L’abbraccio di Dio

30 Marzo 2019Lorenzo Cuffini

 

 

Scritto da MARIA NISII.

 

Orribil furon li peccati miei,

ma la bontà infinita ha sì gran braccia

che prende ciò che si rivolge a lei.

(Purgatorio III, 103-145)

 

 

Il gesto di apertura delle braccia con cui il padre della parabola lucana (Lc 15,11-32) accoglie il figlio prodigo è ben presente in questo passaggio del Purgatorio di Dante, che ha per protagonista Manfredi di Svevia, un uomo dal sopracciglio tagliato e una piaga sul petto a memoria della morte in battaglia. Giunto in punto di morte, Manfredi racconta di essersi pentito dei suoi molti e orrendi peccati “a quei che volentier perdona” e quindi declama la bontà divina con i versi succitati: le braccia di Dio sono tanto grandi da accogliere tutti coloro che gli si rivolgono. Peccato che il vescovo di Cosenza non abbia ben interpretato questo volto di Dio e l’abbia scomunicato post-mortem!

È solo il richiamo di un gesto, ma curiosamente è simile a quello con cui Rembrandt ha fissato l’intero racconto: due braccia che si chiudono sulle spalle del figlio malconcio,tornato dopo quel lungo vagare. In primo piano però, oltre al volto del padre su cui cade la luce, abbiamo due mani dalle diverse fattezze che esprimono il maschile e il femminile di Dio, già ben presenti nella Bibbia[1].

È con la scusa di rivedere il quadro di Rembrandt che il protagonista del romanzo di Fabio Geda, Se la vita che salvi è la tua, si reca a New York dove, secondo la finzione, sarebbe esposto in una mostra temporanea. E se la tela è l’occasione del viaggio, il bisogno di fuggire è la molla dell’azione – proprio come nella parabola. Una volta lì però “non riesce a staccare gli occhi da quell’abbraccio e dalla luce che lo avvolge – dal desiderio di essere accolto così, perdonato così” (p. 36).Tornerà al museo per quattro giorni consecutivi, struggendosi per il bisogno di capire in quale dei due figli egli possa realmente identificarsi. Vi tornerà ancora a distanza di settimane, mentre la sua vita sta lentamente mimando quella del figlio straccione, che si è perduto in strade lontane da casa e vagheggia la possibilità di una riconciliazione: “eccolo, nelle sue ombre e nell’infinita dolcezza di quell’abbraccio che racconta la storia di un ritorno e di un perdono” (139). Lui a casa non è più tornato, perché teme – e in fondo già sa – di non trovare più quell’abbraccio nella moglie che, stanca di attenderlo invano, è ora in attesa del figlio di un altro.

 

 

Sono molti i figli prodighi che la letteratura ci ha regalato, ma una delle figure più belle e drammatiche è indubbiamente Jack Boughton, protagonista di Casa di Marilynne Robinson, mentre è un pastore protestante quel padre in perenne attesa del figlio amato. “Dio è fedele. Ci lascia vagare affinché sappiamo cosa significhi tornare a casa” (105): Jack ritorna a casa dopo vent’anni del suo vagabondare irrequieto e solitario, cadendo nelle spire dell’alcool e dei debiti, dunque di furti e galera.

“Secondo un proverbio capire è perdonare, ma è sbagliato, diceva sempre papà. Si deve perdonare per poter capire. Fino a quando non perdoni ti difendi dalla possibilità di capire… Se perdonate, diceva, forse non sarete ancora in grado di capire, però sarete pronti a farlo, e questo è l’atteggiamento della grazia” (46-7). L’anziano padre però, vecchio e fiaccato dalla malattia, non sembra più nelle condizioni di capire e dunque perdonare quel figlio, pur amandolo in tutto il suo incomprensibile mistero. Così anche questa figura si rivela un’immagine più che mai distorta del padre della parabola, che aveva riconosciuto quel figlio da lontano e lo aveva riaccolto senza chiedergli nulla.

È sempre e ancora tempo di parlare in parabole a madri e padri, a figli e a pastori vecchi e ciechi. Nelle nostre case non c’è possibilità di redenzione per un figlio che ritorna, ci dicono Robinson, Geda, Rembrandt e Dante. Non siamo mai pronti ad accoglierlo e, per quanto lo attendiamo e amiamo, quel figlio è soprattutto un mistero irraggiungibile, inconoscibile, inaccettabile e dunque anche imperdonabile. Per questo, anche a noi maldestre figure genitoriali dalle braccia chiuse, non resta che sperare in quell’unico e vero abbraccio.

 

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[1]Oltre naturalmente ai tratti maschili, la Bibbia ebraica contiene molti riferimenti a un Dio dalle caratteristiche materne: «Io sono tranquillo e sereno, come bimbo svezzato in braccio a sua madre, come un bimbo svezzato è l’anima mia» (Salmo 131,2); «Quando Israele era giovinetto io l’ho amato (…) ero per loro come chi solleva un bimbo alla sua guancia, mi chinavo su di lui per dargli da mangiare…» ( Osea 11,1.4).

Lo stesso tratto emerge anche nel Nuovo Testamento: «Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso» (Lc 6,36), dove il termine scelto dall’evangelista (oiktìrmones) allude alle materne viscere di misericordia (radice ebraica rchm, da cui utero) del Signore, in continuità con l’Antico Testamento: «Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se costoro ti dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai» (Is 49,15).

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