Jerusalema

31 Ottobre 2020Lorenzo Cuffini

Scritto da  MARIKA BONONI.

 

Jerusalema è una canzone pubblicata nel novembre 2019 dal produttore discografico sudafricano Master KG e interpretata dalla cantante Nomcebo Zikode. Divenuta colonna sonora dell’estate 2020 soprattutto grazie a una challenge sul social-media Tik Tok, il suo hashtag ha raggiunto livelli di popolarità altissimi. Nessuna categoria esclusa (emozionante il video dei francescani in https://youtu.be/6Zw0Jfl5_bE) l’umanità intera si è lasciata travolgere dal ritmo garbato e festoso delle sue note. Le bandiere dei paesi di tutto il pianeta hanno trovato in questa sonorità la medesima brezza da cui farsi accarezzare, stili di vita disparati e fedi religiose diverse, uniti da un richiamo che sfugge al pensiero logico, hanno percepito qualcosa in grado di far vibrare corde invisibili ai sensi.

La straordinarietà di questa canzone non va ricercata però in un mero romanticismo e neanche nella lingua inusuale scelta dall’autore (la lingua venda, una dei molti idiomi parlati in Sudafrica e Zimbabwe) bensì nelle parole del testo il cui significato è direttamente riconducibile alla sfera religiosa, più propriamente ebraico-cristiana. Gerusalemme è la città delle tre fedi monoteiste: “Terra Promessa” di ebrei e musulmani, luogo dell’evento Pasquale e prefigurazione del Regno Celeste per i cristiani. È nel testo che però risuona più forte il richiamo alla Sacra Scrittura a partire dal genere letterario a cui appartiene, infatti nella Bibbia corrisponde a quello dei Salmi in cui i versi di Master KG “Gerusalemme è la mia casa, guidami, portami con te, non lasciarmi qui” trovano la loro giustificazione nel Salmo 122:Quale gioia, quando mi dissero: “Andremo alla casa del Signore”. E ora i nostri piedi si fermano alle tue porte, Gerusalemme!” (Sal 122,1-2). L’esultanza del popolo di Israele è motivata dalla rettitudine di chi vi abita  (Là sono posti i seggi del giudizio) dalla pace che vi regna  (sia pace sulle tue mura, sicurezza nei tuoi baluardi) dal riparo e dal senso di protezione che essa emana  (Gerusalemme è costruita come città salda e compatta).

Questa città non è solamente un luogo terreno, proprio come suggerisce la canzone (“Il mio posto non è qui, il mio Regno non è qui”) il riferimento è alla biblica Gerusalemme celeste (“Voi vi siete invece accostati al monte di Sion e alla città del Dio vivente, alla Gerusalemme celeste e a miriadi di angeli, all’adunanza festosa e all’assemblea dei primogeniti iscritti nei cieli” Ebrei 12,22-23) che non apparterrebbe a questo mondo bensì al Regno di Dio: “E vidi la santa città, la nuova Gerusalemme, scendere dal cielo da presso Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo. Udii una gran voce dal trono, che diceva: «Ecco il tabernacolo di Dio con gli uomini! Egli abiterà con loro, essi saranno suoi popoli e Dio stesso sarà con loro e sarà il loro Dio” (Apocalisse 21,1-3). Il breve testo (otto versi ripetuti) di una canzone all’apparenza così priva di pregi degni di rilievo, nasconde in realtà il peculiare dinamismo che caratterizza l’essenza di questa città, la nuova Gerusalemme  (la “mia casa”) è la “nostra casa” in cielo, perché  “Nella casa del Padre mio vi sono molti posti. Se no, ve l’avrei detto. Io vado a prepararvi un posto; quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, ritornerò e vi prenderò con me, perché siate anche voi dove sono io”  (Gv 14,2-3).

 

 

Cielo o terra, la strada percorsa fin qui ci ha portati a due destinazioni che certamente catalizzano il credente, ma che possono lasciare indifferenti tutti gli altri. Nella profondità della pagina sacra però si cela un significato universale valido per tutte le epoche, le vite e le condizioni umane, è per questo motivo che un non credente può dire di essa che  “è almeno una letteratura e il Dio di Israele è se non altro il più grande personaggio letterario dei tempi”   (E.De Luca, Una nuvola come tappeto, Feltrinelli).

Dunque, se milioni di persone diverse hanno ballato Jerusalema e se esiste una dimensione costitutiva dell’uomo che accomuna tutta l’umanità a prescindere da fede, cultura e provenienza, questo brano deve condurre a una terza via, quel sentiero è il non-luogo di chi si percepisce disorientato: “il mio posto non è qui”. La sensazione di non conoscere il senso della propria vita, il timore che del proprio passaggio non rimanga nulla di significativo, la paura di non aver più ideali per cui lottare, possono essere il primo passo per un cambio di direzione e il non-luogo si può trasformare in un nuovo viaggio da compiere. Gerusalemme è la Terra Promessa di chi anela a una pace che si ottiene solo rendendo ragione all’inalienabile dignità della persona umana, l’unica, tra tutte le specie, in grado di cogliere che il significato stesso di Israele “È qualcosa che continuamente rimette in moto la coscienza sui grandi valori dell’essere e del non essere, di Dio e del non senso”  (Carlo Maria Martini https://www.avvenire.it/agora/pagine/gerusalemme-il-sogno-di-martini).

Infine Jerusalema: si tratta di una preghiera, di una narrazione della condizione umana oppure di un semplice svago? Ebbene, la risposta forse si cela nel senso della domanda stessa, o nell’insita unicità dell’uomo che solo la Sacra Scrittura sa cogliere in maniera così luminosa.

 

 

 

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