… vedendo i segni che faceva, credettero nel suo nome (GV 2,23)

14 Marzo 2020Lorenzo Cuffini

Scritto da  NORMA ALESSIO.

 

Questo è il primo articolo di una piccola serie sulle rappresentazioni nell’arte dei miracoli di Gesù e riguarderà in particolare le guarigioni che ha compiuto; visto il periodo di “contagi” e di paura della malattia che stiamo vivendo in questo momento, possono indurci a riflettere proprio nel tempo liturgico di quaresima.

Le opere d’arte che ci parlano dei miracoli di Gesù rispettano i contesti descritti nei vangeli. Gli evangelisti hanno collocato i vari miracoli in momenti diversi del racconto della vita pubblica di Gesù. Non erano solo dei gesti straordinari per la salvezza fisica terrena, dovevano anche indurre alla fede i miracolati, i pagani e soprattutto i discepoli, e agire sulla salvezza dal peccato e dalla morte. Ulteriori aspetti che emergono quali conseguenze di queste manifestazioni di Gesù sono i complotti per ammazzarlo o le obiezioni, le diffidenze e anche le reazioni e le proteste dei farisei e dei dottori della legge, suscitate da questo “lavoro” in giorno di sabato; ricordiamo infatti che molte guarigioni sono avvenute proprio in questo giorno. Nei capitoli 8 e 9, Matteo riunisce una serie di dieci miracoli che si trovano sparsi in contesti diversi in Marco e Luca, mentre Giovanni ne riporta sette. I più popolari e conosciuti sono quelli della guarigione del paralitico, del cieco a cui è donata la vista, della moltiplicazione dei pani e dei pesci, delle nozze di Cana, della resurrezione di Lazzaro. Il limite delle immagini su questi temi è che non possiamo percepire quelle che sono le parole che vengono dette dai protagonisti, perché è associando la conoscenza delle scritture alla simbologia o all’iconografia che viene adottata dall’artista che riusciamo a comprendere il significato profondo del miracolo rappresentato. Diverse sono le guarigioni operate da Gesù: le malattie di lebbrosi, di ciechi, sordomuti, di paralitici, della donna emorroissa. Gesù compie il miracolo, o “segno” come lo definisce Giovanni, in modi diversi, a volte semplicemente dicendo alcune parole, altre volte imponendo le mani, altre ancora facendo gesti particolari.

Propongo per introdurre l’argomento due opere che sono di carattere generale: la prima è l’affresco di Giusto de’ Menabuoi tra il 1376 e 1378 nel Battistero di Padova (adattato negli anni ’70 del XIV secolo a mausoleo della famiglia Da Carrara)

 

 

L’affresco, su una parete, raffigura “I miracoli di Cristo” e vi  troviamo l’immagine di Gesù che guarisce da ogni tipo di malattia, come è descritto in Matteo (15, 29-31):  “Allontanatosi di là, Gesù giunse presso il mare di Galilea e, salito sul monte, si fermò là. Attorno a lui si radunò molta folla recando con sé zoppi, storpi, ciechi, sordi e molti altri malati; li deposero ai suoi piedi, ed egli li guarì. E la folla era piena di stupore nel vedere i muti che parlavano, gli storpi raddrizzati, gli zoppi che camminavano e i ciechi che vedevano. E glorificava il Dio di Israele”. Qui il racconto è attualizzato in un’ambientazione storica del periodo in cui vive il pittore: Gesù è davanti al pronao dell’antica cattedrale di Padova e alla loggia che sovrastava la costruzione romanica, circondato da persone con diverse malattie che invocano il suo intervento miracoloso e – in primo piano – riconosciamo l’uomo con la mano destra secca come raccontano tutti e tre gli evangelisti sinottici. Assistono alla scena tutti i membri della famiglia da Carrara (a sinistra) – che sono  i committenti dell’opera , e una delle famiglie più importanti di Padova – insieme all’amico e, sembra, ispiratore della tessitura teologica e biblica degli affreschi, Francesco Petrarca come testimone diretto della divinità di Gesù (visibile in corrispondenza del primo pilastro bianco a sinistra) ritratto tra Francesco il Vecchio da Carrara e la moglie Fina Buzzaccarini.

 

La seconda è una stampa da un’incisione del 1649, di Rembrandt Harmenszoon van Rijn dal titolo ”Cristo guarisce gli infermi”, esposta allo Zorn Museum a Mora, in Svezia; l’artista dedicò un anno intero della sua vita a comporre quest’opera, correggendo e ricorreggendo, per raggiungere la perfezione formale, la monumentalità e l’universalità dei soggetti. In quest’opera è rappresentata una vera e propria “corte dei miracoli”: in un antro, non esattamente sul monte, Gesù guarisce i malati, attorniato da un pubblico di curiosi, farisei, ma anche convinti fedeli, fra i quali – a sinistra – il teologo, umanista e filosofo olandese Erasmo da Rotterdam. La scena è di grande impatto emotivo: vi si avverte un senso di pietà che insieme è tenerezza per gli infelici, per i sofferenti e per gli umili, i quali affollano il mondo: una donna è stesa su un materasso; un uomo invalido è portato su una carriola; un cieco è guidato dalla vecchia moglie e sul fondo un etiope con un cammello, che non è un semplice accessorio pittoresco, ma fa riferimento a Marco quando parla di gente venuta da lontano (Mc 3,7-12).

 

 

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  • In copertina: scena dal ” Gesù di Nazaret ” di Franco Zeffirelli (1977)

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