L’uomo che cammina

7 Giugno 2020Lorenzo Cuffini

Scritto da  MARIA NISII.

 

«Cammina. Senza sosta cammina. Va qui e poi là. Trascorre la propria vita su circa sessanta chilometri di lunghezza, trenta di larghezza. E cammina. Senza sosta. Si direbbe che il riposo gli è vietato» (Christian Bobin, L’uomo che cammina, p. 9).

Una narrazione a piccoli brani, quasi frammenti, compone il libretto di Christian Bobin L’uomo che cammina (Qiqajon, 2012). Ogni volta in poche frasi racchiude un episodio, un personaggio, una questione (biblica, teologica, antropologica). Non è identificabile in un genere questo, come gli altri suoi testi, e come il suo stesso autore. Bobin scrive in forma narrativa e poetica, e i suoi lavori sono generalmente di piccolo formato; lo spessore è nella qualità e nella profondità. La sua cifra stilistica è la leggerezza, il tono poetico, anche quando scrive in prosa: «Quello che si sa di lui lo si deve a un libro. Se avessimo un orecchio un po’ più fine, potremmo fare a meno di quel libro e ricevere notizie di lui ascoltando il canto dei granelli di sabbia, sollevati dai suoi piedi nudi. Nulla si riprende dal suo passaggio e il suo passaggio non conosce fine […] Duemila anni dopo di lui è come sessanta. È appena passato e i giardini di Israele fremono ancora per il suo passaggio, come dopo una bomba, onde infuocate di un soffio» (L’uomo p. 9-11). Il frammento in cui elabora il pensiero è parte della sua personale poetica, della sua idea di scrittura: «ciò che fugge dal mondo è la poesia. La poesia non è un genere letterario, è l’esperienza spirituale della vita, la più alta densità di precisione, l’intuizione accecante che la vita più fragile è una vita senza fine» (Bobin: ‘scrivere è sfiorare il silenzio’ di Fulvio Panzeri in Avvenire, 31 gennaio 2015).

Il lavoro di Bobin è leggibile come una ricerca personale, esistenziale, spirituale che si deposita e traduce in parole. Gli spazi vuoti tra i brani vogliono invece segnalare i silenzi, una presenza indispensabile – anche visivamente – perché la parola sedimenti, riacquisti tutta la sua forza e la sua carica di significato. La lingua poetico-narrativa di questo autore francese è lieve come una carezza, come il vento, ma in tale levità rivela la potenza del sacro: «Se ne va a capo scoperto. La morte, il vento, l’ingiuria: tutto riceve in faccia, senza mai rallentare il passo. Si direbbe che ciò che lo tormenta è nulla rispetto a ciò che egli spera. Che la morte è nulla più di un vento di sabbia. Che vivere è come il suo cammino: senza fine» (L’uomo, p. 11). Come in altri autori, la scrittura per Bobin è vissuta come un dono e un compito. E la consapevolezza di chi vive come un dovere il dono della parola, comprende l’assunzione del limite, nell’ambiguità costitutiva del linguaggio, nella sua provvisorietà.

 

 

«Lui parla solo della vita, con parole a lei proprie: coglie dei pezzi di terra, li raduna nella sua parola e il cielo appare, un cielo con alberi che volano, agnelli che danzano e pesci che ardono, un cielo impraticabile, popolato di prostitute, di folli e di festaioli, di bambini che scoppiano in risate e di donne che non tornano più a casa: tutto un mondo dimenticato dal mondo e festeggiato là, subito, adesso, sulla terra come in cielo» (L’uomo 14-5). L’uomo che cammina si esprime in parole che sembrano riprodurre i mondi fantastici di Marc Chagall, popolati da figure volanti, animali e oggetti coloratissimi, gioiosi e nostalgici. A cercare, si trova magari qualche immagine dei vangeli (citati in apertura: «Sono dapprima in quattro a scrivere su di lui…» L’uomo, p. 10). Ma quello che Bobin fissa ha a che vedere con l’acuta e attenta osservazione di quel «passaggio che non conosce fine», ancora oggi accessibile a chi ha «un orecchio fine», dunque all’occhio e all’orecchio del poeta.

 

 

 

 

 

In questo primo libretto di tema esplicitamente religioso, il racconto su Gesù – sebbene mai nominato – è reso attraverso l’immagine dell’uomo che cammina, una fotografia che coglie un lato meno sfruttato ma profondamente evangelico: l’uomo che non stava mai fermo per incontrare gli altri uomini, l’uomo sulla strada di Emmaus, l’uomo che sempre e ancora cammina accanto all’altro uomo. Non un nome allora, ma il suo carattere dinamico è ciò che lo identifica. Per quel suo moto inarrestabile, Bobin lo associa alla figura dell’ebreo errante: «È ebreo da parte di madre, ebreo da parte di padre, eternamente ebreo per quel suo modo di andare ovunque senza trovare da nessuna parte un rifugio» (L’uomo,13-4). E in quello stesso incessante movimento vi è il suo darsi, la grandezza dell’umano che risuona del divino: «Non fa dell’indifferenza una virtù. Un giorno grida, un altro piange. Percorre l’intero registro dell’umano, l’ampia gamma emotiva, così radicalmente uomo da raggiungere dio attraverso le radici» (L’uomo, p. 18). Il suo movimento senza posa è duro da sostenere per chi lo segue, a sua volta chiamato a «camminare», fino al momento in cui egli preannuncia di stare per andare in un luogo dovenessuno potrà seguirlo, se non un giorno, in cui ciascuno lo farà in solitudine: «’Là dove va’ non potremo andarci diversamente da lui: solo – come a un appuntamento» (L’uomo p. 28).

 

 

Ancora in poche battute e brevi frasi sintetizza la provenienza del suo protagonista (una famiglia in cui si lavora il legno), l’invito alla sequela (Alcuni si associano al suo lavoro. Con fatica li forma ai principi di una nuova economia), un miracolo (distingue nettamente il fruscio di una sola mano su un lembo del suo mantello… La ladra – sì, naturalmente è una donna), l’insegnamento sul Padre (Il padre ha una reputazione da temporale, il figlio viene a calmarlo, ad addomesticarlo) e le parabole che lo raccontano (Dice: vedete, mio padre è come un uomo che aveva due figli, uno tranquillo e uno matto… Il padre beveva, cantava, rideva. Quei rimproveri non li ha neanche sentiti. Era un tipo d’uomo particolare: sentiva solo la gioia; per il resto, era sordo). Non mancano veloci richiami alla madre, l’adolescente che gli ha dato la vita e la sensibilità che l’ha fatto uomo, e che infine ha assistito alla sua morte (Nulla di peggio può capitare a una madre. Non ci sono parole per un dolore simile). Il dopo morte è invece raccontato come uno spartiacque tra chi ne farà un sapiente e chi lo seguirà ridotto al silenzio: «perché tutto ciò che si potrebbe dire è allora inudibile e folle. Inudibile perché folle. L’uomo che cammina è quel folle che pensa che si possa assaporare una vita così abbondante da inghiottire perfino la morte […] Forse non abbiamo mai avuto altra scelta che tra una parola folle e una parola vana» (L’uomo p. 30). La fede qui non è più annuncio, quella corsa nella mattina di Pasqua, ma si fa silenzio prima di diventare parola, parola folle.

 

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