La Madre

15 settembre 2018Lorenzo Cuffini

Scritto da  MARIKA BONONI.

 

La figura di Maria, che la Chiesa venera come Madre Santissima, ha affascinato molti artisti. Personalità di ogni genere hanno infatti cercato di colmare il vuoto narrativo dei Vangeli con opere e storie diverse. Si tratta di ascolto, un ascolto della Parola che nell’artista, anche se non credente, fiorisce in un racconto, un dipinto, un canto.

Fra queste opere di riscrittura si annoverano sia alcune fra le più celebri canzoni di Fabrizio De Andrè, sia alcune tra le più piacevoli pagine dello scrittore napoletano Erri De Luca. Entrambi personalità in ricerca, De Luca e De Andrè, così diversi ma ugualmente amabili, esplorano con delicatezza un aspetto di Maria, quello umano, che sembra voler giungere dritto al cuore.

Anche se la maternità divina viene solo accennata, l’unicità di Maria, per questi autori, è da ricercare talvolta nel suo candore e nella sua innocenza, talvolta nel suo semplice essere madre. Se del primo aspetto nell’universo femminile troviamo solo un barlume della luce di Maria, è il secondo (la maternità) che rende affini le madri con la Madre per eccellenza. Non alla madre senza peccato, non alla perfetta, obbediente serva del Signore, ma a quella madre che da sola partorisce in una mangiatoia e patisce, come tutte, i dolori del parto; alla madre che si sente sopraffatta dall’amore per la sua creatura quando per la prima volta la tiene fra le braccia; alla madre che, sotto la croce, insieme al figlio, vede morire una parte di sè.

 

 

Fino alla prima luce Ieshu è solamente mio. […]

Fuori c’è il mondo, i padri, le leggi, gli eserciti, i registri in cui scrivere il tuo nome […]Poi entreranno e tu non sarai più mio.

Ma finché dura la notte, finché la luce di una stella vagante è a picco su di noi, noi siamo i soli al mondo.”  (E.De Luca In nome della madre p.67-68)

 

Ecco i pensieri della giovane genitrice che, sola con il figlio appena venuto al mondo, lo stringe a sè chiedendosi “È così per ogni madre o questa notte è l’unica al mondo?” (p. 73). Erri De Luca in questo esile libretto (In nome della madre) ci racconta la storia di Maria e della sua maternità straordinaria, il suo coraggio e la sua incredibile forza, i pensieri e le emozioni che tutte le “madri illuminate” sentono crescere in petto in quella prima, unica, magica notte che trascorrono abbracciate al loro bambino e che le fa sussurrare “di tutte loro, solo io la tua”. (p.32)

 

 

 

Nascita e morte: due momenti cruciali dell’esistenza di Gesù, il primo narrato da De Luca, il secondo da De Andrè. Cosa accumuna i due racconti? Il punto di vista, quello di Maria.

Tito, non sei figlio di Dio

ma c’è chi muore nel dirti addio

Dimaco, ignori chi fu tuo padre

ma più di te muore tua madre”

(F. De Andrè Tre madri)

 

Sono ancor più madri, così, quelle dei figli abbietti e le madri degli “ultimi”, “ultime” anch’esse. Le genitrici dei tre crocifissi (Gesù, Tito e Dimaco) nella canzone Tre madri contenuta nell’album di Fabrizio De Andrè La buona novella, si ritrovano insieme ai piedi dei condannati e Maria sul Golgota, nella poesia del cantautore genovese, non è tanto diversa dalle altre, accomunate tutte dallo stesso dolore che strazia le donne in egual misura. E a nulla serve l’offerta di conforto che le madri dei “ladroni” porgono a Maria, quasi rimproverandola per il suo “eccessivo” dolore:

 

Con troppe lacrime piangi, Maria,

solo l’immagine d’un’agonia:

sai che alla vita, nel terzo giorno,

il figlio tuo farà ritorno:

lascia noi piangere, un po’ più forte,

chi non risorgerà più dalla morte

 

perché  Maria, come ogni donna dinanzi al figlio morente, piange di Gesù “Le braccia magre, la fronte, il volto,/ogni sua vita che vive ancora” e che lei vede “spegnersi ora per ora” .

(Clicca il link qui sotto per ascoltare il brano)

http://(https://youtu.be/-49UpTKWZUw)

Come la Maria di De Luca che vuole restare sola fino all’alba (in modo tale da poter essere,per una manciata di ore, solo madre di Gesù e non madre di Dio) allo stesso modo la Maria di De Andrè negli ultimi versi della canzone “Tre madri” esclama disperata: “Non fossi stato figlio di Dio/ t’avrei ancora per figlio mio”. No, non si tratta di blasfemia, non si tratta di giudicare in modo meno aulico una figura che nella storia dell’umanità ha un posto d’onore. Si tratta invece di arricchirne il significato dandole quel tocco di umanità che la tradizione non ha mai negato e di cui la modernità, forse, ha un disperato bisogno.

 

Gustav Klimt, La Madre

 

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  • In copertina: James Nachtwey, Pietà