Qohelet a Mirafiori

30 Aprile 2022Lorenzo Cuffini

Scritto da  LORENZO CUFFINI.

 

Vanità delle vanità, dice Qohelet,

vanità delle vanità: tutto è vanità.

 

Pochi giorni al Primo Maggio, Festa dei Lavoratori.

Sobbalzeranno i biblisti da un lato e i sociologi del lavoro dall’altro. Eppure sono questi versetti che mi risuonano in mente, ogni volta che mi trovo a costeggiare gli sterminati capannoni degli stabilimenti di Mirafiori: uno dei luoghi topici del lavoro ( e della società e della vita tutta) di Torino, oggi in larghissima parte, e da tempo, inutilizzati o destinati ad usi diversi rispetto a quelli per cui erano stati concepiti e alacremente vissuti dalla loro costruzione fino a qualche decade fa.

Recita la didascalia della cartolina in bianco e nero riprodotta qui sotto: Torino, vista aerea dei grandiosi stabilimenti della Fiat Mirafiori. Puo’ sembrare ingenua da un lato e propagandistica dall’altro ma  in realtà non era né l’una né l’altra cosa: veramente gli stabilimenti erano stati concepiti e messi in opera come  grandiosi. “Mirafiori è il più grande complesso industriale italiano tra i piu’ grandi in Europa. Occupa una superficie di 2.000.000 di m2. Al suo interno si snodano 20 chilometri di linee ferroviarie e 11 chilometri di strade sotterranee che collegano i vari capannoni. La palazzina degli uffici, che si affaccia su corso Giovanni Agnelli, è un edificio di 5 piani lungo 220 metri, ricoperto di pietra bianca di Finale….”

 

 

 

 

Una vera e propria cittadella: in grado di cambiare in buona parte il volto della città intera. Un tempio del lavoro, nei due sensi: intanto  quello della capacità, della tecnica, della attività, della creatività, della organizzazione, dello stile, della produzione. Un’altra cartolina gongola: Torino nell operosità, affiancando la classica e un po’ severa veduta tradizionale della Mole ai moderni monumenti industriali della Fabbrica per eccellenza: Lingotto, e Mirafiori.

 

 

Ora questi stabilimenti restano, ma sono vestigia di un tempo che fu e di un’epoca conclusa.  Per quanti l’hanno vissuta, , sembrava definitivamente acquisita e consolidata, e invece si è dissolta sotto il repentino mutamento di scenari economici e sociali, dominati dalla globalizzazione e dal brusco cambiamento di prospettive e contesti.

Vale la pena vedere un pezzetto di una trasmissione RAI di Gad Lerner dedicata all’argomento:

 

 

In un secondo senso, Mirafiori e i suoi stabilimenti furono un vero e proprio  tempio:   per la vita sindacale, per il movimento operaio, per le rivendicazioni sociali, per la formazione della coscienza dei lavoratori, epicentro di terremoti destinati a cambiare il volto della società italiana, dall’autunno caldo alla marcia dei quarantamila. Luogo cruciale per la classe operaia e  per la lotta di classe, dunque per una considerevole fetta di cultura e di politica che ad esse faceva riferimento. Anche questo intero mondo, così come lo abbiamo conosciuto per almeno tre decenni, è profondamente cambiato nei suoi fondamentali, fino a scomparire nei suoi aspetti più evidenti. Anch’essi, per tutto quel periodo, asse portante della vita cittadina e nazionale.

 

 

Aggirandosi oggi, intorno ai mitici “ cancelli di Mirafiori”, ai capannoni allora brulicanti di lavoratori di ogni tipo e oggi irriconoscibili e quasi “deserti” in confronto, suonano espressive le parole di Qohelet:

 

Quale guadagno viene all’uomo

per tutta la fatica con cui si affanna sotto il sole?

Una generazione se ne va e un’altra arriva,

ma la terra resta sempre la stessa.

Il sole sorge, il sole tramonta

e si affretta a tornare là dove rinasce.

Il vento va verso sud e piega verso nord.

Gira e va e sui suoi giri ritorna il vento.

Tutti i fiumi scorrono verso il mare,

eppure il mare non è mai pieno:

al luogo dove i fiumi scorrono,

continuano a scorrere.

