Il silenzio nel cielo

2 Marzo 2019Lorenzo Cuffini

Scritto da MARIA NISII.

 

Quando l’Agnello aprì il settimo sigillo, si fece silenzio in cielo per circa mezz’ora (Ap 8,1)

 

L’apertura dell’ultimo dei sigilli del rotolo di Apocalisse prevede il richiudersi di tutti i segni nel silenzio. I primi 4 sigilli avevano mostrato una forza positiva (cavallo bianco con destino di vittoria) e tre negative (cavallo rosso, autorizzato a togliere la pace; cavallo nero, ingiustizia; cavallo verde, morte). Il quinto sigillo aveva esibito gli uccisi a causa della parola di Dio, che chiedevano Fino a quando? e che avevano ricevuto una veste bianca quale ricompensa per la propria fedeltà. L’apertura del sesto sigillo invece contiene alcune tra le immagini di sovvertimento e disastro naturale (6,12-17), per cui l’ultimo libro della Bibbia è tanto noto. A dispetto delle interpretazioni della cinematografia apocalittica (il filone dei disaster film), la simbologia assume però le coordinate dello schema-tipo delle teofanie dell’Antico Testamento, rivelatrice dell’intervento di Dio nella storia. Si tratta di immagini che vogliono trasmettere l’idea che quando Dio si fa presente, la creazione si sconvolge riconoscendo il Creatore che si avvicina, ma vogliono anche provocare un senso di urgenza, invitando a reagire. Lo scenario dipinto è di rara bellezza letteraria: il ravvolgersi del cielo come un rotolo, il cadere delle stelle come frutti avvizziti: la stabilità degli elementi è scossa e la fine si avvicina. La reazione dell’umanità è la fuga in preda al terrore.

Il segno del sigillo che segue, il settimo, è invece il silenzio. E questo silenzio è stato variamente interpretato dagli studiosi. Per alcuni è decisivo che sia ambientato in cielo: il silenzio nel cielo è quindi anche silenzio del cielo e per il credente si tratta di un silenzio angosciante, perché non dà le risposte che ci si attende. Ma qualcuno controbatte ricordando come il sesto sigillo sia già stato gravido di risposte e che pertanto non c’è motivo di angoscia. Altri ancora considerano questo silenzio pieno di paura e tensione per quanto sta per accadere (flagelli e castighi), ma anche qui c’è chi non concorda: i flagelli infatti si abbatteranno sui persecutori, mentre ne saranno risparmiati i servi di Dio, contrassegnati dal suo sigillo. Nella logica di Apocalisse, il silenzio non pare dunque foriero di angoscia o paura, quanto piuttosto tempo di attesa dell’intervento medicinale salvifico di Dio che il rotolo ha promesso. Tuttavia le risonanze di senso attorno a questo motivo (che compare solo qui in tutto il libro) sono state molte.

Ingmar Bergman ne Il settimo sigillo (1958) ha fatto ruotare attorno a questo silenzio tutte le domande che riguardano l’esistenza umana e l’esigenza di una comunicazione diretta con Dio. La cornice narrativa – incipit e finale – cita esplicitamente i versetti di Apocalisse:

“E quando l’Agnello aperse il settimo sigillo si fì nel cielo un profondo silenzio di mezz’ora e vidi i sette angeli che stavano dinanzi a Dio e furono date loro sette trombe. Poi un altro angelo si fermò davanti all’altare con un turibolo e gli fu data gran quantità d’incenso. E allora il primo angelo diè fiato alla tromba e ne venne grandine e fuoco misto a sangue. E così furono gettati sopra la terra e la terza parte della terra fu arsa e la terza parte degli alberi fu arsa e fu arsa l’erba verdeggiante. E quindi il secondo angelo diè fiato alla tromba e una specie di grande montagna di fuoco ardente fu gettata in fondo al mare e la terza parte del mare diventò sangue.”

