MYRIAM

17 novembre 2018Lorenzo Cuffini

 

Scritto da MARIA NISII.

 

 

Riguarda ormai ne la faccia ch’a Cristo

più si somiglia, ché la sua chiarezza

sola ti può disporre a vedere Dio.”

(Dante, Paradiso, XXXII, 85)

 

La faccia che a Cristo più si somiglia: sembrano dire tutto questi versi, mettendo a tacere ogni altra possibilità futura di trovare nuovi volti a Maria, donna e quindi madre di Cristo. La proliferazione di immagini che l’ha invece preceduta e seguita sembra dire che a tale ricerca non si può porre un argine, già che pure del Figlio si rinviene altrettanta moltiplicazione e dispersione. Vangeli, apocrifi, devozione popolare da una parte e quindi arte, letteratura, cinema, teatro e musica dall’altra compongono un caleidoscopio, irriducibile a qualunque ricerca che volesse condurre la molteplicità in unità. Ma ancora più del Figlio, il volto di Maria è soprattutto riscritto, riletto, ripensato in rappresentazioni ben poco sostenute dal dato biblico, in cui è scarsamente presente e ancor meno parlante.

 

 

«Sono stata scritta da uomini e donne di ogni tempo» (p. 5) sostiene infatti il geniale punto di vista della prima persona dell’ultimo romanzo di Mariapia Veladiano, che sceglie di raccontare la storia della madre di Gesù giocando innanzitutto con il ruolo della sua protagonista. In tanti l’hanno riletta e riscritta, affidandole nomi e caratteri con cui è stata invocata nei secoli. Veladiano le dà quindi la parola perché sia Lei a raccontarsi questa volta, ma lo fa costruendo un personaggio consapevole del destino che ha già subìto – «mi hanno raccontata in poesia, in pittura, in musica, nel vetro, nel ghiaccio immacolato, a punto croce, sulle volte delle cattedrali e sui selciati delle piazze, a chiacchierino e col tombolo» (p. 5) – mentre ri-narra la storia che «ha tagliato il tempo in due» (p. 164). L’io-narrante si presenta allora come la Maria della fede cristiana e insieme come un soggetto di finzione, che già conosce quanto farà seguito a quegli eventi originari, talvolta intravedendo il futuro con lo sguardo profetico ricevuto in dono nell’annunciazione, talaltre elevandosi a una posizione extramondana a metà tra il personaggio di un romanzo e la regina dei cieli.

«Di me non si sa da dove vengo, sono nata con mio figlio, resa madre dal suo apparire» (p. 6), dice di sé Maria, che in questo passaggio decide di non adottare la genealogia attribuitale dagli apocrifi, mentre altrove questi testi sono ben presenti, a partire dall’età più che matura di Giuseppe (p. 35). Le fonti a cui attinge non possono essere solo canoniche, evidentemente, già che Maria – come viene peraltro ricordato – nei vangeli parla solo sei volte. Le tante riletture sono pertanto il riferimento costante della narrazione, tra le quali riconosciamo gli attributi delle litanie (p. 98), i nomi che riempiono le ricorrenze del calendario e le rappresentazioni iconografiche. A questi la protagonista sembra spesso rifiutarsi: «Il mio corpo proprio non c’è nel Vangelo… la pelle scura della mia terra è diventata trasparente sugli altari» (p. 8); «Non ho capito nemmeno io. Vorrei gridarlo a queste voci di ogni tempo che mi vogliono sapiente, obbediente, silente remissiva» (p. 19); «Sono stata felice. Non serena, ieratica, pacifica, lieta, composta, misurata» (p. 29).

Lorenzo Lotto, Annunciazione, Pinacoteca Recanati

 

[continua]

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  • In copertina : Santa Maria Vergine al centro della Candida Rosa, illustrazione di Gustave Doré