Maria, vergine madre

7 Gennaio 2023Lorenzo Cuffini

 

Scritto da MARIA NISII.

Genealogia al femminile (5)

 

Giacobbe generò Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù chiamato Cristo (Mt 1,16). Se le quattro donne presenti nella genealogia matteana sono protagoniste fuori dalla norma, con Maria si rompe lo schema: non è stato Giuseppe a generare Gesù, ma Maria “per opera dello Spirito Santo” (v. 18).

Al sesto mese, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città di Galilea, chiamata Nazaret,  a una vergine fidanzata a un uomo chiamato Giuseppe, della casa di Davide; e il nome della vergine era Maria.  L’angelo, entrato da lei, disse: «Ti saluto, o favorita dalla grazia; il Signore è con te».  Ella fu turbata a queste parole, e si domandava che cosa volesse dire un tale saluto.  L’angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio.  Ecco, tu concepirai e partorirai un figlio, e gli porrai nome Gesù.  Questi sarà grande e sarà chiamato Figlio dell’Altissimo, e il Signore Dio gli darà il trono di Davide, suo padre.  Egli regnerà sulla casa di Giacobbe in eterno, e il suo regno non avrà mai fine».  Maria disse all’angelo: «Come avverrà questo, dal momento che non conosco uomo?»  L’angelo le rispose: «Lo Spirito Santo verrà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà dell’ombra sua; perciò, anche colui che nascerà sarà chiamato Santo, Figlio di Dio.  Ecco, Elisabetta, tua parente, ha concepito anche lei un figlio nella sua vecchiaia; e questo è il sesto mese, per lei, che era chiamata sterile;  poiché nessuna parola di Dio rimarrà inefficace».  Maria disse: «Ecco, io sono la serva del Signore; mi sia fatto secondo la tua parola». E l’angelo la lasciò. (Luca 1)

 Ecco come avvenne la nascita di Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo.  Giuseppe suo sposo, che era giusto e non voleva ripudiarla, decise di licenziarla in segreto.  Mentre però stava pensando a queste cose, ecco che gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa, perché quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo.  Essa partorirà un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati».
Tutto questo avvenne perché si adempisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta:

Ecco, la vergine concepirà e partorirà un figlio
che sarà chiamato Emmanuele,
che significa Dio con noi.  

Destatosi dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore e prese con sé la sua sposa,  la quale, senza che egli la conoscesse, partorì un figlio, che egli chiamò Gesù. (Matteo 1)

Secondo gli studiosi, i due vangeli dell’infanzia hanno un valore teologico più che storico. Raccontano fatti antecedenti al 4 a.C. e la loro redazione avviene circa 70-80 anni dopo, quando non ci sono più testimoni oculari. Questo significa che il dato riferito va compreso all’interno di un disegno divino. E se questi racconti vogliono, parzialmente, rispondere alla domanda sulle origini dell’uomo Gesù, la sua nascita deve mostrare fin da subito l’eccezionalità di cui è portatore. Maria è dunque vergine, nonostante già legata a un uomo da una promessa matrimoniale che poteva anche implicare la convivenza. E che tale dato sia presente in entrambe le tradizioni, lucana e matteana, che per il resto differiscono totalmente, è segno che l’eccezionalità deve passare anche dal concepimento. Eppure nel Nuovo Testamento Maria è definita “madre” 25 volte, mentre “vergine” solo in Lc 1,27 e in Mt 1,23.

 

Mantegna, Madonna col bambino dormiente (1465)

 

 

Il Vangelo di Matteo inserisce l’annuncio all’interno di uno schema profetico richiamando Isaia, il quale tuttavia nel testo originale non parlava di “vergine”, bensì di “giovane donna”: Pertanto il Signore stesso vi darà un segno. Ecco: la vergine concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Emmanuele (Is 7,14). [Il profeta Isaia pensava al figlio di Acaz, Ezechia, su cui egli poneva molte speranze.] Per indicare la madre, l’originale ebraico usa il vocabolo ‘almah che significa “giovane donna” e non “vergine” (betûlah). La traduzione greca dei Settanta introduce la seconda versione, scegliendo il termine parthénos (vergine) e offrendo così a Matteo la base per la cristologia del Figlio di Dio, nato da donna ma non da sangue, né da volere di carne, né da volere di uomo, ma da Dio (Gv 1,13).

