La geografia dei vangeli

9 Febbraio 2019Lorenzo Cuffini

 

 

Scritto da  GIAN LUCA CARREGA.

Un recente libro di Tim Marshall (Le 10 mappe che spiegano il mondo) ha stimolato il mio interesse per la questione della geografia nella comprensione dei vangeli. Di solito non si dà molta rilevanza a questo aspetto, al massimo ci si preoccupa dell’attendibilità storica degli evangelisti. Eppure anche questo lato della questione ha il suo perché nella composizione di un racconto.

Non dobbiamo presumere che gli evangelisti avessero particolari nozioni geografiche e anzi sembra che Luca ritenesse che la Samaria, anziché fare da cuscinetto tra la Giudea e la Galilea, fosse collocata al loro fianco. I vangeli tirano in ballo numerosi elementi che hanno a che fare con la geografia: città e villaggi, pozzi, strade, montagne, fiumi… Il punto che forse più divide gli studiosi è il valore da attribuire a questi elementi. Si tratta di ricordi precisi di testimoni oculari che aiutano a ricostruire la scena come davvero è avvenuta oppure sono dati puramente teologici? La risposta a questo interrogativo è tutt’altro che semplice.

 

 

Da un lato occorre riconoscere che gli elementi geografici hanno spesso un valore simbolico che è rilevante per la comprensione del racconto. Un caso esemplare è costituito dal più famoso dei discorsi di Gesù, quello che Matteo colloca su un monte e che da lì prende appunto il nome di Discorso della montagna (Mt 5-7). Luca riporta una parte consistente dello stesso discorso, ma lo ambienta in pianura. Che dei due ha ragione? Poiché è evidente che si tratta di una costruzione redazionale fatta a tavolino, che raggruppa tematicamente diversi brani che Gesù deve avere pronunciato in occasioni diverse, la questione è irrilevante. Né in montagna, né in pianura (né tanto meno su un altipiano) Gesù ha effettivamente pronunciato questo discorso così come si trova. Luca lo ha ambientato in uno spazio che potesse davvero contenere una folla numerosa, Matteo ha voluto dargli un significato più allusivo, che rimandasse alla salita di Mosè sul monte Sinai per ricevere le tavole della Legge.

Parimenti il fatto che Giovanni Battista pratichi il suo rito di purificazione sulle sponde del Giordano ha un chiaro valore simbolico, essendo quel fiume un luogo che tradizionalmente ha richiesto delle scelte etiche (ad esempio al tempo di Giosuè e dell’ingresso nella Terra promessa). Ma qui il dato simbolico può effettivamente corrispondere al ricordo storico e anzi è assai naturale che Giovanni usufruisse della più importante risorsa idrica del territorio.

Infine ci sono indicazioni geografiche che, di per sé, non paiono connesse a un significato simbolico e quindi possono rimandare essenzialmente ad un ricordo storico dell’evento: la piscina di Betzata presso la porta delle pecore in Gv 5,2 o la menzione del portico di Salomone in Gv 10,23.

 

Resti della Piscina di Betzata

 

Valore simbolico e ricordo effettivo sono due categorie che non si escludono a vicenda, ma non è necessario trovare un valore teologico a tutte le indicazioni geografiche che si trovano nei vangeli, altrimenti si corre il rischio di far dire agli evangelisti molto più di quello che intendevano affermare.