Nomi, soltanto nomi

24 Ottobre 2020Lorenzo Cuffini

Scritto da  GIAN LUCA CARREGA.

 

Cosa c’è in un nome?”, si domanda pensosa la Giulietta di Shakespeare, “forse che quella che chiamiamo rosa con un altro nome smetterebbe di profumare?”. No, signorina Giulietta. Ma se lei fosse nata qualche secolo prima e l’avessero salutata come Zippora, forse qualche riflessione in più sul valore dei nomi se la sarebbe fatta. E magari avrebbe chiesto alle amiche di chiamarla Sefora, alla greca, che fa molto profumeria ma ha pur sempre un fascino esotico.

Se bazzicate un po’ la Bibbia, qualche volta rimarrete interdetti sui nomi in cui vi imbattete. Ecco, se siete alla ricerca di un nome per vostro figlio non prendete esempio da Isaia che gli appioppa un Seariasub (“Unrestoritorna”) che presumibilmente lo avrà reso scapolo per tutta la vita. Non che alle femmine vada meglio. Giobbe pensa bene di dare all’ultima figlia il nome Fiala di Stibio, ma almeno lei aveva una dote da paura e certamente trovare un marito non era un problema. Oltretutto nella versione greca si trasforma nel grazioso Amalteia, forse aveva amici all’anagrafe.

 

 

La differenza si vede spesso quando si passa da una lingua all’altra e a volte si fa fatica a pensare che la versione ebraica della Bibbia e quella greca stanno parlando della stessa persona. Chi lo direbbe che il Pinchas del testo masoretico è lo stesso che gli alessandrini chiamano Finees? Se siano migliori i nomi ebraici o greci, beh, è questione di gusti. Certo è meglio l’ebraico Mical per il greco Milcol nel caso della moglie di Davide. Ma Adassa può ringraziare di essere diventata regina e di lasciarsi alle spalle il nome ebraico per portare quello di Ester.

Alcune idiosincrasie sono frutto dei traduttori italiani, ad esempio il vezzo di rendere più eufonici i nomi facendoli finire per vocale invece che per consonante. In ebraico, in greco, persino in latino il figlio di Saul è un dignitoso Gionatan, ma nella nostra lingua perde la consonante, al pari dell’ugualmente sfortunato Goliath, che è destinato a chiamarsi come una caramella. Possiamo almeno consolarci che le traduzioni moderne hanno evitato a Potifar, già gravato dal peso di una moglie infedele, l’onta di vedersi appellato come Putifarre.

 

 

 

Infine non riesco a capacitarmi di come i nostri traduttori non abbiano seguito criteri uniformi nella resa dei nomi del Nuovo Testamento, soprattutto là dove si creava confusione di genere tra maschile e femminile. Approvo senza riserve la scelta della versione 2008 della Conferenza Episcopale Italiana che ha reso alla greca il nome di uno dei prominenti della comunità cristiana di Corinto, così che invece di un imbarazzante Stefana (chi legge penserà a un errore per Stefania) leggiamo ora Stefanas. Ma mi chiedo perché la stessa cosa non sia stata fatta col sommo sacerdote emerito al tempo di Gesù: anche lui è Annas in greco, ma continuiamo a chiamarlo Anna… Il Signore lo punirà certamente per le sue responsabilità nella crocifissione di Gesù, ma perché dobbiamo tartassarlo anche noi con un nome da donna?

 

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