Il seme caduto in terra

13 Settembre 2020Lorenzo Cuffini

 

Scritto da  MARIA NISII.

Pietà Rondanini (Michelangelo)

 

La riflessione sul corpo è al centro di tante opere di Michelangelo (il Bacco, il David, il Crocifisso di Santo Spirito…), ma ora vogliamo soffermarci sul modo in cui questo artista abbia tentato di mostrare un corpo visibile plasmato dallo spirito invisibile. È quanto viene alla luce nella Pietà Rondanini, un gruppo scultoreo a cui pare abbia lavorato negli ultimi quindici anni della sua vita e probabilmente ancora nei giorni precedenti la morte (18 febbraio 1564). È esposto al Castello Sforzesco di Milano, dove è possibile ammirare il risultato di questo lungo lavoro rimasto incompiuto. Il carattere di incompiutezza può anche apparire sconcertante, considerato il tempo dedicato all’opera, ma lo sarà meno se ricompreso come riflessione personale dell’artista sul tema della morte e della resurrezione.Quello che tutto subito ci appare, per la posizione accasciata del Cristo, è che si tratta del suo corpo dopo la morte, eppure questo Cristo morto, quasi fosse vivo, è rivolto verso la madre e lei, a sua volta, stringe a sé il figlio come si trattasse di una persona vivente.Come noto, ogni scultura richiede di essere osservata nella sua tridimensionalità, “camminandoci attorno”. Se dunque ci spostiamo verso destra e guardiamo sul retro, notiamo che la parte superiore del corpo di Maria è piegata in avanti dalla cintola in su. Si tratta di un’immagine che,vista sul davanti, può apparire un gesto di affetto, mentre di lato e sul retro mostra altro: Maria si inchina sul corpo del figlio prendendolo a sostegno, in quanto senza il suo stesso corpo cadrebbe a terra!

 

 

 

Maria infatti pare poggiare il suo peso sulle spalle di Cristo, il quale sembra muoversi per abbracciarla. Il corpo di Gesù dà infatti l’impressione di spingere verso l’alto, un’azione che risulta rinforzata dalle braccia, che tiene contro il corpo della madre, lungo le gambe. Non è quindi Maria a portare il figlio, ma il contrario. Ritroviamo qui le tracce di una tradizione che mostra il corpo di Cristo morto in azione – come è evidente nelle crocifissioni in cui appare vivo. Michelangelo sceglie allora di enfatizzare la vitalità del corpo di Cristo attraverso alcuni dettagli, in cui mostra una Maria che porta ed è portata, che grava verso il basso mentre pare levarsi. L’artista vuole di fatto mostrarci la forza della resurrezione, non ancora in atto ma già sprigionante le sue potenzialità da un corpo attualmente privo di vita.

 

“Non piangere per me madre” (icona russa)

Quello che l’arte ha rappresentato in immagini, è stato reso anche in forma narrativa da alcuni degli autori che hanno riscritto la vicenda evangelica. Nel recente libro di Amélie Nothomb, Sete, Gesù racconta in prima persona la propria passione – dal processo alla resurrezione. Il momento della morte è qui reso come il dischiudersi di una nuova ondata di vita: «Ecco arrivato il grande momento. La sofferenza scompare, il cuore si disserra come una mascella e riceve una carica d’amore inaudita, è al di là del piacere, tutto si apre all’infinito, non ci sono limiti a questa sensazione di libertà, il fiore della morte non cessa più di schiudere la sua corolla» (p. 87).

 

 

 

 

Non è certo il primo tentativo di raccontare il trapasso, in quanto la narrativa sperimenta continuamente forme e contenuti, ma in genere si ferma sulla soglia. Questo piccolo libro invece accompagna il suo lettore oltre il pensabile, consentendogli di immaginare la vita che prosegue senza interruzioni dopo la morte. Alcune pagine sono quindi dedicate alla sosta nel sepolcro, dopo i riti veloci della sepoltura: «Non appena tutto si è concluso, per me è cominciata la festa. Il cuore mi è esploso di gioia. Una sinfonia di letizia ha preso a risuonare dentro di me. Sono rimasto sdraiato a esplorare questa felicità finché non ce l’ho più fatta. Mi sono alzato e ho danzato» (p. 96). In questa narrazione spiazzante (sarebbe poi pensabile qualcosa di diverso?) si immagina la vita che prorompe, persino euforica, immediatamente dopo la morte: «non esistono limiti a quella che chiamiamo vita» (p. 97), conclude infatti prima di iniziare a raccontare la «presenza» di un defunto nella vita delle persone che ha amato e dunque della propria nelle tante apparizioni di cui i Vangeli danno conto.

Questa stessa dimensione spazio-temporale era già stata indagata, sempre in prima persona, in un racconto di Erri De Luca, Dal fresco di una cantina di un sepolcro (nella raccolta Nocciolo d’oliva). Anche in questa versione la resurrezione che arriverà è una forza propulsiva: «già sento la carne che riparte… questo sepolcro nuovo, fresco di cantina, accelera il prodigio» (p. 27-8). Ma è pure un tempo di solitudine dopo gli anni intensi di vita pubblica, che da qui ripercorre in brevi tratti; si racconta quindi come«uno sbaraglio di amore, duro solo contro se stesso ma docile fuori, [che] trascina a vita nuova» (p. 29).Lo si è potuto fraintendere, accusare e uccidere. Alla sua vita però non si è messo fine: la sua agonia è diventata un simbolo d’amore e le braccia stese sulla croce l’abbraccio di Dio. Non solo alla sua però, perché quella vita nuova è promessa a tutti: «vi aspetto al varco delle resurrezioni, dopo la mia le vostre. C’incontreremo qui voi ci verrete» (p. 31).

 

Concludiamo allora con qualche verso di Mario Luzi, che chiude la sua Via crucis, espressamente richiestagli da Giovanni Paolo II, con un coro che annuncia la resurrezione:

Dal sepolcro la vita è deflagrata.
La morte ha perduto il duro agone.
Comincia un’era nuova: l’uomo riconciliato nella nuova
alleanza sancita dal tuo sangue
ha dinanzi a sé la via.
Difficile tenersi in quel cammino.
La porta del tuo regno è stretta.
Ora sì, o Redentore, che abbiamo bisogno del tuo aiuto,
ora sì che invochiamo il tuo soccorso,
tu, guida e presidio, non ce lo negare.
L’offesa del mondo è stata immane.
Infinitamente più grande è stato il tuo amore.
Noi con amore ti chiediamo amore.
Amenì

 

Piero della Francesca, Resurrezione

 

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