 

Davanti a quei cancelli e in quel piazzale, una quantità di giornate scandite da slogan urlati nei megafoni, da cortei con striscioni e tamburi ritmati, da comizi e manifestazioni. Con una partecipazione tale da spaccare, letteralmente in due, in quei giorni, la città, creando una muraglia umana che era assolutamente impossibile penetrare dal traffico normale. Con una colonna sonora restata indimenticabile per chi l’ha vissuta:

 

“Tutte le parole si esauriscono

e nessuno è in grado di esprimersi a fondo.

Non si sazia l’occhio di guardare

né l’orecchio è mai sazio di udire.

Quel che è stato sarà

e quel che si è fatto si rifarà;

non c’è niente di nuovo sotto il sole.

C’è forse qualcosa di cui si possa dire:

«Ecco, questa è una novità»?

 

 

“Questa è una novità?”: veramente, allora, davanti a Mirafiori, questa domanda non avrebbe potuto essere posta. Quella era una novità, eccome: una novità mai vista prima, uno tsunami che , ad onde concentriche, dalla cittadella industriale e insieme ad essa ha generato intorno a sé un intero quartiere ex novo, una urbanistica nuova, chiese e parrochie e oratori nuovi, nuove scuole, nuove infrastrutture. Soprattutto una popolazione nuova: ibrida, mescolata, fabbrica/dipendente e al contempo fabbrica/tutelata, con una lingua, un sentire e un sistema di riferimento mai esistiti prima. Tutto ciò e rimasto , ma,  allo sfaldarsi della citta/industria, ha dovuto affrontare tensioni, problematiche e stimoli completamente diversi e allora inimmaginabili.

 

“Ecco, questa è una novità»?

Proprio questa è già avvenuta

nei secoli che ci hanno preceduto.

Nessun ricordo resta degli antichi,

ma neppure di coloro che saranno

si conserverà memoria

presso quelli che verranno in seguito.”

 

Nessun ricordo. Il rischio , e il timore, è proprio questo. La scomparsa senza lasciare traccia. La perdita di un intero mondo, sorto, giunto al massimo di espansione ( con tutte le sue contraddizioni) entrato in crisi e rapidamente scomparso con una velocità tutto sommato impensabile e difficile da afferrare per quelli che lo hanno vissuto nella varie fasi. Tanto più se si considera che questo fenomeno di onda montante, maremoto, reflusso, bonaccia paludosa non è specifico solo di Mirafiori, ma riguarda molte altre zone , tutte quelle interessate dal cosiddetto indotto: buona parte della cintura industriale, o certe zone del Canavese. Lì, adesso, solo una disseminata teoria di capannoni chiusi, dismessi e in rovina  sta a testimoniare l’esistenza di una fase storica ben precisa, e  quanto intensa, tumultuosa e per molti versi prodigiosa essa sia stata.

 

 

 

Si potrebbe dire che, al pari delle rovine greche e romane, queste moderne vestigia restano a dimostrare non solo i fasti ma, plasticamente, anche la rovina. In questo caso i resti del boom industriale restano a testimoniarne il cosiddetto sboom. Solo che prima di catalogarli accademicamente come  una nuova pagina di “archeologia industriale”  vale la pena non dimenticarsi che ognuna di quelle realtà, allora  straordinariamente pulsanti di attività e produzione, centri numerosissimi di lavoro, non è stata solo fenomeno sociale e produttivo, ma anche e soprattutto pane e vita vissuta per migliaia e migliaia di persone e delle loro famiglie, che a finire come “ relitti di un passato scomparso” da raccontare a distratti nipotini non ci tenevano, e non ci tengono minimamente. Perché se esiste il pericolo del “ nessun ricordo” esiste anche quello del “solo ricordi”. Il disvelarsi delle magnifiche sorte e progressive dello sviluppo industriale come una delle tante vanità della storia, ha portato inevitabilmente con sé una miriade di crisi personali, piccole o grandi. Di riconversioni individuali e familiari rese imprescindibili. Di vite cambiate radicalmente , magari dopo uno strappo sulla pelle viva fatto anni prima, lasciando terre e paesi di origine nei 50 e 60 per la “terra promessa” del Lavoro nuovo. A tutti  loro si potrebbe adattare bene questa poesia di David Maria Turoldo, tratta dalla raccolta Mie notti con Qohelet

 

 

 

 

“Seconda notte”

Piove e la notte è ancora più cupa, Qohelet.

