Il deserto di Dio

23 giugno 2018Lorenzo Cuffini

Scritto da MARIA NISII.

“Sono in un deserto che è circondato da attese infrante di Dio. Dio non verrà, sarà troppo tardi, non solo a Hurgada. Là, dove il tempo è immobile, anche là non verrà […] Niente verrà. Ma in verità vi dico, nel deserto, qui un tempo deve esserci stato Dio. È qui che un tempo devono averlo pensato”.(I. Bachmann)

Nel deserto, luogo dell’incontro per eccellenza con il divino, Dio sembra scomparso, esiliato, perduto. “Dio mio, perché mi hai abbandonato. Perché sono così abbandonata” si chiede l’io tormentato e folle di Ingeborg Bachmann in quella composizione a frammenti che è il Libro del deserto (Cronopio, 1999, pag. 50, 55). Si tratta di poco più di una suggestione in questo testo, eppure il Salmo 22 sembra uno dei versetti biblici maggiormente deputati a esprimere quel senso di solitudine radicale, non cercata, ma subita come una condanna. Per questo è stato adottato nelle situazioni più incredibili per esprimere la coscienza di male, che ha toccato gli uomini di ogni tempo. Anche per questo allora è tra le citazioni più richiamate nelle riscritture (cfr in questo blog il testo di Culicchia e la poesia di Guidacci), specie considerando l’ulteriore significato assunto per il fatto di essere stato pronunciato da Gesù sulla croce nel vangelo secondo Matteo (27,46) e secondo Marco (15,34).

Molto meno frequente è invece rinvenire, nell’universo delle riscritture, questa stessa espressione percepita e assunta dalla coscienza di Dio. E tale rarità non è certo effetto di una ritrosia a rappresentare il personaggio del padre divino – basti pensare a pellicole quali Una settimana da Dio o Dio esiste e vive a Bruxelles. Ciò detto, resta il fatto che il capovolgimento del punto di vista risulta alquanto inusuale. Chi ha “osato” adottarlo è stato Federigo De Benedetti (cugino del compianto Paolo) ne “I bambini di Goebels”, uno dei racconti contenuti nel testo In nome del padre. Racconti blasfemi (Instar libri, 2010):

“un’altra domanda mi faccio: gli uomini sono i miei figli, i miei figli diletti, e la sorte delle loro anime dovrebbe essere, anzi, è ciò che mi sta più a cuore: però ho rinunciato a farmene carico e le chiavi del Paradiso le ho date senza criterio a un individuo che in una sola notte era stato capace di rinnegare tre volte Gesù. Perché? Questa rinuncia non è significativa? Perché li ho abbandonati tutti, e Gesù, appunto, per primo?” (pag. 101).

Attorno al tema dell’“abbandono” ruota infatti la riflessione di Dio, qui immaginato sul lettino dello psicanalista:sono davvero gli uomini che si sono allontanati da me, si dice, o piuttosto sono stato io ad allontanarmi da loro? “Molti uomini dubitano della mia esistenza dicendo: ‘Ma Dio a sua volta chi l’ha generato?’ Sembrerà ridicolo, ma io stesso talvolta mi chiedo se esisto davvero; e mi rispondo che esisto, sì, ma per così dire esisto poco, pochissimo, sempre meno” (pag. 103).

Sono diversi i racconti di questa raccolta che si arrovellano attorno alla questione Dio, dal punto di vista del non credente – come premesso dall’autore nell’introduzione. La domanda non si spegne e il dubbio non si può risolvere neppure di fronte alle contraddizioni bibliche e storiche (due fronti considerati apparentemente sullo stesso piano). Peraltro non difetta di ironia e acume questa narrazione letteraria che talvolta mostra una sensibilità quasi teologica, oltre a una conoscenza del testo biblico non così comune ai nostri giorni. Resta interessante la scelta di assumere il linguaggio dell’abbandono: questa divinità antropomorfa è rappresentata da un vecchio malato e pieno di dilemmi, tanto quanto l’uomo a cui, di conseguenza, non può offrire consolazione né risposte.

Questa figura di vegliardo sembra altresì esprimere narrativamente il tema della secolarizzazione, quindi la perdita di senso e di contatto con le forme istituite del credere: “esisto poco, pochissimo, sempre meno”. Eppure non cessa di inquietare questo Dio. E il racconto è l’attestazione di un pensiero che cerca di assumere forma e consistenza, una via di ricerca condivisa con il lettore e magari persino con l’altro, il credente, nel tentativo di dialogo a distanza o ravvicinato (come è capitato a me, che con De Benedetti ho avviato uno scambio epistolare). Perché il deserto, luogo di incontro con Dio, può seriamente diventare luogo d’incontro tra gli uomini.

Solo, bisogna avere il coraggio di attraversarlo.