Yossl Rakover si rivolge a Dio

2 Febbraio 2019Lorenzo Cuffini

Scritto da MARIA NISII.

 

“In una delle rovine del ghetto di Varsavia, tra cumuli di pietre carbonizzate e ossa umane, sigillato con cura in una piccola bottiglia, fu trovato il seguente testamento, scritto da un ebreo di nome Yossl Rakover nelle ultime ore del ghetto” (Zvi Kolitz, Yossl Rakover si rivolge a Dio).

 

Il Ghetto di Varsavia dopo la Seconda Guerra Mondiale

 

Sedici mesi dopo la fine della guerra, Zvi Kolitz scrive un racconto sulla shoah, che fortunatamente non ha vissuto solo perché la sua famiglia ha lasciato la Lituania appena in tempo, nel 1937. Il testo viene pubblicato da un giornale di Buenos Aires per l’edizione speciale della festa ebraica del perdono (Yom Kippur) e da quel momento vive di vita autonoma rispetto al suo autore, tanto da essere ritenuto un manoscritto autentico del ghetto di Varsavia, come suggerito in apertura da una consolidata tradizione letteraria, oltre che in continuità con altri appunti e messaggi realmente rinvenuti nell’ex ghetto in bottiglie e bidoni del latte.

Il racconto è spesso pubblicato anonimo, più o meno intenzionalmente, e in un caso si dice persino che Kolitz sarebbe venuto a conoscenza della vicenda del protagonista. Infine, nel 1963 Emmanuel Lévinas scrive un breve saggio sul testo, definendolo “bello e vero, vero come solo la finzione può esserlo”.

Yossl Rakover racconta brevemente la morte di ciascuno dei membri della famiglia del protagonista, moglie e sei figli. Infine resta lui solo, Yossl, bloccato in una delle ultime postazioni del ghetto, da dove si è difeso per giorni insieme ad altri uomini, che nel frattempo sono tutti morti:

Scrivo queste righe con la faccia al suolo, e intorno a me giacciono i miei compagni morti. Guardo i loro volti e mi sembra che vi aleggi una tranquilla ma divertita ironia, quasi mi dicessero: ‘Pazienta ancora un po’, stolto uomo, tra pochi istanti tutto sarà chiaro anche a te’”.

 

Corpi di ebrei fucilati sul posto nel Ghetto di Varsavia

 

Gli resta ormai poco da vivere e vuole usare questo tempo per rivolgersi al suo Dio, che ama e che non accusa di quanto ha subito e sofferto. Se infatti si paragona a Giobbeho vissuto con onestà e amato Dio con tutto il cuore. Un tempo egli benedisse la mia vita con la prosperità, ma la prosperità non mi rese superbo – subito aggiunge che la sua fede in Dio non è cambiata. Non gli chiede conto del perché lui e tanti come lui stiano soffrendo ingiustamente. Su questo, anzi, ha idee proprie: ritengo che… quando la furia degli istinti domina il mondo, chi rappresenta la santità e la purezza debba essere la prima vittima.

E dopo aver dato sfogo ai tanti sentimenti che ancora combattono in lui, Yossl si avvicina alla morte tranquillo, certo che entro breve si unirà alla sua famiglia e ai tanti uccisi. Ma la sua dichiarazione d’amore per Dio non è del tutto pacificata e, pur nella sua straziante tenerezza, suona quasi come una sfida. Yossl grida la sua fede in Dio – è il “Dio per adulti”, secondo la splendida definizione di Lévinas – al cielo vuoto dal quale Dio ha ritirato il suo volto:

Hai fatto di tutto perchè non avessi più fiducia in Te, perché non credessi più in Te, io invece muoio così come sono vissuto pervaso da un’incrollabile fede in Te.

 

 

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  • In copertina : Marc Chagall, Giobbe ( 1975)

 

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