Amico delle verità supreme,

neppure di te sai dire

se una fede e quale

ti illumini oppure ottenebri la mente.

 

Anche tu di nessuna verità puoi dirti certo,

tale è la rasura delle parole.

Meno ancora Ragione ti giova:

non un bagliore che rischiari

il campo dal dubbio: è legge

che Ragione deve contraddirsi.

E dunque, in cosa credere, o Qohelet?

 

Già: in cosa credere? In cosa hanno creduto, in cosa hanno pensato di credere, in cosa hanno dovuto imparare a non credere, tanti di questi lavoratori di Mirafiori, protagonisti di una traiettoria di vita che ha rivoluzionato la loro, di vita, in almeno due, se non tre modi diversi?

Scrive il sociologo Fabrizio Floris:

“Uomini e donne che facevano parte di un flusso che si muoveva lungo un unico binario: casa-fabbrica, fabbrica-casa, costituito da movimenti ripetuti, che nel tempo si erano fatti istintivi. Eppure questo stare fianco a fianco per ore, anni, nello stesso luogo di lavoro, nello stesso quartiere, negli stessi problemi, aveva portato a sortire risposte comuni a problemi collettivi, era la politica che a tratti si scopriva comunità: una massa arretrata, ignorante, ingenuamente fiduciosa, ma non indifferente.

Ogni storia era un romanzo inedito di personaggi in cerca d’autore. Tutto appariva chiaro e distinguibile, lineare: destra/sinistra, lavoro/disoccupazione, integrato/escluso, giorno/notte era la modernità solida; adesso lavori, ma sei ai margini, non lavori e hai un reddito, un anno voti e l’altro lasci scheda bianca, non c’è contrapposizione identitaria ma una sommatoria che rende tutto indistinguibile (liquido). Anche il tempo si è fatto indistinto: è sfumata la separazione tra tempo lavoro e tempo libero ed è in atto l’assalto alla frontiera del sonno, l’ultimo competitor degli strateghi hi-tech, e così anche la notte è giorno. Mirafiori è diventata una periferia esistenziale, i cortili si sono svuotati, gli anziani sono rimasti soli, e la vita ha perso la sua dimensione collettiva e comunitaria per ripiegarsi nell’autosufficienza dell’Io e nel fingere di essere middleclass, ma è stata un’illusione.”

 

Tutto questo detto, e nonostante il fantasma di Qohelet, va detto e riconosciuto che questo repentino e imprevedibile tramonto ha generato non solo rimpianti e spaesamenti, ma ha sviluppato cose nuove, belle e in direzioni inaspettate :

“Come  spiega Bruno Manghi, “il declino non è diventato degrado, la storia è andata avanti a dispetto della storia». La Fondazione di Comunità e le parrocchie hanno messo in pista progetti per i giovani, gli anziani, il verde, un presidio Slow Food. Abbiamo, come racconta Davide Teta, «iniziato a muoverci come squali, non siamo pericolosi, solo che per sopravvivere dobbiamo, come gli squali, muoverci velocemente, andare fluidi e mutare rotta, se necessario, non possiamo stare fermi, altrimenti come gli squali moriamo». Da qui si prova compassione per quei cronisti che devono esercitare il loro mestiere in sonnolenti quartieri dai nomi altisonanti, perché a Mirafiori ogni giorno c’è una storia da raccontare e la realtà non finisce mai di sorprenderti. Per questo, quando cammino per le strade di Mirafiori sono pieno di soldi, l’aria è pulita, ho posti di lavoro da distribuire, la gente si informa sui giornali ed è parte attiva di una catena vitale che stringe mani che lavorano e, lavorando, trasformano la periferia in circolarità vitale. Non sono sogni, ma il nostro programma politico. L’oro si arrugginisce, la vita è alle spalle, e già ci precede quando siamo noi.”

 

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