Spiegazioni che non spiegano

24 Settembre 2022Lorenzo Cuffini

Scritto da GIAN LUCA CARREGA-

 

Le parabole di Gesù, si dice, sono testi semplici e intuitivi, che non hanno bisogno di spiegazione. Ma l’esperienza ci insegna il contrario, che cioè possono avere molte spiegazioni e anche in contrasto tra di loro. In alcuni casi possiamo ritenerci fortunati perché i vangeli ci offrono una loro interpretazione della parabola o almeno una cornice contestuale entro cui collocarla, ma qui vorrei provare a dimostrare quanto questi aiuti siano ingannevoli e rischino di farci subire passivamente una interpretazione insoddisfacente.

 

Le parabole dotate di una spiegazione dettagliata sono soltanto due: quella del seminatore e quella della zizzania. In entrambi i casi dopo il racconto della parabola ne viene attribuita la “corretta interpretazione” a Gesù stesso che illustra le esatte corrispondenze tra i singoli elementi del racconto e la realtà che dobbiamo leggervi dietro. Tecnicamente, quindi, queste parabole vengono intese come allegorie. Le allegorie sono narrazioni fittizie nelle quali esiste una precisa corrispondenza tra tutti (o quasi) gli elementi introdotti nel racconto e la realtà che si vuole far comprendere attraverso i simboli. Perciò veniamo a scoprire che nella storia di un uomo che semina buon seme e invece gli spunta della zizzania, il seminatore rappresenta Gesù, il campo è il mondo, i mietitori sono gli angeli, ecc. Sul modello di questa esegesi, i primi cristiani hanno interpretato in questa maniera tutte le parabole, con esiti talvolta disastrosi. Infatti non è detto che tutti i singoli elementi di una parabola abbiano la funzione di rappresentare qualcos’altro. Inoltre, chi ci assicura che la nostra associazione di elementi sia corretta? Interpretando in questa chiave la parabola del buon samaritano, Agostino dice che l’albergatore a cui si rivolge il samaritano per affidargli il ferito rappresenta san Paolo! È chiaro che procedendo in questo modo ci si espone al rischio di un estremo soggettivismo.Inoltre nel caso della spiegazione della parabola del seminatore si capisce che si va in una direzione diversa rispetto al racconto originario: il centro dell’interesse è il seme o i terreni? In un caso lo scopo della parabola è dimostrare l’efficacia della parola di Gesù che si diffonde nonostante alcuni insuccessi, nell’altro è una lezione morale per invitare i discepoli a diventare un terreno buono. Da questi elementi si comprende che le spiegazioni sono secondarie rispetto al racconto e probabilmente di mano differente. Per questo dire che la parabola significa ciò che è detto nella interpretazione data dai vangeli può risultare inadeguato.

 

 

 

Un discorso simile vale anche per alcune introduzioni alle parabole, tipiche ad esempio di Luca. All’inizio del capitolo 18 l’evangelista ci informa che Gesù disse una parabola ai discepoli “sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi mai”. Se non avessimo una introduzione simile, difficilmente penseremmo che la storia del giudice disonesto e della vedova ostinata riguarda la preghiera! In effetti, la preghiera può essere un buon campo di applicazione per la perseveranza, ma è l’unico? Con questo cappello iniziale non si rischia di limitare la portata di un racconto che forse originariamente aveva potenzialità più ampie? E quando a ruota di questa parabola viene introdotta quella del fariseo e del pubblicano leggiamo che è destinata ad alcuni che si ritenevano giusti e disprezzavano gli altri (Lc 18,9). Anche qui il preambolo lascia perplessi: davvero il protagonista del racconto è il tronfio fariseo o dobbiamo metterlo sullo stesso piano del mite pubblicano? A me sembra che elevarlo ai danni del pubblicano significhi trascurare quella attenzione agli umili che il Gesù di Luca manifesta in tanteoccasioni e che risponde al progetto divino cantato da Maria nel Magnificat di rovesciare i potenti ed esaltare gli umili.

In conclusione, questi commenti o introduzioni alle parabole presenti nei vangeli non costituiscono la loro interpretazione autorevole, ma sono interessanti per noi perché costituiscono i primi tentativi di riscrittura dei racconti. Come abbiamo visto, si tratta spesso di letture parziali che sottolineano un solo aspetto a scapito del quadro generale, ma è un’operazione non molto diversa da quella del pittore che sceglie di raffigurare una sola scena di una storia complessa (ad esempio il ritorno a casa del figliol prodigo). Probabilmente nessuna interpretazione di una parabola riesce ad essere esaustiva, ma esaminando diverse riletture ed interpretazioni il lettore è in grado di comprendere quali siano più pertinenti e quali meno, quali hanno un reale fondamento nel testo e quali invece siano frutto della fantasia.

 

 

Andrea Mantegna, Altare di san Luca, 1453, tempera su tavola, Pinacoteca di Brera, Milano

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