Un tale che passava, un certo Simone di Cirene (2)

10 Luglio 2021Lorenzo Cuffini

Scritto da  MARIA NISII.

 

La passione secondo Marco si apre con Simone di Cirene e si chiude con Giuseppe di Arimatea, altra figura altrimenti ignota nel vangelo. Si tratta di due personaggi chiamati per nome, a differenza della donna anonima di Betania, che prestano cure e attenzioni cariche di misericordia verso Gesù. Ed è su questa misericordia, più o meno forzata, che altre riscritture hanno modulato il loro racconto sul nostro personaggio. Ne vediamo due, una in letteratura e l’altra al cinema.

Composto da racconti veloci come pennellate, Gesù figlio dell’uomo di Kahlil Gibran dedica uno spazio anche a questa figura (in tutto sono 77 i personaggi che prendono la parola in questo mosaico di voci) che arriva verso la fine del testo. Una collocazione spiegata dalla conclusione narrativa: “Accadde molti anni fa; e ancora oggi, seguendo i solchi del campo, e in quel sopore che precede il sonno, rivolgo spesso il pensiero a quell’uomo che amo. E sento la sua mano alata, qui, sulla spalla sinistra”. Anche Gibran rilegge questo personaggio come un seguace, qualcuno che da quell’incontro è stato toccato. Il testo è breve, così che per una volta possiamo leggerlo per intero.

 

 

 

 

 

 

Come visto, la riscrittura di Gibran apporta alcune variazioni e amplia il racconto trasformando il Cireneo in protagonista e punto di vista privilegiato. E poiché è dal suo sguardo che osserviamo la scena, non può non colpire il coinvolgimento dell’uomo – di cui nulla dicono i vangeli – che facilmente può diventare coinvolgimento anche nel lettore. Prima della richiesta del soldato, il Cireneo aveva già notato la fatica di Gesù e già aveva iniziato ad accompagnarlo nel cammino. La richiesta è dunque accolta come qualcosa di desiderato. Gesù, sollevato dal peso della croce, appoggia la mano sulla spalla dell’uomo, ma quel gesto con cui sembra volersi appoggiare all’altro risulta invece un contatto fisico che ne allevia la fatica, donando una sensazione di vicinanza e piacere inatteso. Il peso torna a farsi sentire all’arrivo a destinazione, dove Gesù non reagisce al dolore che gli viene inflitto – la spiegazione qui è curiosa e molto diversa dagli apocrifi di stampo docetista che pure eliminano il riferimento alla sofferenza: le sue membra sembrano riprendere vita sotto i colpi di martello, come fossero in attesa di quel momento; notiamo inoltre l’immagine giovannea della croce come segno di regalità. Il tutto è raccontato come il ricordo di un uomo che ancora molti anni dopo continua ad avvertire il leggero tocco sulla spalla della mano di Gesù. Il discepolato che potrebbe esserne seguito è deducibile dall’amore professato per l’uomo della croce e per il fatto che quella croce è ormai divenuta la sua.

 

 

 

 

 

 

Ancora sotto il segno della misericordia, la figura più originale di Cireneo arriva dal cinema. Nel kolossal  La più grande storia mai raccontata di George Stevens, alla prima caduta di Gesù sotto il peso della croce (anche qui della croce intera e non del solo patibulum), in mezzo alla gente che assiste alla scena compare un uomo di colore (interpretato da Sidney Poitier) che, sconcertato, si guarda attorno e di fronte all’immobilità dei tanti,decide autonomamente di avvicinarsi e sollevare l’uomo caduto da quel fardello. In cambio di quel gesto di umana solidarietà riceve uno degli sguardi più intensi del Gesù interpretato da Max von Sydow.

 

 

 

 

 

 

Da quel momento i due proseguono la strada portando assieme la croce (con l’unico sottofondo del leitmotiv della struggente colonna sonora originale di Alfred Newman) fino quasi alla cima del Golgota.

 

 

 

 

 

Curiosa e pregna di significato la scelta di affidare questo personaggio a un uomo di colore, un outsider anche all’interno del mondo rappresentato. Se si tiene conto che si tratta di un film di produzione americana del 1965, di due anni precedente a Indovina chi viene a cena?, dove Poitier interpreta il ruolo del fidanzato di una giovane della buona società, si comprende meglio come si tratti di anni scottanti per i diritti dei neri. Non è dunque improbabile che la scelta di affidare questo cameo a un attore di colore, rendendo il suo intervento autonomo – a dispetto dell’obbligatorietà di cui lo rivestono i vangeli -, voglia caratterizzarlo in senso ancor più marcato. Non meno importante è lo sguardo di riconoscenza e misericordia di Gesù, su cui la macchina da presa si sofferma alcuni secondi, quasi a indicare il riconoscimento che l’uomo riceve dal Cristo. Sono passati più di cinquant’anni e i fatti italiani recenti sembrano averci riportato indietro a quei tempi, mostrando un volto razzista inedito in alcuni nostri concittadini. Abbiamo ancora bisogno di sostare su quello sguardo d’amore che il Gesù di von Sydow rivolge all’altro uomo, uno straniero che, come il Samaritano della parabola, è l’unico a dimostrare un gesto di pietà.

La stessa che tanti di noi non sanno più provare.

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