Tra le nuvole

1 Giugno 2019Lorenzo Cuffini

Scritto da  NORMA ALESSIO.

 

Quando vediamo un’immagine pittorica di Gesù che si eleva al cielo, pensiamo alla sua Resurrezione, oppure alla Trasfigurazione o ancora all’Ascensione, talvolta associata anche alla Pentecoste (quando compaiono le lingue di fuoco che scendono sugli apostoli). Abbiamo difficoltà però  ad identificarle e anche gli artisti – talora – introducono particolari che non ci aiutano a riconoscerle. Gli elementi comuni sono: il corpo di Cristo, la nube, il monte, il cielo, la presenza degli apostoli. In aiuto per distinguerli abbiamo in primo luogo i brani delle scritture e poi i cosiddetti attributi, quei segni od oggetti  atti a caratterizzare e individuare un personaggio, indipendentemente dalla raffigurazione fisionomica.

Nelle rappresentazioni della Trasfigurazione, Gesù per lo più sta eretto su un monte: talvolta si libra nel cielo, ha una veste bianca, una nuvola sullo sfondo e ai lati due uomini, Mosè ed Elia. Nella Resurrezione, Gesù è seminudo, con la veste rossa o bianca, un vessillo crociato della vittoria sulla morte,  è eretto, si libra nel cielo, con o senza sepolcro accanto. Anche la più conosciuta e la più comune iconografia dell’Ascensione presenta, ben visibile, il corpo frontale di Cristo che si eleva in cielo, e proprio per questo  può essere confusa, come già detto, con i temi della Trasfigurazione e della Resurrezione.

 

 

Anche se i tre eventi sono tutti momenti di rivelazione di Gesù, mi soffermo su alcune originali riscritture dell’Ascensione. Nel Vangelo di Marco (16, 19) ne abbiamo una breve descrizione: “Gesù… fu elevato in cielo e si sedette alla destra di Dio”; in Luca (24, 50-51) emergono dei particolari sull’azione più precisi: “Poi li condusse fuori verso Betania e, alzate le mani, li benedisse. Mentre li benediceva, si staccò da loro e veniva portato su, in cielo. Ed essi si prostrarono davanti a lui; poi tornarono a Gerusalemme con grande gioia…” . Sempre Luca negli Atti degli Apostoli (1, 11), dà colore all’evento specificando che Cristo “fu elevato in alto sotto i loro occhi e una nube lo sottrasse al loro sguardo. E poiché essi stavano fissando il cielo mentre egli se ne andava, ecco due uomini in bianche vesti si presentarono a loro e dissero: Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? Questo Gesù, che è stato tra di voi assunto fino al cielo, tornerà un giorno allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo”.

In un dipinto del 1585 di Ramenghi Giovan Battista, appartenente alla Pala del Rosario della Chiesa del Carmine a Bagnacavallo, in provincia di Ravenna, la figura di Gesù è quasi completamente scomparsa dentro una nuvola: sono rimasti alla visione solo i suoi piedi (particolare usato di frequente dal XIII secolo) che sporgono dall’orlo della tunica, mentre gli apostoli e la Vergine lo seguono con lo sguardo, non vedendolo quasi più.

Ramenghi Giovan Battista, Bagnacavallo , Ravenna, 1585

 

Il Maestro Thomas de Coloswar, in una raffigurazione anteriore (1427) conservata al Museo cristiano di Esztergom in Ungheria, non mostra solo i piedi di Cristo, ma anche l’impronta indelebile sulla roccia da cui ha preso il volo, segno concreto del realismo dell’Ascensione. Per secoli sembra che i resoconti dei pellegrini, arrivati dalla Terra Santa, avessero narrato che l’impronta lasciata dei piedi di Cristo, fosse realmente visibile nella chiesa dell’Ascensione sul monte degli Ulivi.

Thomas de Coloswar .Museo cristiano di Esztergom, 1427

 

Giotto invece, negli affreschi della Basilica di Assisi e degli Scrovegni a Padova (1305), dipinge Gesù di profilo, su una nuvola che lo nasconde alla vista degli apostoli e, per illustrare che sta andando oltre il mondo terreno,  gli “taglia” le mani al bordo dell’affresco.

 

Giotto, Cappella degli Scrovegni, Padova , 1305

 

Con l’affascinante ”Ascensione di Cristo” del 1958 del pittore spagnolo  Salvador Dalì  abbiamo lo stravolgimento delle impostazioni degli esempi precedenti. Qui sono ben lontani i riferimenti alla descrizione evangelica, la verticalità dell’ascesa è vista da un altro scorcio prospettico, il corpo di Gesù ha la forma della croce, le mani si contorcono convulsamente ricordando quelle del crocifisso cinquecentesco di Matthias Grünewald e il viso scompare. Al culmine dell’ascesa, ad attendere il Salvatore, non c’è il volto del Padre, ma quello della Vergine Maria, piangente, con il volto di Gala, moglie dell’artista. Dalì sostituisce l’immagine di Dio come Padre, forse a rappresentare la Chiesa, come madre? Al di sotto la colomba, simbolo dello Spirito Santo, e un globo di luce gialla, un sole fulgido, simile al girasole; al di sopra  un universo oscuro e fiammeggiante, originato da un’esplosione “atomica”. Così è interpretata la glorificazione del Corpo, come l’inaugurazione di un nuovo mondo.

Salvador Dalì, Ascensione di Cristo, 1958

 

Per inquadrare l’opera di questo artista riporto un passaggio tratto da un articolo dal pedagogista e filosofo Piero Viotto  ( n.10 del 1999 della rivista Jesus dal titoloUn mistico surrealista”) :

Non ci si può fidare della “teologia” di Salvador Dalí, che si dichiara miscredente e agnostico e vuole essere al tempo stesso un membro vivo della Chiesa Cattolica, ma la sua “arte” quando affronta il sacro non solo è rispettosa dei valori cristiani, ma li esprime in modo convincente e ortodosso, capace di coinvolgere la sensibilità di chi li ammira. Egli pensa a Dio come una forza cosmica immersa nell’universo.”

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