Il quarto re magio

9 Gennaio 2021Lorenzo Cuffini

Scritto da MARIA NISII.

 

La leggenda di un quarto re mago, partito da un paese più lontano degli altri, che perde l’incontro a Betlemme e va errando fino al Venerdì Santo, è stata più volte raccontata, specialmente dal pastore americano Henry L. Van Dyke (1852-1933) e dal tedesco Edzard Schaper (nato nel 1908) che si è ispirato a una leggenda ortodossa russa. (Michel Tournier, Gaspare Melchiorre e Baldassarre, p. 233)

Intrecciata ai noti Gaspare, Melchiorre e Baldassarre, anche Tournier racconta la storia di un quarto magio di cui ha delineato i caratteri leggendari nella citata postfazione al suo romanzo. Si tratta di Taor, principe indiano e golosissimo erede al trono di Mangalore, il quale è venuto a sapere dell’esistenza di un sublime dolce al pistacchio, il rahatlukum, “buono tanto da soddisfare per sempre, e così saporito che chi ne gustasse una sola volta non avrebbe più voluto mangiare altro fino alla fine dei suoi giorni” (p. 153). Dopo aver inviato senza successo i suoi uomini in missione per entrare in possesso della ricetta di questo cibo trascendente, parte egli stesso con un copioso seguito composto da servi, pasticceri ed elefanti.

Il viaggio alla ricerca di questo dolce misterioso e del Divin Confettiere lo porta a conoscere popoli e personaggi eccezionali. Nel tono fiabesco, che con questo personaggio raggiunge il suo apice, Tournier non manca di delineare il cammino di Taor come composto da tappe di crescita, in un Bildungsroman che assume una meta precisa solo dopo l’incontro con i tre magi di ritorno da Betlemme. Per aver ascoltato gli effetti prodotti in ciascuno dalla visita del Divin Bambino, il giovane principe muove subito alla volta di Betlemme. Tuttavia quando arriva lì, la famiglia è già partita. Ma egli, invece di riprendere subito la strada per raggiungerli, accorgendosi dei corpi emaciati dei bambini poveri di quel borgo, decide di fermarsi alcuni giorni per offrire loro i dolciumi che ha portato con sé nel lungo viaggio con lo scopo di donarli al Divin Confettiere.

Organizza così una merenda notturna nel bosco per tutti i bambini con più di due anni. Purtroppo però, mentre delizia i piccoli con mille leccornie, si iniziano a udire grida di dolore provenienti dal villaggio, come un pigolìo di pulcini sgozzati (pp. 191-2), per scoprire presto che ne sono causa i soldati di Erode che stanno perpetrando la strage degli innocenti.Taor capisce che per lui è finita l’era dello zucchero, età del piacere carnale per eccellenza, e si apre l’era (o l’inferno) del sale, della sofferenza e del sacrificio:

Bambini venivano sgozzati mentre altri bambini seduti intorno a una tavola si dividevano vivande succulente. Un paradosso intollerabile, ma anche una chiave piena di promesse. Intuiva, sì, che quanto aveva vissuto quella notte a Betlemme preludeva ad altro e non era insomma che la goffa copia, l’abbozzo di un’altra scena in cui i due estremi – pasto fra amici e immolazione cruenta – si sarebbero trovati confusi. Ma la sua meditazione non riusciva a bucare lo spessore ambiguo attraverso il quale egli intravedeva la verità. Una parola soltanto gli galleggiava nella mente, una parola misteriosa che da poco per la prima volta aveva sentita, ma dove c’era più ombra equivoca che insegnamento limpido, la parola sacrificio (p. 195).

 

Tintoretto, La strage degli innocenti (1582)

 

L’uscita di Taor dall’età dello zucchero per entrare in quella del sale si realizza con il passaggio dalle saline di Sodoma, di cui il romanziere francese offre una suggestiva interpretazione. Sodoma rappresenta il mondo brutale e brutalizzante degli uomini, che vive del lavoro degli schiavi nelle sotterranee miniere di sale – presieduto simbolicamente dalla moglie di Lot, tramutata appunto in statua di sale (Gen 19,26).Transitando per SodomaTaor sceglie di riscattare un uomo oppresso dai debiti. Rimasto però senza denaro e abbandonato dal suo seguito, Taor avrà solo la sua vita da dare in cambio:

trentatré talenti, sarebbe questa la somma necessaria per salvare quest’uomo? Non mi era venuto in mente che potessi non averla! Non ce l’ho, dunque? Non è un ostacolo! Ho altro da offrirvi. Sono giovane, sto bene di salute. Troppo bene, forse, a giudicare dal mio ventre! Soprattutto non ho moglie né figli. Solennemente, Signori giudici, e te, mercante che sporgi querela, vi chiedo di accettare che io prenda il posto del prigioniero nelle vostre prigioni. Ci lavorerò finché non avrò guadagnato tanto da rimborsare questo debito di trentatré talenti (p. 207).