Nel Vangelo di Luca, Maria obietta all’angelo annunciatore di non aver ancora conosciuto uomo, una risposta da ricomprendere come classica obiezione di ogni racconto di vocazione (Mosè e Geremia non sanno parlare), volta a indicare l’impedimento al compito richiesto. Ma Luca sostiene la tesi anche appoggiandosi a un altro concepimento, quello altrettanto singolare nella cugina Elisabetta, già anziana e ritenuta sterile. Ma se ci si fermasse solo al dato letterale, si noterebbe come l’anzianità di per sé già implichi perdita della fertilità, senza necessitare ulteriore aggravio della situazione. Più probabilmente allora si tratta di rendere evidente il richiamo alla matriarca Sara, a sua volta detta anziana e sterile, eppure madre di Isacco. Nella Bibbia infatti i casi di nascite eccezionali sono tutt’altro che rari: Dio è datore di vita anche nella misura in cui apre alla fecondità situazioni che sembrerebbero compromesse dalla natura. Se quindi nasce un figlio a donne anziane o vergini è indubbio segno dell’intervento di Dio.

 

Simone Martini, Annunciazione (1333)

 

 

A questo punto apparirà forse meno insolito che tutte le matriarche (ad eccezione di Lia, che ha almeno la fortuna di essere fertile, dato che non è amata) siano inizialmente sterili. Come visto lo è Sara, che diventerà madre di Isacco a 90 anni, età da intendere evidentemente in senso iperbolico come impossibilità totale e assoluta. La promessa divina di una discendenza (Gen 15,1-6) è messa varie volte in pericolo quando Abramo, temendo per la propria vita, chiede a Sara di farsi passare per sua sorella, sottoponendola in questo modo alle brame del faraone prima e di re Abimelech poi. È solo l’intervento divino a salvare la situazione; e tuttavia Sara raggiunge i 75 anni senza avere ancora dato alla luce un figlio. Decide così di ricorrere all’escamotage tipico di quel tempo, donando ad Abramo la sua schiava come moglie perché lei possa diventare madre per suo mezzo (in breve, perché Agar faccia da madre surrogata per conto di una madre sterile). Non risulta che Sara si rivolga al Signore per chiedere il dono promesso. È invece per iniziativa divina che la donna riceve l’annuncio del figlio a lungo atteso (Gen 18,9-15).

 

Ospitalità di Abramo alle querce di Mamre

 

 

La sterilità femminile prosegue con Rebecca, la quale diverrà madre dei gemelli Esau e Giacobbe dopo la supplica che Isacco fa in suo nome (Gen 25,21). Similmente avviene con Rachele che, dopo essere rimasta a lungo senza figli, muore dando alla luce il secondogenito Beniamino. Anche qui il lamento della donna non è espressamente rivolto al Signore, ma probabilmente a Lui vuole giungere per il tramite del marito.

1 Rachele, vedendo che non le era concesso di procreare figli a Giacobbe, divenne gelosa della sorella e disse a Giacobbe: «Dammi dei figli, se no io muoio!». 2 Giacobbe s’irritò contro Rachele e disse: «Tengo forse io il posto di Dio, il quale ti ha negato il frutto del grembo?». (Gen 30)

 

William Dyce, Giacobbe incontra Rachele al pozzo

 

 

Alla anonima madre di Sansone, invariabilmente sterile, appare un angelo del Signore ad annunciare l’imminenza del lieto evento. Anche in questo caso non risultano richieste o lamenti.

