TESTIMONIAL

2 Ottobre 2021Lorenzo Cuffini

Scritto da  GIAN LUCA CARREGA.

 

 

 

L’uso di ricorrere all’autorità di un personaggio famoso per promuovere un prodotto o un programma è una prassi abbastanza diffusa nell’ambiente pubblicitario. Vedere un volto conosciuto è rassicurante: c’è qualcuno accreditato presso il pubblico che ci mette la faccia, vuoi mica che sia una schifezza? Una variante in ambito letterario è la prefazione scritta da un nome di grido, una santa raccomandazione che dovrebbe convincere anche i più scettici ad accettare ciò che si trova nelle pagine successive. La Scrittura conosce un fenomeno simile con l’attribuzione di un determinato libro ad un personaggio che è già noto per vicende estranee al libro stesso. Così abbiamo nell’Antico Testamento un certo numero di testi che sono attribuiti al celebre re Salomone ma che è impossibile che risalgano a lui per ovvie considerazioni cronologiche. Salomone visse alla metà del X secolo a.C., mentre il libro della Sapienza che si presenta come sua creazione è di quasi mille anni più tardo e quello di Qoelet, “re d’Israele in Gerusalemme”, non può risalire oltre il III secolo a.C. Tecnicamente questi volumi sono chiamati “pseudepigrafi”, perché l’attribuzione della loro paternità si rivela falsa. E in alcuni casi non è facile da stabilire, perciò siamo in dubbio se l’autore della prima lettera di Pietro sia davvero il principe degli apostoli, mentre nel caso della seconda lettera di Pietro, databile all’inizio del II secolo d.C. la questione non si pone proprio.

 

 

L’uso di un’attribuzione fittizia è molto comune in quei testi che noi indichiamo come “apocrifi”, cioè libri che non sono entrati nel canone delle Scritture sacre. Lì è ancora più chiaro che la scelta di un nome di grido costituiva l’escamotage per avvalorarsi davanti ad un pubblico scettico.

 

 

Nel caso poi dell’Apocalisse ci troviamo di fronte ad un caso molto particolare. Il genere letterario unico all’interno del Nuovo Testamento rendeva il libro parecchio sospetto, perciò l’autore deve spesso ricorrere alla garanzia costituita dalla sua persona. Ma per farlo adopera una certa discrezione perché si presenta semplicemente con il suo nome, Giovanni. Se avesse voluto davvero impressionarci, avrebbe dovuto dirci: “Sono quello che ha scritto il Quarto Vangelo!”, oppure: “Sono uno dei dodici apostoli”. Perciò è apprezzabile che l’autore faccia leva sulla credibilità del contenuto delle sue visioni e sul suo ruolo di profeta piuttosto che esibire un curriculum da scrittore di grido. Il problema, però, si ripresenterà successivamente, quando il tenore delle sue rivelazioni si presterà a molte critiche e si renderà necessario assicurarne il loro perenne valore. Ne abbiamo una curiosa risonanza in un capolavoro artistico medievale, l’arazzo dell’Apocalisse di Angers. In questa impressionante sequenza di pannelli che ritraggono scene tratte dall’ultimo libro della Bibbia, compare quasi sempre il personaggio di Giovanni, anche laddove di per sé il testo sacro non lo menziona. Che senso ha, quindi, la sua presenza? In un certo modo funziona anche qui da testimonial, cioè sta lì a ricordarci che la veridicità di ciò che gli artisti hanno raffigurato sull’arazzo riposa in definitiva sulle visioni di un uomo di Dio e non sulla semplice immaginazione umana.

 

 

Al tempo stesso, poi, il testimonial ci invita a vedere le scene rappresentate dal suo stesso punto di vista, così che lo spettatore sia coinvolto nel dramma raccontato non come elemento estraneo ma come protagonista che si lascia trasformare da quanto sta osservando.

 

 

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