Scoprirà poco dopo che per ripagare la cifra dovrà trascorrere altrettanti anni di lavoro nelle miniere di sale, ma ormai la decisione è presa e non si pente.

 

Duomo di Monreale, La distruzione di Sodoma (mosaico del XII secolo)

 

Dopo molti anni di quella vita dura, arriva nelle miniere un prigioniero dal quale egli apprende qualcosa di quel Gesù che aveva inseguito da giovane. L’uomo gli narra di cene miracolose, di festini dati ai poveri, di acqua tramutata in vino, di pani e pesci moltiplicati, e di un corpo che è insieme pane e vino e che concede la vita eterna (221-24).Taor comprende che è questa l’immagine del Divin Confettiere che era andato cercando, ma quando ascolta i detti sul pane di vita (Io sono il pane vivente che scende dal cielo. Se voi non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avrete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue, resta in me e io resto in lui – p. 222), sente che quelle parole risuonano in lui con una chiarezza inattesa:

Procedendo a tastoni in quella luce troppo cruda per la sua mente, egli vedeva tuttavia che certi episodi della sua vita passata assumevano un improvviso rilievo e una nuova coerenza anche se non tutto certamente si faceva comprensibile. Il pranzo che aveva offerto ai bambini di Betlemme e il massacro dei più piccoli che veniva perpetrato nello stesso tempo cominciavano, ad esempio, a mettersi in rapporto e a illuminarsi a vicenda. Gesù non si accontentava di nutrire gli uomini ma si faceva lui stesso immolare per nutrirli con la propria carne e con il proprio sangue. Non era stato un caso che il festino e il sacrificio umano fossero avvenuti simultaneamente a Betlemme: erano due facce dello stesso sacramento, irresistibilmente chiamate ad accostarsi. E persino la sua propria presenza nelle mininere trovava all’improvviso una sua giustificazione agli occhi di Taor. Perché ai piccoli poveri di Betlemme lui non aveva dato che i dolciumi trasportati dai suoi elefanti, mentre ai figli del carovaniere insolvente aveva fatto dono della sua carne e della sua vita (p. 223).

Liberato infine dalla prigionia qualche tempo dopo, si dirige verso Gerusalemme alla ricerca di Gesù. È il Venerdì Santo, e anche questa volta Taor arriva in ritardo. Nella stanza che gli hanno indicato, dove Gesù si è riunito a cena con i suoi, la sala è ora vuota. Ma sulla tavola ci sono ancora le coppe con un po’ di vino e alcuni frammenti di pane. Taor è affamato per non aver toccato cibo da giorni: accosta alle labbra una coppa e si porta alla bocca briciole di quel pane. Purtroppo per il deperimento, il suo corpo non regge e dopo quel piccolo pasto di vino e pane, egli muore. Muore, ma il suo corpo non cade, perché subito viene sorretto da due angeli che lo conducono in cielo. Ed è così che Taor, eterno ritardatario, è il primo a prendere l’eucarestia.

 

Wang Guangyi, The Last Supper (2011)

 

Il finale immagina che Taor sia il primo a prendere l’eucarestia, mentre ne fa anche la prima figura cristica, ovvero il primo imitatore di Cristo, visto che muore per aver sacrificato se stesso in riscatto di un altro. La sua storia è resa con letteraria sapienza in una ridondanza di simboli – dal dolce al salato, dal palazzo principesco alle miniere di sale, dal festino all’altare del sacrificio – perché il suo senso appaia vieppiù inesauribile. Se infatti la ricerca del Divin Confettiere poteva sembrare il capriccio di un bambino viziato, è in quella ricerca che Taor si accorge dei tanti bambini affamati che incontra sulla sua strada, scegliendo di sfamare i fratelli degli innocenti di Betlemme,che delizia con una sovrabbondanza in qualità e quantità, offrendo ben più del semplice nutrimento. È poi di altri bambini, figli del debitore destinati a morir di fame per la crudeltà degli uomini, che si muove a compassione ridonando loro la presenza del padre in cambio della propria vita.

Prima di trovare il cibo trascendente capace di soddisfare ogni fame, Taor ha sfamato bambini affamati la prima volta con dolciumi e la seconda con il dono di sé (e dunque con il proprio corpo!). Il suo viaggio andrà perciò a buon fine con una quest che, a differenza degli altri magi, non si conclude con un ritorno a casa dopo l’adorazione del Divin Bambino, perché nel frattempo (inconsapevole) ne è diventato primo imitatore. Da qui la sua differenza e da qui la leggenda sorta attorno alla sua figura. Verità o finzione? Può esserci verità in un racconto inventato? E quale verità è rintracciabile in questo particolare racconto di finzione? Un tema immenso che cercheremo di scandagliare in tappe. Prossimamente.

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  • In copertina: Benozzo Gozzoli, La cavalcata dei magi (1459)

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