Chiunque abbia però qualche familiarità con i “segnali di avvertimento” della Bibbia sa che una donna sterile è quasi sempre promessa di un parto fatidico…

La donna corre dal marito: “Un uomo di Dio è venuto da me”, dice, e i lettori drizzano le orecchie, perché la futura madre di Sansone non ripete il verbo utilizzato dal narratore biblico: “A costei apparve l’angelo del Signore”, ma preferisce l’espressione “è venuto da me”, ambigua e carica di significati giacché non di rado è utilizzata nella Bibbia per descrivere un rapporto sessuale. (David Grossman, Il miele e il leone)

 

 

 

Nonostante nell’antichità biblica il peso della sterilità gravi solo sulla donna, la preghiera femminile si rivolge alla provvidenza divina solo con Anna, madre del profeta Samuele. Il libro che ne prende il nome si apre infatti con il dolore di questa donna, che non solo deve condividere il marito con un’altra moglie, ma che a differenza dell’altra ha pure il grembo chiuso. Chiuso dall’Eterno naturalmente (1Sam 1,5), perché se è Lui ad aprire, a Lui pure si attribuisce la responsabilità della chiusura – come già notato nelle parole di Giacobbe a Rachele. A differenza delle altre, questa donna si rivolge direttamente a Dio senza far uso di mediatori, recandosi al Tempio e pregando tanto disperatamente che il sacerdote lì presente pensa sia ubriaca.

 

Gerbrand van der Eeckhout, Anna presenta il figlio Samuele al sommo sacerdote Eli (1665)

 

 

Facciamo ora una piccola capriola interpretativa, associando la tradizione biblica a quella extra-biblica, laddove a non poche figure è stata attribuita una nascita soprannaturale. Sono state narrate come nascite verginali infatti anche quelle di Lao Tzi, di Perseo, di Romolo e Remo, di Alessandro Magno. Ma sono miracolose pure le nascite di Krishna, di Buddha e di Zarathustra.

”C’era una volta un re degli invincibili Śakya, rampollo della razza solare, il cui nome era Śuddhόdana. Era puro nella condotta, e amato dagli Śakya come la luna autunnale. Aveva una moglie splendida, bella e fedele, che veniva chiamata la Grande Màya, per la sua somiglianza con Màya, la Dea.  Questi due conoscevano le gioie dell’amore, ed un giorno ella concepì il frutto del suo grembo, ma senza contaminazione alcuna, alla stessa maniera in cui conoscenza unita alla concentrazione mentale fruttifica. Poco prima del concepimento elle ebbe un sogno. Un bianco elefante reale le sembrò che penetrasse il suo corpo, ma senza causarle alcun dolore. Così Màya, regina di quel simile a un dio, portò nel suo grembo la gloria della sua dinastia. Tuttavia ella rimase libera dagli affanni, afflizioni, e capricci che di solito accompagnano le gravidanze. Casta ella stessa, desiderò ritirarsi nella pura foresta. Nella cui solitudine poteva praticare la concentrazione mentale. Ella si mise in mente di andare a Lumbini, un meraviglioso boschetto, con alberi di ogni tipo. Chiese al re di accompagnarla, e così lasciarono la città, e andarono in quello splendido boschetto. Quando la regina si accorse che il tempo del parto si stava avvicinando, si ritirò su un giaciglio coperto da una tenda, migliaia di ancelle intorno con la gioia nel cuore. La costellazione propizia di Pushya splendeva luminosamente quando un figlio nacque alla regina, per il bene del mondo. Egli venne fuori dal fianco della madre, senza causarle dolore o danno. La sua nascita fu miracolosa come quella degli eroi dell’antichità che nacquero dalla coscia, dalla mano, dalla testa e dall’ascella. Così egli uscì dal grembo come si addice a un Buddha. Egli non venne al mondo nel modo usuale, e apparve come uno disceso dal cielo. E dal momento che si era impegnato per molti cicli cosmici nel perfezionamento del suo essere, egli nacque in piena consapevolezza, e non senza pensiero e disorientato come sono gli altri”. (Buddhacarita, Gli atti del Buddha), I, 1-15)

