La forza della parola libera

18 Giugno 2022Lorenzo Cuffini

 

Scritto da  MARIA NISII 

 

«Ah, come è finito l’aguzzino,
è finita l’arroganza!
5 Il Signore ha spezzato la verga degli iniqui,
il bastone dei dominatori,
6 di colui che percuoteva i popoli nel suo furore,
con colpi senza fine
,
che dominava con furia le genti
con una tirannia senza respiro
.
…11 Negli inferi è precipitato il tuo fasto,
la musica delle tue arpe;
sotto di te v’è uno strato di marciume,
tua coltre sono i vermi.
12 Come mai sei caduto dal cielo,
Lucifero, figlio dell’aurora?
Come mai sei stato steso a terra,
signore di popoli?
13 Eppure tu pensavi:
Salirò in cielo,
sulle stelle di Dio
innalzerò il trono,
dimorerò sul monte dell’assemblea,
nelle parti più remote del settentrione.
14 Salirò sulle regioni superiori delle nubi,
mi farò uguale all’Altissimo.
15 E invece sei stato precipitato negli inferi,
nelle profondità dell’abisso!
(Isaia 14)

 

 

Secondo Robert Alter, quando Osip Mandel’štam scrive Epigramma di Stalin nel 1933 – le dita come dieci grossi vermi… si trastulla con i tributi di mezzi-uomini…si rotola sulla lingua le esecuzioni come acini – ripercorre il filone della satira poetica già presente nel profeta Isaia, ad esempio nell’elegia irrisoria del cap. 14 che gli studiosi ritengono rivolta a un monarca babilonese o a un re assiro, e che i cristiani hanno riletto in chiave luciferina per i riflessi mitologici presenti nel testo. Purtroppo, conclude Alter, il poeta non ha qui “l’abilità del profeta di immaginare una soluzione felice” (L’arte della poesia biblica). Ma c’è indubbiamente una qualità profetica anche in un certo tipo di poesia esterna al canone biblico, con questo in continuità (per la sua azione contestatrice del potere) e talvolta in discontinuità (perdita della dimensione escatologica).

Viviamo senza fiutare il paese sotto di noi,
i nostri discorsi non si sentono a dieci passi
e dove c’è spazio per un mezzo discorso
là ricordano il montanaro caucasico.
Le sue dita tozze sono grasse come vermi
e le parole , del peso di un pud, sono veritiere,
ridono i baffetti da scarafaggio
e brillano i suoi gambali.

E intorno a lui una marmaglia di capetti dal collo sottile,
si diletta dei servigi di mezzi uomini,
chi fischia, chi miagola, chi frigna
appena apre bocca e alza un dito.
Come ferri di cavallo forgia decreti su decreti –
a chi da’ nell’inguine, a chi sulla fronte, a chi nelle sopracciglia, a chi negli occhi
ogni morte è per lui una cuccagna
e l’ampio petto di osseiano.

(novembre 1933)

È la pubblicazione di questi versi quasi candidi per la loro schiettezza, in cui Mandel’štam definisce Stalin «il montanaro del Cremlino», a decretarne l’arresto nel 1934. Oltre a scagliarsi contro il leader sovietico, la sua è una critica al regime comunista, che egli definisce colpevole di numerosi e imperdonabili errori, tra cui la collettivizzazione forzata in Ucraina, che aveva procurato solo grande carestia.

https://www.raiscuola.rai.it/storia/articoli/2021/02/Stalinismo-la-collettivizzazione-forzata-dfbe3564-8320-4350-941a-2d7ef81fc9bf.html

 

 

“I poeti sono tra i pochi a rendersi conto della farsa. Svelano che il re è nudo… Per questo il potere ha sempre cercato d’imbonirsi i poeti. ‘I partiti politici moderni’, dice Octavio Paz, ‘trasformano il poeta in propagandista e così lo degradano. Il propagandista dissemina nella ‘massa’ le idee dei gerarchi. Il suo compito è quello di trasmettere certe direttive, dall’alto verso il basso’” (RubemAlves, Parole da mangiare p. 152).

Il vero poeta però non si lascia piegare alle direttive del potere. Così è stato per Osip Mandel’štam (1891-1938), poeta di origine ebraica, che nel 1934 viene arrestato per la prima volta e mandato al confino per tre anni. Sarà arrestato ancora una seconda volta nel 1938, condannato ai lavori forzati in Siberia, dove morirà qualche mese più tardi. “Scrive poesie da salotto”, aveva decretato l’Unione degli Scrittori (associazione voluta dal partito comunista per controllare la produzione letteraria del Paese). Poco prima dell’arresto Mandel’štam scrive:

Per qualche tempo ancora proverò meraviglia

Del mondo, dei bambini e della neve,

ma come una strada è aperto il mio sorriso,

non docile, non servo.

 

 

Nel 1921 Nikolaj Gumilev, uno dei compagni, con i quali aveva fondato una scuola di poesia (l’Acmeismo, perché voleva occuparsi dei vertici, “acme”, dell’esistenza), viene fucilato con l’accusa di attività controrivoluzionaria. Mandel’štamlo viene a sapere mentre è ospite in una “casa delle arti”, dove cercava di accreditarsi come scrittore di Stato. Ma lì, una notte, arriva brutale la presa di coscienza:

Mi lavavo di notte nel cortile; il firmamento splendeva di rozze stelle.

Il loro raggio è sale sulla scure; la botte, colma fino all’orlo, gela.

 Il portone è chiuso a chiave, la terra è severa secondo coscienza.

Non troverai trama di verità più pura che in una tela fresca di bucato.

 Nella botte si scioglie, come sale, una stella e l’acqua gelata è più nera

Più pulita la morte, più salata la sventura, più sincera e terribile la terra.

Il momento in cui si trova a vivere non offre requie: le stelle illuminano una scure, ma il loro essere “sale” ne indica la saggezza, la consapevolezza della ferocia che in potenza è presente in un usuale oggetto di campagna. In quel cortile il poeta vede con chiarezza come tutto attorno a lui sia marchiato di segni luttuosi: l’acqua gelata è più nera della morte, il portone sprangato non lascia via di scampo (mala terra, severa e terribile, giudica secondo coscienza). L’unica verità possibile, oltre alla terra, risiede nella tela di un asciugamano che egli aveva con sé – “un asciugamano di tela grezza che ci eravamo portati dall’Ucraina”: ricorderà quella che allora era ancora la fidanzata -, un oggetto personale e familiare, l’unico capace di suscitare una nota di dolcezza e di tregua dalla sventura incombente. Ma questa sventura è “salata”, fonte di sapienza:ora egli sa.

 

Marc Chagall, Sopra Vitebsk (1914)

 

“Se non ci fossi tu, rabbia della letteratura, con quale cibo potrei mangiare il sale della terra? Tu dai sapore a quel pane insipido che è il comprendere, tu allegra coscienza del torto, tu sale dei congiurati, tramandato con un perfido inchino un decennio dopo l’altro nella saliera sfaccettata, con tanto di salvietta! È per questo che mi dà tanto piacere smorzare l’ardore della letteratura con il gelo e con le stelle acuminate. Manda un crepitio come fosse neve? La gelida strada nekrasoviana le mette allegria? Se è autentica letteratura sì.”

(1) Continua.

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  • In copertina: dettaglio della Cappella Sisitina

 

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