Quale Messiah? Una fiction in tempi di coronavirus

25 Aprile 2020Lorenzo Cuffini

 

Scritto da MARIA NISII.

 

In questo periodo di clausura forzata, si trova il tempo di fare cose a cui normalmente non si sceglie di dedicarsi. Così, una sera dopo l’altra, sono passati anche i dieci episodi della serie Messiah di Netflix. Una mia studentessa mi aveva invitata a guardarli, perché potessi dirle la mia. Loro in famiglia ne hanno tutti un parere diverso, mi spiega. Ho iniziato il primo episodio con scetticismo, ma poi la curiosità e il piacere di rompere le abitudini mi hanno spinta a continuare. Scrivo questo pezzo per capire anch’io che effetto mi abbia fatto e fissare qualche idea – chi lo desidera, può commentare nello spazio dedicato a fondo pagina.

L’idea di partenza è buona: un personaggio misterioso che tutti chiamano Al-Massih compare a Damasco durante l’attacco di Daesh. L’uomo vestito di giallo (come, si dice, prevedano le profezie musulmane) invita gli uomini a non perdere la speranza: Dio interverrà a salvarli. Mentre ancora sta parlando, una violenta bufera di sabbia realizza le sue parole. Chi lo ha ascoltato, compreso il giovane Jibril con cui si apre il racconto, crede in lui come nel profeta degli ultimi tempi e si mette a seguirlo. L’uomo guida i tanti che ora credono in lui fino ai confini con Israele, dove naturalmente sono tutti fermati e lui arrestato.

Dal Medio Oriente la scena passa negli Usa, dove Al-Massih ricompare misteriosamente durante un uragano che colpisce un paesino del Texas, salvando la giovane figlia di un pastore e l’unica chiesa lì presente, a cui poco prima il pastore stava per dare fuoco. Alla fine sarà l’unico edificio a restare in piedi, quasi segno di una nuova speranza. Questi primi elementi, abilmente distribuiti da una narrazione anche efficace, creano una certa attesa che, da un episodio all’altro, rimane tuttavia insoddisfatta. Eppure… Il lato spettacolare e apocalittico, immaginario tradizionale da tempi ultimi, torna a dispiegarsi sulle coste della Florida con un’inondazione, che non si manca di definire “diluvio”, preceduta dalla visione di una distesa di pesci spiaggiati. Inoltre, il personaggio di Al-Massih possiede il giusto equilibrio di fascino e ambiguità, efficace a suscitare la domanda sulla sua identità. L’uso del dispositivo miracolistico risulta stucchevole solo nel caso della camminata sulle acquea Washington, diversamente non se ne abusa. I discepoli (oggi naturalmente definiti “followers”) si moltiplicano, ma è soprattutto nell’incontro personale che Al-Massih rivela le sue arti retoriche, la capacità di scrutare dentro, di suggerire una via nuova. E l’altro non può non uscirne turbato, cambiato, talvolta persino “convertito”.

 

La “riscrittura” di Cristo in questo personaggio non dimentica alcuni dei tratti noti e più o meno facilmente riconoscibili. Gli stessi titoli degli episodi riprendono parole di Gesù o citazioni bibliche: “Chi ha orecchio” (Mc 4,9), “Pur vedendo non vedono” (Mt 13,13), “Il dito di Dio” (frequente antropomorfismo usato in tutta la Bibbia), “Io creerò come parlo” (richiamo al primo racconto della creazione, Gen 1, in cui Dio crea con la Parola). Nel corso della vicenda riconosciamo una serie di riferimenti biblici, tra i quali l’attraversamento del deserto con i seguaci siriani verso Israele (qui il richiamo è a Mosè e all’esodo del popolo ebraico uscito dall’Egitto, in cammino verso la Terra Promessa). Gli altri invece sono perlopiù evangelici e tra questi: la resurrezione del bambino, colpito da un proiettile sulla spianata delle moschee a Gerusalemme (vago richiamo alla resurrezione del figlio della vedova in Lc 7,11-17); il fratello intervistato che ne rivela un passato da illusionista (ricorda la famiglia di Gesù che lo ritiene “fuori di sé” in Mc 3,21); l’epilettica Rebecca, figlia del pastore, che parla al posto di Al-Massih (possibile richiamo a Mc 5,20, laddove l’indemoniato di Gerasa si mette a predicare quanto ha sperimentato – nei vangeli gli epilettici sono ritenuti indemoniati, cfr Mt 17,15); la richiesta di guarigione della figlia malata di cancro (possibile richiamo all’episodio della cananea di Mc 7,24-30 e alle varie altre richieste di guarigione); la prostituta, mandata a sedurlo e che ne esce cambiata (immagine di Maddalena, tradizionalmente associata alla prostituta di Lc 7); infine ovunque sembra aleggiare la domanda: Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra? (Lc 18,8).

 

Che Cristo torni sulla terra, sia immediatamente riconosciuto dagli uomini, circondato da gente che gli chiede miracoli e subito arrestato dalle autorità è già stato oggetto di quel classico della letteratura che è La leggenda del grande inquisitore di Dostoevskij. Il tema quindi è già battuto, segno del suo interesse, messa alla prova della fede del proprio tempo e rivisitazione in chiave contemporanea dei vangeli. Non è quello che si pensa e ci si chiede, in fondo, leggendo oggi quei testi: saremmo noi in grado di riconoscerlo?

Tutte queste piste promettenti si fermano qui. Il peso della narrazione si sposta infatti sull’indagine della Cia, perché inevitabilmente il suo diventa un caso internazionale, che vede coinvolto da un lato un devoto Presidente Usa e uno spietato capo di gabinetto e dall’altro i delicati e precari equilibri di area palestinese. Ma sul fronte religioso si sprecano gli stereotipi, esibendo un mondo in crisi che sopravvive con la violenza (oriente) o con il denaro (occidente). Gli imam sono quindi fondamentalisti che educano futuri terroristi. Ma i pastori protestanti non fanno una figura migliore, mostrando la difficoltà del credere (Felix, pastore del paesino del Texas colpito dall’uragano, vuole distruggere la sua chiesa per crisi personale e di fede) e l’ambizione al successo (il suocero di Felix, pastore miliardario e noto telepredicatore, pensa solo a sfruttare la situazione per il proprio canale). Infine i tanti discepoli (sul fronte islamico come su quello cristiano) mostrano una fede superstiziosa (ricerca del miracolo, della guarigione) e fondamentalistica. E dunque sensazionalistica. Come la fiction, che vuole raccontare la possibilità di una venuta del Messia ai nostri tempi, ma non può farlo senza condirla di giallo, violenza, sesso.

Al-Massih è un personaggio divisivo che non offre risposte, ma solleva domande. Alcuni riscoprono qualcosa di perduto in se stessi. Altri, che magari attendevano una prova dell’esistenza di Dio, restano delusi (fortunatamente!) e trovano altre soluzioni all’enigma della sua identità. Ma la domanda su che cosa sia la fede è posta con troppa superficialità. Evidentemente inadatta per il circuito che ne ha promosso la realizzazione. Per chi fosse interessato, meglio tornare al Grande inquisitore, che tra l’altro offre una importante riflessione sull’episodio delle tentazioni con il quale si è aperta la Quaresima. Quello che si può salvare di questoMessiahè piuttosto un’altra domanda: come fare i conti con queste rappresentazioni del religioso, inadeguate, ma in molti casi le uniche attingibili dai più? Seppur stereotipate, le immagini di fondamentalismo (nella forma violenta o nell’arroccamento a una fede vecchia e stantia) sono davvero lontane dal contemporaneo mondo delle religioni?

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