Il “Dies irae” di Macbeth

11 Dicembre 2021Lorenzo Cuffini

Scritto da  LORENZO CUFFINI.

Ancora non si e’ spenta l’eco dell’ inaugurazione della stagione lirica della Scala di Milano, dove quest’anno è andata in scena una bellissima rappresentazione del MACBETH di Giuseppe Verdi. Un’opera dalla  trama gotica e baluginante, che mescola sete di potere personale e guerre, omicidi a catena e vendette: il tutto sulla pelle di un popolo oppresso. Una vicenda fosca e crudele a metà tra la tragedia greca e la saga nordica, metafora di tante tirannie sanguinarie ricorrenti nella storia. Un quadro ed  un contesto da cui la dimensione religiosa sembra essere del tutto assente.

Eppure,  a ben vedere, non è così. In quest’opera ci sono alcuni elementi che riecheggiano questioni familiari ad un cristiano, anche se portate su altri piani. Per esempio,  il tema centrale  di Genesi, quello del peccato per antonomasia : l’uomo che vuol fare di se stesso l’arbitro del bene e del male. Come nell’Eden, anche qui abbiamo una coppia che, in complicità e simbiosi, decide di volere di più, di volerne in modo sempre crescente, fino a travolgere ogni regola e a imporre  se stessa e la propria volontà su tutto. Anche qui c’è una donna a fungere da elemento ispiratore e trainante. La si potrebbe dire una tentatrice, se non fosse che Macbeth non ha alcun bisogno particolare di essere tentato, decisamente incline come è, di suo, alla ambizione più sfrenata e cinica. Un  maschio  certamente violento, apparentemente potente, in realtà  fondamentalmente debole e pauroso,  succube della sua Lady, più lucida, consapevole e vigorosa di lui.

Ci si imbatte poi nel tema del tradimento che conduce alla perdizione totale: un po’ come Giuda il traditore, che  finisce per essere schiacciato dal rimorso, entrambi i Macbeth, imboccata la loro china scellerata di delitti, pèrdono da subito e progressivamente la pace, il sonno, la ragione e la stessa vita.

Infine, sullo sfondo, c’ è il tema della collera divina:  qui vaga, misteriosa, eppure ineluttabile. Tremenda conseguenza   delle proprie azioni colpevoli. Come Dio creatore interviene e caccia la coppia dei progenitori dal paradiso terrestre, così la parabola dei Macbeth termina nella “cacciata” dalla vita dei due disgraziati, spazzati via non solo dal tempo delle loro esistenze, ma anche dalla Storia che si erano illusi di dominare e conquistare con i loro complotti sanguinari.

Dunque: superbia e peccato, scelta del male e ribellione che conduce alla rovina, tradimento e follia, giudizio e vendetta di Dio. Religiosamente parlando, tanta roba; specie per una dark story completamente laica, in più   condita con superstizioni, streghe, magia nera, e  due perfetti  amanti diabolici a far da primattori. Il fatto è che ancora una volta, pur in un contesto che non si preoccupa per nulla della religione, questa finisce con l’emergere in controluce, rintracciabile nei meandri e negli snodi della trama e dei personaggi.

Ci sono poi due momenti specifici in cui il religioso irrompe direttamente a (ri)prendersi  la scena e a (ri)portare l’ordine ( divino? naturale? etico?) nel caos  generato dalle scelte criminali dei protagonisti. Uno lo incontriamo nel  finale del primo atto: si è consumato il regicidio per mano di Macbeth spronato dalla moglie, e il delitto viene scoperto da Banco e portato alla conoscenza di tutti, in una drammatica rivelazione pubblica.  Anche la coppia omicida, che finge di essere estranea al fatto, è presente. Tutti quanti, di fronte al cadavere ancora caldo del re ammazzato, levano una preghiera al cielo.

Schiudi, inferno, la bocca, ed inghiotti nel tuo grembo l’intero creato; sull’ignoto assassino esecrato le tue fiamme discendano, o ciel. O gran dio, che ne’ cuori penetri, tu ne assisti, in te solo fidiamo; da te lume, consiglio cerchiamo a squarciar delle tenebre il vel! L’ira tua formidabile e pronta colga l’empio, o fatal punitor; e vi stampa sul volto l’impronta che stampasti sul primo uccisor.”

 

 

Come si vede è una preghiera livida, maledicente, una invocazione al giudizio e alla condanna, una messa in scena letterale del “ gridar vendetta a Dio.”

Questo dio vindice – che anche i due assassini complici, per non destar sospetto, invocano a gran voce insieme agli altri – da quel momento  incombe su di loro. Dapprima implicito: nei sensi di colpa, nei deliri, nella insonnia, nella pazzia. Per poi esplicitarsi, per dir così, al momento della  fine dei due, e nella sconfitta  e nella uccisione  di Macbeth, ormai chiamato da tutti solamente  l’usurpatore. Questi, poco prima di morire, ha il tempo, se non di pentirsi, perlomeno di prendere consapevolezza del male fatto, dell’ avidità di potere che lo ha scatenato, e della vendetta di Dio ormai alle porte. Difatti canta, morendo:

Mal per me che m’affidai ne’ presagi dell’inferno!… Tutto il sangue ch’io versai grida in faccia dell’eterno!… Sulla fronte… maledetta sfolgorò… la sua vendetta!… Muoio… al cielo… al mondo in ira, vil corona!… e sol per te!”

 

 

Così, il dio vindice di Verdi, invocato dal coro nel finale del primo atto, torna ad essere evocato dallo stesso coro alla fine dell’opera, in due distinte strofe:

Macbeth, Macbeth ov’è?… dov’è l’usurpator?… D’un soffio il fulminò il dio della vittoria, cantano i bardi.

E  le donne rispondono  “ Salgano grazie a te, gran dio vendicator; a chi ne liberò inni cantiam di gloria

Che dire? Che  è un Dio molto lontano dalla sensibilità religiosa odierna, ma decisamente in linea  con quello creduto nell’ottocento verdiano. Basta pensare  per esempio alle parole  del “Dies irae”, l’inno che accompagnava le esequie cristiane ( e lo ha fatto fino al Concilio) e che così recitava, tradotto in italiano:

Giorno d’ira quel giorno, giorno di angoscia e di afflizione, giorno di rovina e di sterminio, giorno di tenebre e di caligine, giorno di nubi e di oscurità, giorno di squilli di tromba e d’allarme sulle fortezze e sulle torri d’angolo

Toh, guarda. Eccolo qui, il dio vindice del  Macbeth.

 

Hans Memling, Giudizio Universale (dal “Trittico di Danzica”, databile 1467/1473)

 

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  • Il video del finale del primo atto, ” Oh gran Dio“,  è da : The Metropolitan OperaVerdi’s “Macbeth,” starring Maria Guleghina (Lady Macbeth), Željko Lučić (Macbeth), and others. Conductor: James Levine. Production: Adrian Noble (2007). Clip taken form the 2008 Live in HD transmission.
  • Il video della morte di Macbeth, ” Mal per me “, è tratto dalla messa in scena del 2017. Baritono: Giuseppe Altomare, Direttore: Gabriele Ferro, Regia: Emma Dante
  • In copertina, Luca Salsi in scena.

 

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