioniero doveva imparare immediatamente (perché era con quello che veniva chiamato all’appello e non rispondere poteva significare la morte); e il numero a cui Dio non risponde o che non chiama (già che non elegge)[3], perché si è perduto il collegamento. Ma ancor più forte è il legame tra il numero-nome del prigioniero ridotto a bestia e il numero in grado di mettere in contatto con il divino: un’impronta del divino tatuata come visione aberrante e grottesca della creazione a immagine.

 

Dopo Auschwitz c’è una nuova teologia:
gli ebrei morti nella Shoah
somigliano adesso al loro Dio
che non ha immagine corporea né corpo.
Essi non hanno immagine corporea né corpo.

 

La terza strofa modifica parzialmente il ritornello: “Dopo Auschwitz c’è una nuova teologia”, ovvero torna a essere possibile il discorso su Dio, ma questo dovrà essere diverso, segnato dall’evento traumatico che si è verificato.

In quest’ultimo passaggio si sviluppa meglio il tema già suggerito in precedenza a proposito della creazione dell’uomo “a immagine e somiglianza”. Se prima il contatto Dio-uomo era nel segno del tatuaggio impresso sul braccio, ora si tocca il fondo: la somiglianza con il divino è nei cadaveri; l’immagine, invece, è nella negazione del corpo.

Il secondo comandamento vieta di farsi immagine di Dio, di antropomorfizzarlo, perché appunto Dio non ha immagine corporea né corpo. In questo senso allora quei corpi defunti gli somigliano, in quanto a loro volta non sono più umani – privati di ogni dignità già in vita, tanto più deprivati di un corpo riconoscibile da morti.

Ancora una volta il significato passa dall’effetto che le parole e le immagini producono su di noi – e ogni lettura, interpretazione è una piccola forzatura (e di questo chiedo venia). I versi chiedono di essere letti e riletti, perché agiscano in noi. E qui l’effetto è potente, deflagrante – come le immagini della shoah. Ma le immagini suggerite dalla poesia sono solo evocate dalle parole e dunque sono le nostre immagini personali ad agire (per questo, come eccezione rispetto al solito, ho scelto di non inserire immagini di sorta).

Lasciamo lavorare in noi le parole.

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  • [1] Ad esempio, Zvi Kolitz che avevamo letto nel 2019 per la medesima occasione del giorno della memoria
  • [2] cfr T. Adorno – citato in “Salmo, la parola poetica dopo Auschwitz”, del 20/01/2018 – lancia la provocazione se sia ancora possibile scrivere poesia dopo Auschwitz.
  • [3] Devo questa interpretazione a un mio bravo studente, Roberto della 5T Gobetti

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