Werther al karaoke

1 Gennaio 2023Lorenzo Cuffini

 

Riscrittura inconsapevole (*) di Capodanno

 

Scritto da LORENZO CUFFINI.

 

Dal libro del Qoelet:

Tutto ha il suo momento, e ogni evento ha il suo tempo sotto il cielo.
C’è un tempo per nascere e un tempo per morire,
un tempo per piantare e un tempo per sradicare quel che si è piantato.
Un tempo per uccidere e un tempo per curare,
un tempo per demolire e un tempo per costruire.
Un tempo per piangere e un tempo per ridere,
un tempo per fare lutto e un tempo per danzare.

*************** 

Com’è che diceva, l’Ungaretti  studiato a scuola?

Non ho voglia di gettarmi in quel gomitolo di strade….

Ecco, anch’io. Deve essere l’età a farmi tornare in mente queste cavolo di poesie nei momenti più impensati della mia vita. Ho il sospetto che, invecchiando, io viva  e senta di meno, e ricordi di più. E la cosa non mi fa piacere. Proprio per niente.

Poesie a parte, non ho davvero nessuna voglia di uscire, questa sera. E’ già stata una fatica quasi insopportabile il Natale, intendo a dire il Natale della festa, dei parenti, della famiglia che ti si fa vicina, di tutti che ti guardano con il collo storto, come a dire Povero!Ci son qua io. Balle, entrambe le cose. Povero, non lo sono più di prima. Solo, piuttosto, questo sì. Incredibilmente, definitivamente solo: almeno, così mi sento. Per questo quel “ ci son qua io” non fa altro che acuire dolorosamente la mia solitudine, perché, semplicemente, non è vero che ci sei qui tu. Tu non c’eri, prima. Tornerai a non esserci da domani. Ci sei oggi, ok. E dimmi: per quanto? Due ore? Tre ore? Ma nemmeno! Una manciata di minuti  di quelle due, tre ore del raduno di Natale,  prima che un altro parente di turno mi s’accosti, stesso collo obliquo, stesso occhio languido, a farmi capire Ci son qua io. E il precedente, con un certo sollievo neanche troppo dissimulato, prende il largo e mi lascia al soccorso del nuovo arrivvato.

Le feste sono un tormentoso punteruolo per chi è rimasto solo. Sembrano fatte apposta per girare in veleno tutto lo zucchero che ci viene riversato addosso in questi giorni. Il guaio è che il tormentoso punteruolo puo’ diventare anche l’alibi e il vestito da indossare per cercare di sfuggire dalle cose come sono. Fare di me il protagonista di una tragedia:  mi dà comunque un ruolo e mi assegna  una parte. Schifosa, certo. Ma sempre ruolo e parte. Più comodo e piu’ facile che non inventarsi qualcosa senza sapere bene cosa.

Per cui no. Stasera me ne sto solo. Me ne sto chiuso in casa. Stacco anche il cellulare. Solo. Voglio stare solo.

Ho già tirato tardi, per ridurla a poche ore , questa serata maledetta,  del conto alla rovescia e degli AUGUUUURI, del fracasso e dei lustrini. Ho giocato di tattica. Ho pensato: mi stanco moltissimo quest’oggi,  così stasera me ne crollo addormentato e via, mi sveglio ad Anno Nuovo fatto. Furbo, io.  Così oggi, nel  bel mezzo di un pomeriggio insulso, mi sono alzato dal telecomando e dalla poltrona, mi son vestito, scarpe comode e giubbotto imbottito, sciarpa e berretto per poter star fuori un sacco, e via: mi son messo a camminare. Per andare dove? Da nessuna parte.  Incredibile quanta strada si può fare, se uno si muove senza meta, girando a ghiribizzo: una via qua, un’altra là, prendo quella sopra, giro in quella sotto. Una gamba qua, una gamba là…. No, questa è la città vecchia di De André, sono di nuovo sotto attacco di rimembrite e di anzianite galoppante. Via, via. Camminare camminare.

Certo, fa un freddo becco. Certo, un caffè me lo prenderei volentieri. Le serrande nei negozi si abbassano una dopo l’altra, è già buio, sembra che un  comando misterioso sia stato impartito, e ovunque il guardo giro ( turna, daccapo con la citite), bruuun, un locale chiude. Ma a un certo punto, passo davanti a un quattro vetrine rutilante di luci intermittenti come un mega flipper anni sessanta: qualcosa di aperto. Qualcosa, sì. Non saprei dire cosa, però. Comunque tra tavoli, divani, video, installazioni, cactus di plastica , intravvedo un bancone da bar, qualcuno dietro, qualcuno davanti. Perfetto: coffee time.

Entro. Qualcuno canta. Non è la musica, per quanto sparata a palla, che mi colpisce, letteralmente,  l’orecchio. Ma la voce  (le voci, sgangherate)  di gente che canta sulla musica, dal vivo: giro lo sguardo e vedo la fonte del casino. Un variopinto schermo, un gruppo dedito a un ululato karaoke.  Ordino, per meglio dire, urlo “un caffè!”  Incredibilmente, mi sentono  e mi servono. Chiudo gli occhi e ingollo il contenuto rovente e amarissimo della tazzina: a me il caffè amaro fa schifo, dunque nella mia visione auto- fustigatrice della serata, inconsciamente non me lo sono zuccherato. Mentre mi ustiono palato e gola, sento che quelli attaccano un evergreen della mia epoca ( che vecchio che sono,  senti come parlo) , che peraltro tutti sembrano conoscere benissimo. Sto ad  occhi chiusi e mi becco a anticipare le parole, a suggerire mentalmente le note giuste agli stonati,  a sorridere impassibile alle stecche più vistose, a cantare a muta squarciagola il ritornello.

