Venerdì santo

15 Aprile 2022Lorenzo Cuffini

Scritto da MARIA NISII.

 

 

A chi sfuggiva quel piccolo di volpe

per essere in trappola, ad altezza d’occhio,

nell’incrocio dei rami, crocifisso?

Sembrava, il suo, un sorriso ferino.

(Didier Rimaud, “Nell’incrocio dei rami” in Angeli e cicale p. 79)

 

Didier Rimaud è un gesuita francese (1922-2003), autore di preghiere e orazioni liturgiche, ma anche autore di numerosi testi poetici (lo avevamo già letto qualche anno fa in occasione della Pentecoste: https://scrittoridiscrittura.it/senza-categoria/ora-rialzatevi). In Italia è stato tradotto dal confratello gesuita padre Eugenio Costa, liturgista e musicologo, che abbiamo recentemente ricordato in un convegno in Duomo per il primo anniversario dalla morte: https://www.youtube.com/watch?v=pecqVNdKgn4

Eugenio Costa ha conosciuto da vicino il modo di scrivere di Didier Rimaud, la sua cura e ricerca della parola, e dunque sa “con quale lucido sforzo egli scolpisse il suo testo, pazientemente, con costanza e talora con fatica ”. Un’accuratezza e serietà che egli sostiene essere vissuta secondo l’impronta del metodo ignaziano, con cui anche altri gesuiti hanno risposto alla propria vocazione artistica. (“Poesia come esercizio spirituale in Didier Rimaud ” in La Civiltà Cattolica 2004, IV, 560-71)

 

Marc Chagall, Giacobbe lotta con l’angelo (1963)

 

La lotta è pertanto la cifra stilistica impiegata per dire sia la fatica dello scrivere, sia naturalmente (secondo l’immagine classica di Gen32) la sua fede, che p. Costa definisce “non facile, faticosa, talora affaticata, attratta e orientata dal mistero, duro e interrogativo, della sofferenza, del conflitto, del male e della morte” (CivCatt 2004). Il testo poetico riportato in apertura ne è un esempio sublime. Lì il dolore è sì umano, ma anche della natura – due mondi in solidarietà, come in altre sue poesie. Ne leggiamo il seguito.

 

Di che rideva, nel suo fetore atroce,

a pelle scorticata? Gli restava

uno sguardo insolente, come se beffasse

il cacciatore in agguato per stanarlo!

 

Perché inseguirlo e metterlo alle strette

nel freddo, così piccolo: la neve

non tratteneva la sua traccia leggera!

Ma bastava a renderlo pazzo di paura…

 

Urla dei cani! Risa! Suon di corni!

A forza di terrore ci si aggrappa là

dove dire, sfiniti: Ti consegno il mio spirito.

E l’anima di volpe sfugge ai denti canini!

 

Un ruggito riempie l’orizzonte, un grido:

“Figlio, mio figlio! Mio cucciolo ribelle!”

Un lamento così alto e così orrendo

che Dio – c’è da giurarlo – si torce dai dolori!

 

È venerdì santo anche per un cucciolo di volpe inseguito dai cani che, impigliatosi nei rami, muore come un crocifisso. Un cucciolo che si fa immagine del Figlio inseguito, aggredito da urla sguaiate, ma che continua a rivolgersi al Padre. Un Padre che non può che torcersi dai dolori.

Troviamo il tema del venerdì santo anche in altri testi, come “Madonna in attesa”, tratto dalla raccolta A forza di colomba, ancora inedita in Italia.

 

Come aveva atteso che nascesse

colui che dalla sua prendeva carne

– lungo silenzio –

ella attende ora il grande lampo

della vita, che griderà la propria forza.

 

Beato Angelico, Compianto della croce al Tempio (1436)

 

E’ chiuso nel ventre della terra

colui che aveva portato nel suo,

felice madre!

Poiché da lei è nato, ella sa bene

che le tenebre renderanno la luce.

 

Non ha bisogno di essere alla tomba,

non ha bisogno d’alcun altro giardino

di pianto e d’ombre

che quello del cuore, in cui la pena

lascia il posto alla gioia che l’inonda.

 

Giovanni Bellini, Madonna col Bambino su un prato (1505)

 

Lo aveva cullato, il Figlio d’uomo:

così lo culla, qui in questo sonno

che Dio gli dona

finché non venga l’ora del risveglio, il risveglio

del corpo che a lui plasma.

 

Francesco Trevisani, La pietà (1720)

 

E attende: attraverso la piaga dell’anima

il primogenito, risalito dagli inferi,

asciuga il pianto

e trascina nella danza e nel concerto

tutto un coro di fratelli che lo acclamano.

 

In un solo testo sono racchiusi i grandi eventi della vita di Cristo attraverso lo sguardo della madre nell’immagine dell’attesa. L’attesa della nascita come l’attesa del ritorno dal mondo della morte. Nascita e morte sono state viste spesso insieme nell’arte sacra, per cui la Pietà ricalca le immagini della Madonna col bambino. Ma tale corrispondenza è ancor più presente nelle icone, dove la mangiatoia è anche già la tomba e le fasce del neonato ne richiamano il futuro sudario.

 

Natività, cappella Palatina (chiesa Palazzo reale), Palermo, XII sec.

 

Lo stesso vale per il tema della discesa agli inferi (non evangelico ma presente in 1Pt 3,18-19), che nelle natività appare nel buio della grotta, insieme vuoto, baratro e tenebra, come ugualmente le rocce sono richiamo della spaccatura della terra (baratro) e terremoto (simbolo apocalittico della manifestazione divina).

Arte e poesia sembrano rinarrare gli eventi pasquali con la stessa trasparenza profetica, in cui l’uno contiene già l’altro, il primo acquisisce significato dall’ultimo. Così nel pianto di Maria c’è già la danza e il coro che ne acclamerà la resurrezione. Ma non per questo proverà meno dolore, perché il tempo delle lacrime appare sempre eterno e inconsolabile. Per tutti gli uomini e per tutte le donne. Dunque anche per Maria che piange il suo Gesù.

 

Paolo Siccardi, Madri piangono i figli morti nell’esplosione della base militare di QafaShatama, Albania, 1997

 

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  • In copertina: Cimabue, Crocifissione, particolare, (1268-71)

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