Perché essere cattolico è difficilissimo!

28 Settembre 2020Lorenzo Cuffini

Scritto da  MARIKA BONONI

 

 

All’Angelus del 30 agosto 2020 Papa Francesco, commentando il Vangelo della domenica (Mt 16,21-27) avverte i fedeli dei pericoli di una “fede ancora immatura e ancora troppo legata alla mentalità di questo mondo” (http://www.vatican.va/content/francesco/it/angelus/2020/documents/papa-francesco_angelus_20200830.html). Gli Apostoli a causa della loro fede acerba diventano nelle parole del Pontefice l’archetipo del cattolico incapace di un vero “capovolgimento di valori”.

La narrativa spesso ci presenta un severo giudizio rivolto ai Dodici. Non sfuggono, per esempio, le parole poco edificanti del giovane Holden Caulfield: “Mi stanno proprio qui, se volete saperlo. Se la cavano benissimo dopo che Gesù era morto e tutto quanto, ma finché era vivo gli servivano suppergiù quanto un buco nella testa” (J.D. Salinger, Il giovane Holden, Einaudi, Torino 1961, p.117). In effetti è facile immaginare le espressioni basite di fronte alle frequenti e insolite richieste di Gesù, come quando rispondono all’ordine di prendere il poco cibo a disposizione (episodio della moltiplicazione dei pani e dei pesci) con le parole: “Dobbiamo andare a comprare duecento denari di pane e dare loro da mangiare?”(Mc 6,34-44). In realtà per il cristiano il pensiero semplice degli Apostoli ha la funzione di uno specchio, egli vede in loro l’umanità e in questo modo può comprendere quanto è faticoso pensare alla croce come all’unica via per chi aderisce al Vangelo. “La croce è una cosa incomoda” dice Papa Francesco nell’Angelus e “Essere cattolico è difficilissimo” (Pif, …che Dio perdona a tutti, Universale Economica Feltrinelli, Milano 2020, p.128) scrive Pierfrancesco Diliberto nel suo ultimo romanzo.

Nel libro di Pif il crocifisso è l’emblema del cambiamento in atto: il giovane protagonista finalmente lo appende per compiacere (e sfidare) la fidanzata perché deciso a fingersi, per tre settimane, un vero cattolico. Proprio come Chips, la star della serie tv Living biblically andata in onda in Italia l’estate scorsa e oggetto di un articolo nel nostro blog (https://scrittoridiscrittura.it/senza-categoria/lestate-sta-finendo), il personaggio principale di     …che Dio perdona a tutti ci offre un’interpretazione della Sacra Scrittura rigorosa e poco ultraterrena. Le vicende si snodano intorno a una coppia siciliana, la loro storia uguale a quella di altri giovani del nostro tempo: si incontrano, si innamorano, vanno a convivere. Flora però è cattolica, la sua fede pare profonda e questo si rivela un problema perché lei non accetta la superficialità religiosa di Arturo. Da qui la sfida del protagonista: dimostrare che la fede autentica richiede una vera conversione, l’adesione deve implicare delle scelte morali che non sempre rendono facile la nostra esistenza, può causare imbarazzo, litigi e anche vergogna in una società abituata a prendere dal cristianesimo tutto ciò che interessa lasciando indietro la parte più impegnativa.

I riferimenti biblici si trovano cosparsi in tutto il libro anche se le citazioni dei Vangeli hanno inizio ufficialmente dal capitolo 12. L’autore alterna, spesso con amara ironia, interpretazioni autentiche e letture che mirano all’utile materiale: il versetto di Giovanni “Chiunque è dalla verità ascolta la mia voce” (Gv 18,37) diviene lo spunto per confessare all’acquirente di una casa (Arturo è un agente immobiliare) i difetti che la rendono invendibile; a pagina 121 invece Don Vitrano, il prete “adatto alla media alto-borghese” (p.119) incaricato di dissuadere Arturo dal proseguire una conversione troppo intransigente, cita Matteo 7,24: “Chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, è simile a un uomo saggio che ha costruito la sua casa sulla roccia”. La saggezza richiesta ad Arturo però è quella che avrebbe dovuto mettere a tacere la sua coscienza per un opinabile bene comunitario: la vendita dell’invendibile appartamento che si rivela della nipote del curato.

La narrazione procede con la comparsa di un missionario, Don Marco, lui avrà il definitivo compito di guarirlo da quella che, con sarcasmo, l’autore definisce “patologia che si chiama cristianesimo” (p.136). Il frate gli propone l’esempio di tre personaggi che hanno reso la loro conversione un’autentica rivoluzione andando incontro a numerosi conflitti, Papa Francesco, San Francesco e infine Gesù: “Quante difficoltà ha trovato nella sua strada in nome della verità, in nome di Dio. Voglio dire, è morto crocifisso!” (p.138).

L’intreccio custodisce anche numerosi episodi che indirettamente rimandano ad alcuni fra i più conosciuti personaggi dei racconti evangelici. Quando la coppia attraversa un paese di terremotati non è la cattolica Flora a sentire il bisogno di fermarsi per dare un aiuto, ma è Arturo che, proprio come il Buon Samaritano, giunge a donare i suoi vestiti e a privarsi dell’auto per dare calore e riparo a chi aveva perso tutto. La verità cristiana non è una teoria astratta e si realizza solo nell’esperienza umana integrale, così  anche se l’autore non cita espressamente San Paolo (“Accoglietevi gli uni gli altri come Cristo accolse voiRm 15,7) è impossibile non sentire le sue parole riecheggiare nell’episodio in cui Arturo accetta di ospitare un senegalese o quando si rifiuta di osteggiare l’ampliamento della parrocchia volto proprio all’accoglienza degli immigrati.

Al netto di alcuni luoghi comuni (l’eterna contrapposizione fra preti e frati missionari, l’ipocrisia di una certa borghesia cattolica…) la gradevole storia narrata da Pif, certamente senza alcuna pretesa esegetica, rappresenta una coerente riscrittura del messaggio evangelico. La ragione più evidente? Il finale del libro (che non si svelerà) e l’entusiasmo delle parole di Arturo dopo aver aiutato i terremotati: “Deve esserci un processo chimico che rilascia delle sostanze benefiche nel corpo quando fai del bene al prossimo […] quella sostanza, se esisteva, doveva essere potente, perché quel giorno mi portò a uno stato di piacere così profondo e intenso che dimenticai il mio lato oscuro di “mentitore di conversione”, e riuscii a godere dell’aiuto che avevo dato a persone che neanche conoscevo” (p.117-118).

È indubbio “Credere in Cristo è facile, bastano le parole, essere cristiani è difficilissimo” (p.147). Ma la gioia che con forza divampa in alcune pagine del libro è anch’essa parte integrante dell’essere cristiano e questa, l’autore non credente di …che Dio perdona a tutti, non può esimersi dall’esprimerla. D’altronde, anche se la conversione non è autentica, il piacere che deriva dal compiere il messaggio evangelico non può che esserlo.

 

 

 

 

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