Nel tavolo vicino hanno acceso quei generatori d’incenso che fetono terribilmente, ma che non mi danno alcun fastidio. Canzoni.Fumo. Allegria. Socchiudo una palpebra e mi guardo, uno per uno, i cantori karaocanti. Mi prende una botta di tenerezza davanti a quei vent’anni così clamorosamente ventenni. Chissà perché si dice che quella è una età magnifica. Balle, pure queste. E’ un ‘età piena di casini, di sbattimenti, di sconfitte e di problemi. E’ da lì, che mi viene la tenerezza. Non è malinconia, o rimpianto. Ma simpatia. Tifo. Partecipazione. Vai che ce la fai. Vai e spacca. Puoi farcela, nonostante tutto quanto c’è. Il ragazzo del bar mi allunga uno di quei fiori di plastica che ballonzolano al ritmo di musica, e sulla impennata delle note, quel petalaio plasticato di inverosimile tinta evidenziatore parte a muoversi a tempo che è un piacere. Non so nennemo chi sia stato l’ultimo  (se c’è mai stato qualcuno) che mi abbia dato un fiore- vero o finto- in vita mia. Guardo quel coso indiavolato e non posso che ridere , perché mi viene la risata.

Il barista ricambia.

Chi è? Come si chiama? E’ li’ da tanto? E chi lo sa? E mi prendo ben guardia di chiederglielo. Va bene così. Non ho più fretta di uscire a ravanare pensieri abortiti e a macinare passi bighelloni tanto per fare il Werther: sì, lui, quello dei dolori del giovane. Mi ordino un aperitivo. Mi arriva un taglierino. Salumini. Formaggetti. Olivelle. Come se fossero i primi che assaggio in vita mia. Il karaoke contempla adesso un giro di birra. Partecipo al giro di birra.  Buona. Fredda. Calda mente scende. Ma la bevo con circospezione. Mi viene in mente la pubblicità di quel vino dove alla fine si esorta “ beviamo responsabilmente”: roba da far venir voglia di  scolare bottiglie a manetta, con la mia allergia irrazionale  al buonsenso e ai divieti.

Intanto la musica va avanti, le canzoni pure. Sai che c’è? Che io ci sto bene. Scattano in automatico tutti i sensori di allarme della mia psiche. Stai bene? TU? E come è possibile, scusa?  E come mai?  Ma non sei solo? Non sei abbandonato? Non impazzivi di dolore? Embé? rispondo al primo punto di domanda. Embé? rispondo al secondo. Embé, rispondo al terzo. Il quarto si dilegua: se la dà a gambe, perché capisce che non è serata.  Dopo mezz’ora, vedo che pericolosamente l’orologio avanza verso l’aborrita mezzanotte. E io me ne sto in un locale, invece che martoriarmi l’anima nel gelo della mia casa vuota.  Sei guarito? mi chiedo. E mi mando immediatamente al diavolo. Ma che razza di domanda mi sto facendo? E poi: mi chiedo e mi rispondo da solo?  Questa volta la risata mi sale dalla gola, e non riesco a fermarla: ma forse, non ne ho neanche voglia, di stopparla lì.

Basta. Vado. Pago . Esco.

Proprio mentre il karaoke spara, nella versione cover di Vasco, il vecchio brano di Battisti, la Compagnia, mi sembra,  e apro la porta del locale, che ormai è caldo come un fornetto pronto all’uso. Giusto mentre una ragazza dalla voce incerta ma potente urla nel microfono “ Felicità-aà-aà”

No, ridacchio uscendo. Non è un bicchiere di vino con un panino,  secondo la parola di Albano e Romina. Questa la so benissimo e me la sgolo nella mente:

Felicità-à-à

Ti ho perso ieri ed oggi ti ritrovo già

Tristezza va

Una canzone il tuo posto prenderà

Sono fuori. Piove. Del gomitolo di strade che mi si srotola davanti, non mi importa una benamata cippa.

 

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LA COMPAGNIA
di Lucio Battisti
Mi sono alzatoMi son vestitoE sono uscito solo, solo per la stradaHo camminato a lungo senza metaFinché ho sentito cantare in un barFinché ho sentito cantare in un bar
Canzoni e fumoEd allegriaIo ti ringrazio sconosciuta compagniaNon so nemmeno chi è stato a darmi un fioreMa so che sento più caldo il mio cuorSo che sento più caldo il mio cuor
FelicitàTi ho perso ieri ed oggi ti ritrovo giàTristezza vaUna canzone il tuo posto prenderà
Abbiam bevutoE poi ballatoÈ mai possibile che ti abbia già scordato?Eppure ieri morivo di doloreEd oggi canta di nuovo il mio cuorOggi canta di nuovo il mio cuor
FelicitàTi ho perso ieri ed oggi ti ritrovo giàTristezza vaUna canzone il tuo posto prenderà
FelicitàTi ho perso ieri ed oggi ti ritrovo giàTristezza vaUna canzone il tuo posto prenderà”
Fonte: LyricFind
Compositori: Carlo Donida Labati / Giulio Rapetti Mogol
Testo di La compagnia © Sugarmusic s.p.a., Universal Music Publishing Group
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Clicca qui per il video:

* Riscritture inconsapevoli: canzoni scritte dai loro autori per motivi e contesti tutti diversi, eppure in grado di rappresentare, almeno a qualche orecchio, un pezzo di Scrittura che si riscopre lì dentro, come inconsapevolmente richiamata.

 

 

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