Se Buddha nasce dal fianco della madre, come Asclepio e Dioniso, Atena nasce dalla testa, mentre Giulio Cesare da taglio cesareo (secondo una falsa tradizione medioevale, ma tanto è bastato per immortalarne la tecnica). E d’altra parte Giustino nella Prima Apologia rivolta ai pagani non disdegna l’associazione ai miti che riguardano la nascita di un figlio divino: «Noi raccontiamo che [Gesù Cristo] è nato da una vergine: ciò è comune al vostro Perseo».

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La verginità di Maria si diffonde molto presto nella fede dei credenti, come dimostrano gli apocrifi di metà II d.C. Il Protovangelo di Giacomo, richiamando a sua volta il predetto brano del profeta Isaia, parla del parto verginale di Maria, inserendo la figura di una levatrice chiamata da Giuseppe. Arrivata quando Maria ha ormai partorito, la donna vede una nuvola adombrare la grotta e poi una luce accecante che si attenua solo con l’apparizione del bambino. Uscita di lì la levatrice incontra una conoscente, Salomè, a cui riferisce il parto verginale. Quale doppio femmineo di Tommaso, la donna risponde:

Com’è vero che vive il Signore mio Dio, se non introdurrò il mio dito ed esaminerò la sua natura, non crederò mai che una vergine abbia partorito. (Protovangelo di Giacomo XIX,3)

Dopo aver fatto quanto desiderava, la mano di Salomè arde come fuoco per poi guarire dopo la supplica della donna e la sua professione di fede nel bimbo-Messia. Il Vangelo dello pseudo-Matteo fa invece arrivare assieme le due donne, entrambe chiamate da Giuseppe per offrire soccorso a Maria ma anche questa volta arrivate a parto avvenuto. Pure in questa versione è sempre Salomè a dubitare, inserire la mano, vederla seccarsi e poi risanare.

 

 

Jacques Daret, Salomè e Zelomi (1420 ca)

 

I vangeli canonici sono molto più sobri sul parto, ma le versioni apocrife prendono a tal punto piede da estendere la verginità dalla fecondazione al dopo parto, perché sia perenne [una condizione che nella cultura ebraica sarebbe stata ritenuta disonorevole]. Scrive Gregorio di Nissa: Egli infatti «non era stato concepito dal piacere carnale, né era uscito alla luce attraverso i dolori». Prosegue quindi Agostino nell’Enchiridion associando la nascita alla rinascita dal sepolcro: come la nascita aveva lasciato intatto il sigillum del corpo materno, così l’uscita dal sepolcro ha lasciato intonsi i sigilli della morte. Maria viene pertanto dichiarata Aeiparthenossempre vergine»), appellativo che viene inserito nella professione di fede del Concilio Lateranense IV (1215) e poi ripreso da Paolo IV (1555) nella costituzione Cum quorundam, dove si riafferma che Maria era vergine «prima, durante e per sempre dopo il parto».

 

Piero della Francesca, Madonna del parto – dettaglio (1455)

 

Tale accentuata valorizzazione del dato virginale non è senza conseguenze per l’immagine femminile, in quando connota negativamente la maternità corporea al punto da far scomparire tutte le rappresentazioni delle Madonne del parto in epoca di controriforma. Il tabù del parto e l’impurità della puerpera pesano quindi sulla fertilità femminile, avvolgendola per lunghi secoli di un manto di vergogna e impudicizia. Il culto della verginità prende talmente piede nella storia ecclesiastica, che le donne sante sono inevitabilmente legate a tale tratto distintivo, salvo rare eccezioni. È descritta come vergine santa Caterina da Siena, dottore della Chiesa; lo è sant’Agata, definita prima vergine e poi martire; ugualmente santa Scolastica, purtroppo solo vergine (ma l’elenco proseguirebbe a lungo e fino al Novecento). Non si capisce perché mai si parli di verginità a proposito della santità maschile. I santi maschi sono infatti preti, vescovi, papi, religiosi, missionari, martiri…, ma mai – neppure una volta – vergini.

