«Quello che vedi, scrivilo in un libro» (Ap 1,11)

11 Giugno 2022Lorenzo Cuffini

 

 

Scritto da  NORMA ALESSIO.

 

Quando ascoltiamo le letture del tempo di Pasqua nell’anno liturgico C, brani tratti dal libro dell’Apocalisse di Giovanni, dalle descrizioni degli eventi ne abbiamo una percezione “apocalittica” col senso che oggi diamo al termine stesso per indicare cataclisma, enorme disastro e fine del mondo. Da un’attenta lettura emerge il fascino che questo testo sacro ed enigmatico ci trasmette attraverso le descrizioni dettagliate di immagini ricche di simboli. D’altra parte, fin dal prologo si presenta come un libro da “guardare” e dove la vista gioca un ruolo così importante, che in non meno di 36 volte nei suoi 22 capitoli, Giovanni scriverà «io vidi». Partendo dal significato letterale di Apocalisse, “levare il velo”, “rimuovere il velo per mostrare ciò che era nascosto”, approfondiamo il suo contenuto e le espressioni artistiche che ne sono derivate.

 

Come affermano lo studioso Eugenio Corsini e il biblista Claudio Doglio, il testo dell’Apocalisse rappresenta “fondamentalmente celebrazione della Pasqua, inno liturgico e annuncio della risurrezione avvenuta, evento centrale della storia di salvezza, anello di congiunzione fra l’inizio e la fine, dalla creazione alla risurrezione, al ritorno di Cristo nella sua comunità. Gli stessi definiscono inoltre l’Apocalisse come una rilettura cristiana dell’Antico Testamento alla luce dell’avvenimento pasquale, essendo Rivelazione di Gesù Cristo. Per le sue indiscusse visioni mistiche e descrizioni fantastiche, l’Apocalisse ha stimolato molti artisti, costituendo uno dei temi più diffusi dell’arte sacra fin dal secolo V, con uno straordinario incremento fino al periodo medioevale e poi rinascimentale, favorito in quel momento dalla visione della vita come un passaggio verso quella futura e definitiva, sommata a una vasta diffusione delle paure e delle speranze nel destino ultimo dell’uomo e dell’universo. Nelle opere figurative medioevali veniva messo in evidenza l’aspetto più violento e catastrofico delle visioni: esseri infernali, mostri e strane creature del mondo fantastico facevano da corona alle intense figure sacre. Le molte raffigurazioni dell’Apocalisse tra l’ XI e il XIV secolo sono collegate alle interpretazioni date dai vari commentatori sottoforma di miniature dei manoscritti. Per avere una lettura illustrata complessiva di questo testo vi sono i cicli dell’Apocalisse risalenti per lo più al medioevo. Quello più completo lo troviamo in Francia, ora nel Castello di Angers, nella serie di Arazzi del 1380. Ripercorre, pressoché fedelmente, la narrazione dell’autore, con costumi e iconografie tipiche della fine del Medioevo, con soggetti disegnati da Jean de Bandol, adattati al carattere di decorazione monumentale tipico della tappezzeria ed eseguiti da Nicolas Bataille per Luigi d’Angiò, in ottantaquattro scene e novantotto quadri. La lunghezza totale sembra fosse di 168 metri, ora ridotta a 140, e alta 6,10; in ognuna delle scene è presente San Giovanni, talvolta partecipe dell’azione, ma per lo più spettatore, di volta in volta sereno, curioso, sorpreso, terrificato, ansioso, triste, gioioso.(video El Tapiz del Apocalipsis,140 metros de bordado. Angers, Francia. Paseo Comentado.-You Tube: https://www.youtube.com/watch?v=nr0R1Fhaj-8)

Alcune immagini sono diventate simboli, ancora oggi utilizzati dagli artisti; talvolta compresenti, disposti gli uni accanto agli altri, senza rispettarne attinenza e  precisione descrittiva che si riscontrano nel testo originale, e inseriti all’interno di contesti figurativi sacri vari. Eccone riportati alcuni esempi:

la croce gemmata sul monte Golgota (Roma – Santa Pudenziana- abside),

 

 

la città celeste di Gerusalemme (Civate -Lecco – Basilica di San Pietro al Monte – volte),

 

 

i simboli degli evangelisti, gli agnelli che escono dalle città di Gerusalemme e Betlemme, il ritorno di Cristo nel giorno del Giudizio, la mano di Dio con o senza corona sulla testa di Cristo,

l’Agnello mistico che troviamo a : Anagni -Frosinone – Cattedrale – cripta ;

 

 

a Roma: -Santi Cosma e Damiano -Arco trionfale 

 

 

a La Rioja – Spagna– Cattedrale di Santo Domingo de la Calzada – cripta

 

 

un trono vuoto con le insegne di Cristo (l’Etimasia) talvolta con il capo circondato da un’aureola crucifera, la Donna vestita di sole, con la luna sotto i piedi e coronata di 12 stelle.

In altri casi le singole scene dell’Apocalisse sono state fuse insieme. Una nuova edizione dell’Apocalisse, pubblicata a Milano nel 1941, porta un’innovazione iconografica profonda nella lunga storia delle illustrazioni del libro giovanneo ed è quella elaborata da Giorgio De Chirico tra il 1940 e il 1941, comprendente una serie di venti litografie per una così poco “apocalittica” interpretazione. A commento di quest’opera scrive la storica dell’arte Elena Pontiggia «E nessuno, forse, ne aveva raffigurato gli eventi con tanta tranquilla serenità, venata in alcune parti di un candore addirittura fanciullesco. Il libro sacro più misterioso e terribile, tradizionalmente interpretato come profezia della fine del mondo, anche se in realtà è più una meditazione sulla dolorosa storia dell’uomo che sul suo destino escatologico e culmina con la luce sfolgorante della Nuova Gerusalemme e col trionfo dell’Agnello. Le visionarie pagine giovannee, abitate da mostri e draghi, oscurate dalle tenebre dell’Anticristo e percorse dai flagelli orrendi dei Quattro Cavalieri, diventano in De Chirico un racconto fiabesco, insieme spontaneo e colto, soffuso in certi punti di un evangelico spirito d’infanzia, in altri di solenni accenti classici».

 

 

Ma se volessimo ancora vedere un ciclo moderno dove l’iconografia classica dell’apocalisse non è rispettata, ma rivisitata con le sue creature mostruose, ecco il libro a fumetti pubblicato nel 2019 disegnato da Corrado Roi e scrittoda Alfredo Castelli (https://www.youtube.com/watch?v=jvG7U8TAaNg). Da una recensione si ricava che “i suoi personaggi sono spesso graffiati, dai contorni sfumati, quasi a indicare l’impossibilità di afferrare del tutto le visioni di Giovanni”. E nel commento conclusivo emerge che “Pur non essendo, il loro, un fumetto nato per la catechesi, Castelli e Roi si sono pronunciati a favore del fatto che il medium del fumetto possa contribuire alla conoscenza del testo biblico. Il merito di questo lavoro risiede proprio nell’aver tentato una rilettura che evitasse le trappole del didascalismo e potesse incuriosire i lettori ad andare a leggere il testo originario”.

 

 

 

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