Dell’ultimo libro della Bibbia, il film contiene soprattutto allusioni e non altri riferimenti espliciti come questo. Jof, il saltimbanco, è un veggente ma non riceve che la rivelazione finale di quanto per tutto il resto della vicenda gli è invece estraneo. L’ambientazione medioevale, il dilagare della peste e la miseria umana rappresentata da una fede infarcita di superstizioni creano però l’atmosfera di crisi ideale per la cornice apocalittica enunciata.La storia narra il ritorno dalle crociate del protagonista, il cavaliere Antonius Block, con il suo scudiero. Allo sbarco Block è però prima di tutto accolto da una nera figura che ne reclama la vita. Il cavaliere non è sorpreso, ma chiede una dilazione alla morte per il tempo di una partita a scacchi che segue lo scorrere della narrazione, dando nel contempo al protagonista la possibilità di cercare una soluzione ai propri tormenti.

Bergman mette in scena il silenzio del settimo sigillo di Apocalisse durante il viaggio notturno della carovana, che vede tutti i personaggi principali insieme verso l’epilogo. Ma di fatto il tema del silenzio riguarda soprattutto la ricerca di Block, in conflitto con se stesso e dilaniato dal dubbio su Dio. Credendo di confessarsi, il cavaliere rivela quanto lo tormenta alla Morte, che si cela sotto un cappuccio dall’altra parte della grata.

Block: Vorrei confessarmi ma non ne sono capace perché il mio cuore è vuoto. Ed è vuoto come uno specchio che sono costretto a fissare. Mi ci vedo riflesso e provo soltanto disgusto e paura: vi leggo indifferenza verso il prossimo, verso tutti i miei irriconoscibili simili, vi scorgo immagini di incubo date dai miei sogni e dalle mie fantasie.

Morte: non credi che sarebbe meglio morire? Perché non smetti di lottare?

Block: è l’ignoto che m’atterrisce

Morte: l’ignoto è figlio del buio

Block: che sia impossibile sapere. Ma perché perché non è possibile cogliere Dio coi propri sensi? Per quale ragione si nasconde tra mille e mille promesse e preghiere sussurrate e incomprensibili miracoli? Perché io dovrei avere fede nella fede degli altri? E cosa sarà di coloro che non sono capaci né vogliono avere fede? Perché non posso uccidere Dio in me stesso? Perché continua a vivere in me sia pure in modo vergognoso e umiliante, anche se io lo maledico e voglio strapparlo dal mio cuore? E perché nonostante tutto Egli continua a essere uno struggente richiamo di cui non riesco a liberarmi?… Io voglio sapere, senza ipotesi, voglio la certezza, voglio che Iddio mi tenda la mano e scopra il suo volto nascosto. E voglio che mi parli

Morte: il suo silenzio non ti parla?

Block: lo chiamo e lo invoco e se Egli non risponde, io penso che non esiste

Morte: forse è così, forse non esiste

Block: allora la vita non è che un vuoto senza fine. Nessuno può vivere sapendo di dover morire un giorno come cadendo nel nulla senza speranza.

Morte: molta gente non pensa né alla morte, né alla vanità delle cose

 

Block non riceve risposte alle sue domande, ma impara a fidarsi dell’uomo e nelle sue potenzialità – come emerge nel finale dal suo salvataggio della coppia di saltimbanchi. È per distrarre la Morte dalla loro partenza (Jof ha “visto” la strana figura che gioca a scacchi con il cavaliere e prontamente allontana il carro) che lascia scivolare il mantello sulla scacchiera; una mossa che gli costerà cara perché l’avversario risistemai pezzi a proprio vantaggio, vincendo infine la partita. La Morte ha barato e non mancherà di tornare a vantare il suo bottino nel finale, ma a quel punto il cavaliere sembra ormai pronto. A uno sguardo meramente religioso, Bergman sembra contrapporre l’amore umano, qui esemplificato dall’amore della giovane famigliola per il figlio e tra di loro, fonte di spiritualità tangibile e visibile.