Messi in fila, tutti questi riferimenti hanno un che di sconcertante. È bene allora acquisire il dato simbolico allo scopro di ottenere una bussola per non smarrirsi. Anzitutto occorre ricordare che la verginità è un valore che sorge in ambito patriarcale con il significato di proprietà su una donna che, carnalmente, non ha conosciuto altri, una richiesta che l’uomo vantava senza bisogno di doverla ricambiare. Violare una donna era infatti anche un modo per garantirsene il sicuro possesso, dato che in quelle condizioni non avrebbe trovato marito. Affermare che Maria è “sempre vergine” significa allora che il suo corpo non è disponibile al possesso, anche al di là di una qualunque vita sessuale. Fermarsi al dettaglio letterale dell’imene intatto, come sono arrivati a fare i racconti apocrifi, fissa ossessivamente l’attenzione sulla sessualità, connotandola negativamente come fatto in sé, invece di richiamare il valore di una relazione vissuta nella reciprocità e pertanto fuori da ogni idea di dominio.

Vergine madre, figlia del tuo figlio,

umile ed alta più che creatura

(Paradiso, XXXIII, 1-2)

Nel suo essere “vergine e madre”, Maria racchiude un ossimoro che dice l’irripetibilità del suo essere. Ed è in virtù di tale eccezionalità che le sono stati attribuiti caratteri e poteri tanto straordinari, attorno ai quali non finiremo mai di arrovellarci. In un’epoca secolarizzata come la nostra è infatti anche necessario “rendere ragione” della fede nella Vergine, che ai non credenti risulta oltremodo incomprensibile.

Per ulteriori indagini sulla simbologia che qui non possono trovare spazio, rimando al testo più esauriente di Simona Segoloni Ruta: https://www.alzogliocchiversoilcielo.com/2020/05/donne-immaginario-mariano-e-tentativi.html

 

Botticelli, Madonna del libro dettaglio (1480-81)

 

In conclusione alcune riscritture mariane, che hanno tentato a vario modo di ricomprendere il dato tradizionale.

“Nel suo spirito si mescolavano i segni e i prodigi che circondavano il giovane fin dal giorno della nascita e anche prima… Il bastone di Giuseppe che, unico fra tutti i bastoni dei futuri sposi, era fiorito; […] Più tardi, il fulmine caduto il giorno del matrimonio, che aveva paralizzato lo sposo prima che potesse toccare la sua donna. E più tardi ancora, si disse che la sposa aveva annusato un giglio bianco e che il suo ventre aveva concepito un figlio (Nikos Kazantzakis, L’ultima tentazione p. 18).

“…oggi non ho potuto staccare una sillaba dal labbro. Sono rimasta muta. Era tutta l’accoglienza che gli serviva, mi ha annunciato il figlio. Destinato a grandi cose, a salvezze, ma ho badato poco alle promesse. In corpo, nel mio grembo si era fatto spazio. Una piccola anfora di argilla ancora fresca si è posata nell’incavo del ventre. (Erri De Luca, In nome della madre p. 16)

“Il mio corpo proprio non c’è nel Vangelo. Non si dice dei capelli, né degli occhi di quale colore, la pelle scura della mia terra è diventata trasparente sugli altari. Solo racconto io sono nel Vangelo. Non sono stata amata di carezze e abbracci nelle Scritture. Troppo pudore” (Mariapia Veladiano, Lei p. 8)

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  • In copertina: Antonello da Messina, L’annunciata (dettaglio), 1470 ca.

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