Vangeli ©

12 Settembre 2016Lorenzo Cuffini

Scritto da  Gian Luca CARREGA

 

Chi apre una Bibbia oggi trova quattro testi che portano il nome di “vangeli”. Certo, anticamente erano di più, ma soltanto questi quattro hanno superato l’esame e sono stati accolti nel canone, secondo criteri e modalità che non staremo qui ad analizzare ma che sono reperibili su qualsiasi introduzione al Nuovo Testamento. La domanda che invece ci facciamo è: cosa pensavano di scrivere gli evangelisti? Di fatto, nessuno di loro ha dato alla sua opera il nome di “vangelo” come lo intendiamo oggi. Marco, presumibilmente il più antico dei quattro, comincia con queste parole: “Inizio del vangelo di Gesù Cristo, Figlio di Dio” (Mc 1,1). Ma il punto è che con il termine “vangelo” non si riferiva a quella che noi genericamente (ed erroneamente) riteniamo una biografia di Gesù. Per Marco “vangelo” indica con tutta probabilità quello che indicava per Paolo nelle sue lettere che lo precedono di diversi anni, la “buona notizia”, l’evento salvifico realizzatosi in Gesù. Dal momento che neppure sappiamo se esistessero altri vangeli prima di Marco, è improbabile che potesse indicare con questo nome la sua opera. Chi inventa un genere letterario non può presumere che il lettore sappia di cosa si tratti! Prima deve spiegargli cos’è un vangelo. Se, invece, lo usa nel senso adottato da Paolo, era un termine già diffuso e comprensibile. Dopo di lui scrive Matteo, che inizia la sua opera con queste parole: “Libro della generazione di Gesù Cristo, figlio di Davide, figlio di Abramo” (Mt 1,1). La parola “libro” è molto generica e sarà la stessa adoperata da Giovanni, che nel finale del suo testo scrive che Gesù “fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro” (Gv 20,30). Quanto a Luca, parlando nel prologo della sua opera si riferisce ad essa come una dieghesis, vale a dire “una presentazione di cose che sono avvenute e che si presume che siano avvenute”. Con questa definizione si entra direttamente nell’ambito storico. La sua opera, infatti, esprime una presa di coscienza storica e una visione diversa della storia.

Uno dei primi autori cristiani che fa uso dei vangeli (o almeno di un paio di essi) è il filosofo Giustino Martire, che nella sua prima Apologia li indica con il termine tecnico di apomnemoneumata (“ricordi”) degli apostoli. Ma il termine non ebbe fortuna, tant’è che nelle soprascritte dei più antichi papiri evangelici di cui disponiamo si trova invece il termine “vangelo secondo…”. Un tempo si riteneva che quest’uso fosse invalso solo quando le opere degli evangelisti erano state raccolte insieme nei codici, per distinguerle l’una dall’altra, ma M. Hengel ha dimostrato che si tratta di una terminologia già nota a Ireneo alla metà del II secolo, quando i singoli vangeli circolavano ancora separati. Dunque chi ha imposto l’uso dell’espressione “vangelo” per indicare l’opera degli evangelisti? Non possiamo saperlo, ma almeno non siamo debitori a nessuno del copyright.

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