MARIA, IL GREMBO-ARCA (2)

19 Dicembre 2020Lorenzo Cuffini

Scritto da  MARIA NISII.

Strettamente associato al richiamo dell’Arca, vi è quello di Maria-tabernacolo nato nell’esegesi e quindi attestato nell’esperienza mistica di Domenica Narducci (Visione del tabernacolo, 1509), per quanto di tradizione ancora precedente. Tale simbologia diventa immagine popolare con la Madonna del parto di Piero della Francesca (1460).

Nell’affresco di Piero, l’apertura dell’abito di Maria (riecheggiata dall’apertura delle tende da parte degli angeli) sembra voler richiamare l’attenzione sul grembo rigonfio, accarezzato dalla mano destra della madre nel gesto di protezione che insieme rivela, presentando il frutto del proprio ventre ai fedeli per l’adorazione. Nella scena ritratta Maria è Arca, di fronte a cui le tende che dovevano celare sono ora sollevate dagli stessi cherubini che avrebbero dovuto sigillarne la separazione.

Nel consueto circuito di risonanze, troviamo l’icona di Piero al centro di Nostalghija, pellicola del 1982 di Andrej Tarkovskij, attorno a cui gravita la struttura allegorica del film. Sebbene decontestualizzata dalla sua reale collocazione, la Madonna del parto è qui presentata in una cripta romanica dove è oggetto di un culto femminile (di giovani spose e puerpere) affinché propizi la gestazione e la nascita

(per vedere il video clicca qui: https://www.youtube.com/watch?v=eTLFC-Eyj9Q9 )

Naturalmente neppure la narrativa dimentica tale riferimento, sebbene in chiave velatamente polemica:

Il mio corpo è stato vaso. Così è scritto. Ricettacolo fermo di tutte le grazie. Arca della nuova alleanza. Vuota, cava e pronta a ricevere. Tutti sicuri nel descrivermi con parole di chi non vuol credere davvero che l’ho tessuto per nove mesi di sangue e di carne ed eravamo intrecciati, il mio corpo giovane che raccoglieva il suo, arrivato già carico di eternità (Mariapia Veladiano, Lei)

La Maria ritratta da Veladiano sembra rifiutare tale accostamento, che vuol fare del suo grembo un’icona obliandone la carne. Quel ventre rigonfio, che l’arte ha finemente ritratto ed esibito, appare infatti più una parentesi da arricchire di significati allegorici che da stimare in quanto tale. Non casualmente ritroviamo allora un ventre prominente, che parla da solo, nell’incipit de Il vangelo secondo Matteo di P.P. Pasolini (https://www.youtube.com/watch?v=d5gzsY7xswc).

 

È così infatti che Maria si presenta a Giuseppe nell’incontro senza parole che si svolge tra i due in apertura. I primi piani che la macchina da presa inquadra, passando dall’uno all’altra, narrano senza ricorrere al linguaggio verbale. Quel grembo e le espressioni dei volti sono più che eloquenti. Sarà ancora senza parole l’incontro successivo, ma questa volta Giuseppe sorride, pronunciando il suo fiat.

Maria è la figura più amata e insieme la più contestata. Al contenzioso che la riguarda non è possibile mettere un freno, né tentare una sintesi. Come Veladiano giustamente lamenta è stata “raccontata in poesia, in pittura, in musica, nel vetro, nel ghiaccio immacolato, a punto croce, sulle volte delle cattedrali e sui selciati delle piazze” (p. 5), senza rinunciare a sua volta a riraccontarla. A ogni tentativo ciascuno ardisce ad azzardare un nuovo percorso, ribilanciare distanze e differenze – “Dalle mie parti quando si fanno delle porzioni disuguali si usa dire: ‘Tutto a Gesù e niente a Maria’”, afferma Erri De Luca in Nocciolo d’oliva, 23. Ogni pagina aggiunta, come anche le riscritture ambiscono a essere, desidera a suo modo  colmare uno spazio vuoto, avvicinarsi al varco, intravedere al di là. Un modo affascinante di attingere al mistero. Una cosa piccola ma buona.

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  • 2 – Fine.

 

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