“È solo una balena”

19 Settembre 2020Lorenzo Cuffini

Scritto da  MARIKA BONONI.

Nel 2015 esce in Italia il film The heart of the sea, le origini di Moby Dick diretto da Ron Howard e interpretato dal giovane Chris Hemsworth nel ruolo del protagonista. La storia è l’adattamento cinematografico del romanzo di Nathaniel Philbrick sulla vicenda drammatica della baleniera Essex che avrebbe poi ispirato Herman Melville per la stesura del celebre Moby Dick.

La pellicola si apre con il giovane Melville che si reca dal vecchio Thomas Nickerson: da ragazzo era stato l’inesperto mozzo della Essex capitanata da George Pollard – l’arrogante e inetto rampollo di una facoltosa famiglia di armatori – e dal primo ufficiale Owen Chase (Chris Hemsworth) l’abile baleniere di umili origini. Tutti sopravvissuti al naufragio seguito all’attacco di una gigantesca balena bianca.

Chi c’è sopra di me? La verità non ha confini” (H.Melville, Moby Dick ovvero la Balena, Newton & Compton Editori, Roma 2004, p.149) scrive Melville nella prima parte del suo romanzo, ma poi disincantato afferma: “Gli sguardi degli occhi dell’uomo sono livellati dalla natura all’orizzonte di questa terra” (p.388). È la tensione verso un Infinito che trascende l’uomo, un dibattito interiore che i  protagonisti delle due opere, The heart of the sea e Moby Dick, trasformano in quella dialettica dell’anima che chiamiamo teologia letteraria. Esprimere l’inesprimibile non attraverso le Sacre Scritture, ma affidandosi all’esperienza che di Dio ogni essere umano vive nella propria esistenza, nelle scelte morali, nello sguardo che si ferma o oltrepassa la finitudine.

Eravamo diretti ai confini della Terra in cerca di verità” così il vecchio Thomas Nickerson nel film introduce il suo racconto, fornendo allo spettatore la pietra d’inciampo in cui imbattersi durante la visione delle avventure vissute dal primo ufficiale Owen Chase. La stessa ricerca che spinge Achab, il capitano “Roso di dentro e bruciato di fuori” (p.165), a inseguire la balena bianca attraverso tutte le acque della Terra.

Qual è dunque il confine fra ciò che è umanamente possibile e ciò che non lo è? La vendetta può considerarsi il superamento dei limiti imposti dalla morale? L’indomita libertà dell’anima umana conduce all’autodistruzione oppure alla piena realizzazione di sè? L’insegnamento è custodito nella conclusione delle vicende dei nostri protagonisti, la risposta (anche biblica) in colui che alla fine sopravvive: Owen Chase.

L’albero della conoscenza del bene e del male (Gn 1), la Torre di Babele (Gn 11), Caino e Abele (Gn 4): Scrittura e umanità si intrecciano nelle vicende della Essex e del Pequod (la nave melvilniana). Owen Chase al momento di sferrare il primo attacco, quello che gli costerà la nave e la vita di parecchi uomini dell’equipaggio, ricorda a se stesso che si tratta solo di una balena. Ma è proprio così? La riposta è no. È vero, i Salmi ci restituiscono un Leviatan voluto da Dio sin dagli albori della Creazione e chiamato con tutto il Creato a lodare il Padre “perché solo il suo nome è sublime” (Sal 148,7-13), un gigante marino che addirittura allieta il Signore e con il quale Egli non disdice giocare (Sal 104,26). La Bibbia talvolta pare fornire un’immagine quasi bonaria del Leviatan e quindi l’invito a considerare Moby Dick alla stessa stregua dell’uomo (in fin dei conti Adamo aveva ricevuto il permesso di dare un nome a tutte le creature in Genesi 2,19) sembrerebbe autorizzare il primo ufficiale Owen Chase e il capitano Achab a inseguire, sfidare, piegare ogni mostro marino alle proprie necessità.

Perchè dunque appare così evidente il filo tragico che unisce le due baleniere? Nel testo più drammatico della Bibbia, il Libro di Giobbe, il Leviatan diviene il simbolo della potenza di Dio e dell’ordine primordiale della Creazione che nessun uomo può osare controllare: “Puoi tu pescare il Leviatan con l’amo/e tener ferma la sua lingua con una corda […] Metti su di lui la mano:/al ricordo della lotta, non riproverai!” (Gb 40,25-32). La teofania dei capitoli 40 e 41 del Libro di Giobbe assume le sembianze di un interrogatorio e pare rivolgersi direttamente ai nostri personaggi: “Hai tu un braccio come quello di Dio/e puoi tuonare con voce pari alla sua?” (Gb 40,9). No, non c’è risposta al problema del male e allo stesso modo è inutile e folle “pescare il Leviatan con l’amo/e tener ferma la sua lingua con una corda” (Gb 40,25).

Moby Dick allora incarna la volontà di superare quel bisogno di assoluto che Dio ha instillato nel genere umano, quell’anelito alla perfezione che induce l’uomo più temerario a sfiorare la pazzia sfidando la propria finitezza, quella vendetta che pare guarire ogni insana ferita ma che invece porta solo al decadimento morale.

 

Moby Dick non è solo una balena. È la materializzazione della contraddizione che caratterizza la condizione umana quando permettiamo che la mortale grandezza dell’uomo divenga una malattia (p.86):

“Io ti conoscevo per sentito dire,

ma ora i miei occhi ti vedono.

Perciò mi ricredo

e ne provo pentimento

su polvere e cenere.”

(Gb 42,6)

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